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POLITICA
27 ottobre 2018
BISOGNOSI E FURBI
Un articolo di non facilissima comprensione, sul Corriere della Sera(1), pone il problema dei doveri dello Stato nei confronti dei più poveri. In particolare discute se lo Stato debba assicurare un lavoro col quale i cittadini possano procurarsi una vita dignitosa, o se quella vita dignitosa gliela debba fornire lo Stato stesso, nel caso non siano capaci di procurarsela da soli. In sintesi – se ho capito bene – diritto al lavoro o diritto alla vita dignitosa.  
Il diritto al lavoro – contrariamente a quanto crede la maggior parte della gente – non è nella nostra Costituzione. “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”(art.4). In altri termini, riconosce il diritto in teoria ma ammette che in concreto non è effettivo. Un giorno, forse, in un futuro indefinito, chissà. 
Benché la discussione sia dotta e il punto sottile, il problema può essere affrontato partendo da un principio più generale: il dovere della solidarietà. Questa è certamente una bella cosa. Forse è una virtù al pari della lealtà, della pietà, della generosità. Ma dal momento che l’ordinamento giuridico queste virtù non le rende obbligatorie, come mai dovrebbe esserlo la solidarietà, per giunta in concreto?
Quando il Papa esprime solidarietà per le vittime di un terremoto o per i cristiani perseguitati, non dice con ciò stesso che ricostruirà le case dei sopravvissuti o che dichiarerà guerra ai Paesi che opprimono i credenti. In questi casi la solidarietà è un nobile sentimento che non implica un’attività e una spesa. Mentre la solidarietà di cui parla lo Stato ha due caratteristiche che la differenziano dall’astratta virtù: da un lato si materializza in un contributo monetario mensile alle persone sfortunate, dall’altro questo contributo è a carico dei cittadini, inclusi quelli che il dovere di solidarietà non lo sentono affatto. L’esborso infatti è a carico di tutti coloro che – volenti o nolenti – pagano le tasse. Dunque si arriva alla situazione paradossale che molti di quelli che il sentimento di solidarietà lo provano, magari non pagano  niente, mentre molti che non lo provano (e vivono essi stessi in difficoltà economiche) devono pagare per la beneficenza.
Da quanto detto si deduce che il principio di solidarietà è tutt’altro che un’ovvietà. Infatti, secondo quanto riportano le indagini demoscopiche, la maggior parte deglli intervistati è contro, e non a favore del “reddito di cittadinanza”. E di ciò sarebbe bello che il Parlamento tenesse conto, soprattutto in un momento di così gravi difficoltà economiche.
Ma c’è un secondo punto non privo d’interesse. Tutti i provvedimenti in favore di coloro che per qualsivoglia ragione non lavorano, se non limitati e molto esattamente mirati, producono un risultato negativo dal punto di vista economico. La maggior parte delle volte, quando si offre a qualcuno la possibilità di vivere senza lavorare, magari rinunciando a qualche piccolo lusso, quello coglie l’occasione. Ma il Paese si impoverisce. Prendiamo le pensioni baby. Si è offerto a dei cinquantenni la possibilità di smettere di lavorare guadagnando soltanto un po’ meno di prima e molti ne hanno approfittato. La sinistra lo ha fatto per liberare posti di lavoro per i giovani ma, mentre gli anziani ne hanno beneficiato per decenni (e i più longevi ne beneficiano ancora), il fatto che al loro posto siano subentrati altri cittadini non ha compensato la perdita netta di ricchezza. Infatti, mentre prima lo Stato pagava il lavoratore, quando questi è andato in pensione, ha pagato sia lui sia il nuovo assunto. E questi ha certo smesso di cercare un’occupazione produttiva di ricchezza, avendone già trovata una. Dunque la minore ricchezza prodotta è a tempo indeterminato, fino alla morte (trent’anni dopo?) del pensionato. La generosità dello Stato incoraggia i furbi a smettere di produrre e il Paese si impoverisce. Uno Stato demente, mentre vuole mostrarsi generoso, diminuisce la propria possibilità finanziaria di esserlo. 
In questo andazzo c’è un’ulteriore contraddizione. Se lo Stato continua a commuoversi su chi, per scelta o per necessità, vive con un reddito basso, alla fine i più intelligenti si diranno: “Ma se chiunque produce molto è visto come un riccastro immorale, un nemico del popolo e una mucca da mungere, mentre i poveri sono favoriti in ogni modo, io perché non dovrei dimettermi dal partito dei cattivi e iscrivermi al partito dei buoni? Smetterò di produrre e aspetterò che mi mantengano gli altri”. 
Malauguratamente è impossibile. Se tutti si siedono a tavola per mangiare la torta, che cosa mangeranno, mancando chi la produce?
Lo Stato deve soccorrere la gente che veramente lo merita, e non offrire prebende a chiunque produca un’autocertificazione. Magari falsa. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
26 ottobre 2018
(1)https://www.corriere.it/opinioni/18_ottobre_25/principio-solidarieta-51611598-d864-11e8-8a41-5d7293f8c00a.shtml




permalink | inviato da Gianni Pardo il 27/10/2018 alle 8:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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