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POLITICA
9 novembre 2018
UN GOVERNO DI MAGLIARI
Di solito, ognuno è giudicato dal prossimo secondo i suoi meriti o i suoi demeriti. Ma il figlio del conte o del marchese, anche in un’epoca in cui la nobiltà ha la bellezza perenta delle crinoline e delle velette, parte con un pregiudizio positivo. Ci saranno sempre persone che ameranno potersi vantare dicendo: “Il mio amico Alberto, il marchese Della Falce...”
Molto peggio va al galantuomo che abbia avuto la sfortuna di un padre condannato per omicidio. Tutti, parlando di lui, diranno: “Sì, l’ing.Tizio, persona perbene. Ma lo sai che suo padre è stato un assassino?” Insomma, il poverino passerà l’intera vita a smentire di avere ereditato i germi della violenza.
La cosa funziona persino all’indietro. Anni fa non smettevo di sentir pena per il ministro Donat Cattin, pure appartenente ad un partito che non mi era simpatico, il cui figlio era divenuto un terrorista. Il minimo che la gente pensava era: “Ma come lo ha educato? E se non ha saputo governare la sua famiglia, come potrebbe governare un grande Paese?”
A questo genere di pregiudizi m’è venuto fatto di pensare a proposito della discussione fra la Commissione Europea e l’Italia riguardo alle cifre della nostra legge di bilancio, e alle previsioni per gli anni futuri. L’Italia parla di dati ottimistici e l’Europa risponde: “Balle. Le spese saranno maggiori, il deficit sarà maggiore e il debito pubblico aumenterà”. Ed io mi accorgo di credere senza esitazione alla Commissione piuttosto che al nostro governo. Cosa che in un primo momento mi ha fatto vergognare. È come se qualcuno mi avesse detto “Tua madre è stata una donnaccia” ed io, senza la minima indagine, credessi a chi l’ha insultata. 
Ma non sono affatto un anti-italiano chic. Culturalmente sono fiero della mia nazionalità. Arrivo persino ad essere fiero di appartenere alla Magna Grecia, col suo carico di scetticismo, di pessimismo e al limite di cinismo. Se credo più ai funzionari europei che al nostro governo è perché l’Italia, accanto a meriti grandissimi, ha anche caratteristiche negative che sarebbe sciocco negare. Un esempio fra i tanti: la litigiosità, che ci fa quasi odiare i nostri fratelli più dei nostri nemici. Ne ha parlato Dante e ne hanno dato prova le “calate” in Italia di Carlio VIII e Francesco I. 
Una seconda caratteristica nazionale è l’indifferenza ai principi morali. Noi viviamo nella costante angoscia di starci comportando onestamente, mentre la controparte si sta comportando in modo furbesco e ci metterà nel sacco. Questa paura di essere degli ingenui è così forte che, di fatto, ci comportiamo furbescamente e slealmente quando ancora la controparte si sta comportando lealmente. Non è un caso che Niccolò Machiavelli sia stato un italiano. E – attenzione – un italiano che non ha inventato una teoria, l’ha soltanto dedotta da ciò che aveva sotto gli occhi. 
Che a livello nazionale la nostra mentalità sia inevitabilmente furbesca, anche obbedendo all’égoïsme sacré di cui parlano i francesi, lo si è visto prima della Prima Guerra Mondiale, quando l’Italia ha lungamento esitato se allearsi con la Francia o con gli Imperi centrali. La pantomima si è ripetuta prima della Seconda Guerra Mondiale, quando Mussolini ha aspettato un anno per capire chi avrebbe vinto la guerra, per poi allearsi – applauditissimo - con Hitler e ciò malgrado sbagliando. Né abbiamo imparato la lezione se nel momento in cui la Germania la guerra l’aveva tecnicamente persa e gli Alleati la vincevano, noi coraggiosamente dichiarammo guerra alla Germania, sperando di far parte dei vincitori. Come se gli Alleati fossero tutti affetti da demenza senile. E infatti, dopo una resa senza condizioni,  essi ci imposero un trattato umiliante che noi chiamammo Diktat, come se il vincitore – un vincitore che per giunta non aveva preso l’iniziativa della guerra – non avesse avuto tutti i diritti. Ché anzi poteva trattarci anche peggio.
Ma nei decenni successivi non abbiamo cambiato stile. Non si contano le volte in cui l’Italia non ha mantenuto le promesse fatte e in cui l’Europa ha biasimato l’Italia per il suo comportamento. Quante volte, per dirne una, ci siamo impegnati ad abbassare il nostro debito pubblico, e invece esso è sempre aumentato?
La conclusione è semplice: nel momento in cui, in materia di promesse, c’è un contrasto fra l’Europa e l’Italia, io sto risolutamente dal lato dell’Europa. Non perché sia un traditore ma perché tengo conto della lezione del passato. Il governo italiano si crede più furbo di quanto non sia, e crede che gli europei siano più ingenui di quanto non siano. Anche se già lo sono molto. Francamente, non riesco ad immaginare generosi sconti, a nostro vantaggio. Ed io, pur essendo stanco di essere il figlio dell’assassino, non riesco nemmeno a dar torto a chi tratta i nostri governanti da magliari.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 novembre 2018 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 9/11/2018 alle 13:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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