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POLITICA
10 novembre 2018
TRIA PER TRIA, VENTUNO
Il ministro Giovanni Tria tendenzialmente mi è simpatico. È un piccoletto e per solidarietà di categoria dovrei sostenerlo. Inoltre si direbbe che, nel dubbio su che faccia fare, intanto sorride. Che Dio lo benedica. Probabilmente ha un buon rapporto con l’umanità, e anche questo depone a suo favore. Si ricordi con quanta animosità quella stessa umanità l’ha fatta pagare cara ad arroganti tipo D’Alema o Renzi. Inoltre dicono che Tria sia un eccellente economista e non ho ragione di non crederci. Del resto, il modo come tiene gli occhiali sulla punta del naso e spesso traguarda al di sopra di essi come chi si sporgesse da una fortificazione, offre la certezza che non conta sul fascino fisico. Dunque deve essere sicuro di avere altre corde al suo arco. Ed io non ho ragione di dubitarne. Insomma, quando hanno chiamato lui, al ministero dell’economia, tendenzialmente ne sono stato contento. 
Ma questa impressione positiva è quasi divenuta entusiasmo quando ha detto “flatly” - direbbero gli inglesi, cioè “insipidamente”, traduce un dizionario, ma io direi “senza enfasi” - che la legge di stabilità non doveva superare un massimo dell’1,6% di deficit. Da un lato Di Maio e Salvini promettevano la Luna, fino a ventilare provvedimenti che insieme andavano a costare sui cento miliardi (non sto inventando la cifra, credo sia stata fatta da Cottarelli) dall’altro quest’omino sembrava dire che non c’era trippa per gatti. Che si acconciassero a un programma all’interno di quella cifra, diversamente non si sarebbe potuto mantenere l’impegno di far scendere un po’ il debito pubblico, come promesso. Tanto di cappello al coraggio tranquillo.
Ma bisogna essere razionali, e chiedersi come mai un piccolo professionista, privo di sostegno politico, osasse confrontarsi a muso duro, ed anzi, col suo solito sorriso, con coloro che ripetono da mane a sera che hanno il sostegno del popolo e dunque sono onnipotenti. E qui sono cominciati i problemi.
Una persona che si comporta così, o ha un potere che non conosciamo oppure ha un forte senso della propria dignità professionale. Quasi dicesse: “Se non fate così, vi bastono. E se non posso bastonarvi me ne vado”. Ma, arrivati al dunque, i Dioscuri hanno sparato una percentuale molto, molto maggiore (2,4%), tale da fare sballare i conti e provocare la probabile reazione delle autorità europee, fino alla procedura d’inflazione, per non parlare della reazione dei mercati. E che cosa ha fatto a questo punto, il nostro eroe? 
Lo spettatore da prima ha pensato: “Ora gli farà vedere di che pasta è fatto”. Purtroppo subito abbiamo appreso in primo luogo che non aveva nessun bastone, se non il flebile e lontano accordo col Presidente Mattarella. Insecondo luogo che non si dimetteva. Forse, volendolo difendere a tutti i costi, ho pensato: “Che uomo, accetta di passare per un vile, pur di non allarmare i mercati. Magari si dimetterà fra un giorno o due, un venerdì pomeriggio, quando i mercati sono chiusi”. E invece niente. Se Tria gli voleva far vedere di che pasta è fatto, gli ha fatto vedere che è di pastafrolla.
Da quel momento Tria è divenuto un mio problema personale. Facendo funzionare l’empatia a mille, cioè mettendomi nei suoi panni, mi sono chiesto: “Come la metterà, quest’uomo, con le parole che ha detto agli italiani, all’Europa, ai media? E come concilierà questa sua acquiescenza con la sua dignità? E il tempo ha dato a questo problema una soluzione imprevista: il problema della dignità lui non l’ha nemmeno visto. Avendo imparato da Di Maio l’audacia verbale, a chi gli avesse chiesto conto delle cose dette prima, avrebbe risposto: “Chi, io?” Quelli erano tempi andati in cui ancora si praticava un vecchio metodo, chiamato aritmetica.
Prima – volenterosamente – aveva fatto i conti con la calcolatrice, arrivando ad un invalicabile 1,6%, poi li ha fatti maneggiando “la materia di cui sono fatti i sogni”, per dirla con Shakespeare, e così è arrivato a conclusioni del tutto diverse. Tre per tre, anzi tria per tria, fa ventuno, se così vogliono Salvini e Di Maio. Prima il mio taxi andava verso la stazione centrale, perché da lì partiva il treno, poi i passeggeri mi hanno detto di portarli al giardino zoologico, e sta forse a me stabilire dove devono andare i passeggeri? Anzi da questo momento sosterrò con tutte le mie forze che i treni partono dal reparto pachidermi. E quanto ai mercati, è come dicono i due Vice-Presidenti: sono obbligati a comprare i nostri titoli, al prezzo che diciamo noi, altrimenti guai a loro. La stessa Europa non ci fa paura, come non ci fa paura il cancro. Ed anzi, per evitare di dire qualcosa di inesatto, vi leggo il foglio che mi hanno dato.
Ed io sono rimasto sbalordito. Saul, sulla via di Damasco, si vide comparire Gesù resuscitato in persona, e divenne Paolo di Tarso. I comunisti di Mosca avrebbero detto che il Sole è quadrato, se così gli avesse imposto Stalin, perché ne avevano giustificatamente una fifa blu. Ma lui?
Ed io, come ho potuto essere tanto imbecille da cedere al fascino di quest’uomo, come ho potuto interpretare la sua bonomia come forza, la sua dichiarazione riguardante l’1,6% come una prova di competenza e di coraggio, quando tutto il seguito ha trasformato il mio eroe in una sorta di burattino servizievole nelle mani di un paio di ventriloqui? Gli amici potrebbero chiedermi, irridenti, “Ma tu non eri quello a cui non la si dava a bere, quello che aspettava i fatti, prima di aprir bocca? Non ti vergogni?”
Ebbene sì, mi vergogno. Con Tria ho fatto una delle peggiori figure della mia vita, quanto meno ai miei propri occhi. Mi credevo realista ed ero un sognatore. Immaginavo la scena epica di John Doe, l’uomo qualunque, che si erge in tutto il suo metro e mezzo per dire: “Non accetterei nemmeno la corona di re, se poi il mio mestiere fosse quello di portavoce di mestatori capaci di portare alla rovina il Paese. Non pretendete che controfirmi il vostro programma”. Che bella scena. 
Invece era soltanto il mio sogno. Avrei dovuto ricordare che per piegare certe persone non è necessario il fascino del potere, basta la sua apparenza, la sua ombra, il suo profumo. A questo prezzo rinunziano a tutto il resto. 
Tria in latino significa tre. Ed allora si può parafrasare la famosa tripletta alfieriana: “Volli, sempre volli, fortissimamente volli” nella versione di Tria: “Cedetti, sempre cedetti, umilissimamente cedetti”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
10 novembre 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 10/11/2018 alle 11:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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