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POLITICA
5 novembre 2018
TRUMP NON COMBATTEREBBE PER SAIGON
Stamani ho improvvisamente pensato che Saigon, ormai da molti anni, si chiama Ho Chi Minh City, e in fondo è una cosa curiosa. In Messico c’è Ciudad Juarez, ma non Ciudad Benito Juarez, e anche Washington porta il nome di una persona, ma non per questo si chiama George Washington City.
Così la mente è andata indietro nel tempo fino ad oltre quarant’anni fa, alla guerra del Vietnam. Allora dissentivo con quasi tutti quelli con cui parlavo e lo faccio ancora. Il rimprovero che mi si faceva allora, e probabilmente mi si farà ancora oggi, era quello di essere cocciutamente filo-americano. Accusa che non mi disturba. Non dimentico che, quando hanno invaso la mia terra, invece di uccidere la gente e stuprare le donne, gli anglosassoni ci hanno distribuito pane e scatolette di carne. E se il mio filo-americanismo mi fa vedere le cose diversamente da molti amici, poco male: può essere una buona occasione per una vivace conversazione.
Della guerra del Vietnam la vulgata universale afferma fondamentalmente due cose: che gli americani la persero e che fu soltanto un errore. Nessuna delle due affermazioni è vera. Gli americani, militarmente, erano infinitamente più forti del Vietnam del Nord e da questo punto di vista non avrebbero mai potuto perdere la guerra. Se non la vinsero, è perché la persero sul fronte interno, quando i cittadini statunitensi non ebbero più voglia di combatterla. Quando cioè l’intera nazione si ribellò contro di essa e contro le bare che tornavano a casa coperte dalla bandiera.
Ma soprattutto: fu un errore? Questa è una domanda che richiede una risposta complessa. Gli americani pensavano che, se si fosse permesso al Vietnam del Nord di conquistare il Vietnam del Sud, si sarebbe ancora allargato l’impero comunista, facendo gemere altri milioni di uomini sotto l’oppressione di un governo affamatore e liberticida. Si parlava inoltre di teoria del domino. Caduto un Paese, a chi sarebbe toccato dopo? Già una volta si è era contenuto l’espansionismo comunista, in Corea, e si tentò dunque di salvare anche il Vietnam del Sud, anticomunista, prospero e indipendente. Saigon del resto non aveva in nessun modo provocato un vicino bellicoso e bramoso di conquista. Da questo punto di vista, si può considerare un errore difendere un galantuomo pacifico ed inerme da un delinquente che l’aggredisce per renderlo schiavo?
L’errore caso mai fu quello di andare a combattere non in un posto in cui possono agire i carri armati e l’aviazione ma in una giungla infida e impenetrabile, in cui un esercito moderno ha più perdite che in campo aperto. Errore di cui l’America fu avvertita inutilmente da un vero competente, il generale McArthur.
Che gli americani avessero visto bene lo provò la fine del conflitto. Quando decisero di staccare la spina, Hanoi fece un solo boccone di Saigon – che ribattezzò Ho Chi Minh City, appunto – e i vietnamiti del Sud furono così felici del cambiamento che cercarono in tutti i modi di scappare dal Paese occupato. Presero il mare, a rischio della vita, su qualunque tipo di imbarcazione (forse fu allora che nacque l’espressione “boat people”), morendo a migliaia nell’impresa. Gli americani avevano giustamente previsto che i vietnamiti del Sud sarebbero stati infelici, sotto il tallone di Hanoi, ed infelici essi furono. Dunque gli americani non sbagliarono la diagnosi. Se un errore commisero, fu quello di farsi carico, a proprie spese e col proprio sangue, di un problema altrui. E il mondo, invece di dirgli grazie, organizzava grandi manifestazioni nelle piazze, per stramaledirli. La guerra del Vietnam fu un errore, ma quello di essere generosi. Un errore che Donald Trump sta ben attento a non commettere.
A volte la storia fa giustizia, magari in ritardo, ma la fa. Il comunismo come ideologia si è sgonfiato e, dove rimane in vita (Cuba, Cina, Corea del Nord) è soltanto uno strumento di potere. Il Vietnam, che doveva divenire tutto comunista, è divenuto tutto capitalista, e si acconcia ad offrire alle multinazionali la propria manodopera a basso costo. Vivendo comunque meglio di quando era ortodosso. Noi possiamo dire che la storia ha pareggiato i conti, ma li ha pareggiati per i milioni di cittadini del Sud che hanno sofferto per decenni sotto il tallone comunista? Tutte le sinistre che hanno esultato per la “sconfitta” americana e la “liberazione” del Vietnam del Sud si sono mai poste questa domanda? Ma, lo sappiamo, quando si tratta di far trionfare la propria bandiera, la caratteristica degli idealisti di ogni pelame è quella di non badare alle sofferenze. Altrui.
Gli americani commisero un errore, correndo in soccorso del Vietnam del Sud, ma fu quello di non essere sufficientemente cinici per farsi gli affari loro. Forse allora erano “dei grandi bambinoni”, come pensavano in molti. Ebbene, sono cresciuti e ora abbiamo a che fare con adulti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
5 novembre 2018 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 5/11/2018 alle 10:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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