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POLITICA
17 novembre 2018
PARETO E IL POPOLO
Un amico mi invia la seguente citazione di Vilfredo Pareto: "Le teorie umanitarie ed etiche giovano solo quando chi le usa non ci crede, o almeno poco ci crede. Son ottime come finzione, pessime come fede. Nelle prossime battaglie sociali vinceranno solo coloro che non avranno ritegno ad adoprare la forza, né troppa ripugnanza a spargere il sangue; e pare molto probabile che costoro sorgeranno dalle classi popolari dove si serbano incolumi le energie virili della razza, ed ove lentamente maturano le nuove parti elette della nazione, alle quali spetta il governo della societá"  E chiede: “Che pensasse a Salvini?”
La domanda è ironica, considerato che Pareto è morto da quasi cent’anni. E forse il grande sociologo voleva anche sfogare un suo momento di malumore. Ma le questioni che pone sono interessanti. 
Che le teorie umanitarie ed etiche possano giovare a chi se ne serve in malafede non è cosa che si possa mettere in dubbio. Ma “sono pessime come fede”? Ciò potrebbe essere vero per varie ragioni. In primo luogo, chi prova a metterle in pratica va spesso incontro a incomprensioni, delusioni e tentativi di sfruttamento da parte dei terzi. Inoltre non raramente si scontra con i possibili beneficiari. Sicché potrà esercitare correttamente e proficuamente quelle virtù soltanto chi sia tanto pieno di esperienza, tanto prudente e soprattutto tanto diffidente da non farsi mettere nel sacco dai malintenzionati. Vasto programma. Al punto che, nel dubbio, si dovrebbe sconsigliare a chiunque quella benemerita attività.
Viceversa molto discutibile appare la teoria secondo cui le prossime battaglie sociali saranno vinte – con la violenza e con spargimento di sangue - dalle classi popolari. In primo luogo le classi popolari si ribellano contro i governi criticabili, mentre non osano nemmeno mormorare proteste verso i governi veramente dispotici: come si è visto per interminabili decenni sotto Stalin. Comunque è vero: non appena ne hanno la possibilità, le folle non rifuggono dai peggiori sistemi, in questo Pareto ha ragione. Ma egli avrebbe anche dovuto ricordare che spesso, dopo aver usato i peggiori metodi  fino a consegnare il potere a qualcuno, poi questo qualcuno si riela un despota. Usa cioè contro di loro gli stessi metodi contro i quali le stesse classi popolari si erano sollevate. Magari peggiorandoli. Un esempio per tutti: Lenin. Questo “rivoluzionario professionista” fu portato al potere da un embrione di classe media e soprattutto dalla folla sterminata dei mugik e dei proletari, per protesta contro le condizioni di vita che imponeva lo zar: mancanza di libertà, umiliazioni, insignificanza dell’individuo. E che cosa impose, poi, Lenin, alla Russia? Mancanza di libertà, insignificanza e soprattutto – novità – fame. 
Al riguardo – sia detto en passant – non ci stupisca che questi mali della Russia Sovietica siano attribuiti a Lenin: perché fu lui che, pur senza essere un malato di mente criminale come Stalin, dette inizio all’illibertà e al sistema dei gulag, che poi il suo successore portò alle estreme conseguenze. Lenin, prima di morire, ebbe il tempo di capire di che pasta era fatto Stalin, persino in confronto a se stesso. Si rese conto che  al potere sarebbe stato una tragedia, per la Russia, ma non riuscì ad evitarla.
Dunque sarà pur vero, come dice Pareto, che le classi popolari “serbano incolumi le energie virili della razza” ma, quando hanno la democrazia, farebbero bene a non dar loro libero corso. In poco più di due secoli abbiamo visto quali frutti abbiano dato la Révolution, col Terrore, la rivoluzione proletaria di Stalin, col gulag, e il sogno Tausendjahr Reich di Hitler, con la Shoah e l’annientamento della Germania.
Non è affatto detto che, dopo una rivoluzione popolare, vadano al potere “le nuove parti elette della nazione”, perché ci possono andare anche le parti peggiori e persino criminali.
Forse Pareto era vagamente disgustato dalla mancanza di gloria dei momenti tranquilli, dalla mollezza di costumi che ispira la pace, e perfino dalla mancanza di energia guerriera delle classi che hanno vinto (si pensi ai romani rispetto ai barbari). Ma nessuno che abbia visto la belva uomo in azione può desiderarne il ritorno.
Brecht non era un personaggio simpatico, ma gli va reso omaggio per aver detto: “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Meglio una shopkeeper nation come la Gran Bretagna derisa da Napoleone, ma con cittadini vivi, che un popolo di guerrieri, prevalentemente morti, come hanno rischiato di essere la Germania e il Giappone.
     Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
15 novembre 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 17/11/2018 alle 13:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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