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POLITICA
26 ottobre 2018
UNA CIVILTA' SENILE
Senile (/s-’nail/) è un bell’aggettivo inglese che significa ovviamente senile ma anche svanito, suonato, affetto da demenza. Quella lingua sembra dire che non si possa essere vecchi senza essere rimbambiti e ovviamente a questa affermazione si possono opporre un’infinità di casi storici. Ma non si può negare che la senilità comporti più inconvenienti che vantaggi. 
Ciò vale anche per le civiltà. Quelle giovani hanno un forte impulso vitale: sono attive, coraggiose, innovative, creative. Viceversa le civiltà declinanti e senili non raramente sono vischiose, vili e improduttive. Oppure si prodigano in sforzi nella direzione sbagliata. A volte arrivano al massimo di raffinatezza del loro modello – pensiamo all’ellenismo – ma nel frattempo  i capolavori prima scarseggiano, poi scompaiono. E forse noi viviamo la senilità del nostro modello di vita. Si tratta ovviamente di un’affermazione discutibile, se non addirittura arbitraria, ma val la pena di rifletterci. 
Come dicono i libri di scuola, la nostra epoca è nata con la Rivoluzione Francese. Non perché in quell’occasione abbiano tagliato la testa al re, ma perché quell’evento è stato la consacrazione del Secolo dei Lumi. Il secolo di cui siamo figli. Prima, l’Europa era stata cristiana, poi è stata laica. Prima era stata monarchica e assolutista, poi è stata repubblicana e democratica. Se non nella forma certo nella sostanza. Prima era stata rurale, poi è stata industriale e cittadina. Prima era stata socialmente ed economicamente immobile, poi – con lo sviluppo della scienza e della tecnologia – la vita quotidiana è divenuta totalmente diversa da come era stata in tutti i millenni precedenti, fino ad essere irriconoscibile. A questo bisogna aggiungere l’alfabetizzazione di massa, la prosperità economica e agi che l’umanità non aveva mai visto. Tutto questo ha avuto, come riflesso soggettivo, l’universale convinzione che il progresso fosse inevitabile e costante. 
Purtroppo, giungendo a totale maturazione, questa civiltà ha cominciato a mostrare le sue crepe. È vero che l’umanità dei Paesi sviluppati è sostanzialmente ricca  - anche gli impiegati e gli operai si spostano in auto - ma tutti si accorgono che non sanno più dove andare. Inoltre il ritmo del progresso economico ha rallentato e questo contraddice le aspettative. Non soltanto i giovani rischiano la disoccupazione ma non hanno ideali e perfino le loro speranze sono nebbiose. 
Malgrado un benessere inimmaginabile per i nostri bisnonni, la maggior parte della gente è scontenta. La politica è vista come la sentina della corruzione; si mettono in dubbio le scelte economiche; non si ha fiducia né nella Chiesa, né nella morale, e nemmeno nei sindacat: in Italia la diaspora degli spiriti è universale e demenziale. Si metteìono in discussione perfino la scienza, la competenza, la razionalità, la cultura. I cardini stessi dell’Illuminismo. L’ignoranza e il pregiudizio, che il Settecento quasi credeva di aver debellato,  riconquistano terreno e quasi si vagheggia il ritorno alle caverne.
Questa involuzione spiega l’aridità della produzione artistica e intellettuale. Niente più capolavori nel campo della musica, della letteratura o dell’architettura. Gli artisti, in una sorta di disperazione, cercano il nuovo per il nuovo, sono rassegnati a non essere ammirati dal grande pubblico e si accontentano di sorprendere o di indignare. Pateticamente, si mettono ancora in scena le stesse opere liriche di un secolo e mezzo facambiando i costumi e a volte l’ambientazione, come se le parafrasi (quando non le caricature) potessero sortire arte. Il Ventesimo Secolo, in musica, è stato un disastro. Stiamo ancora a riascoltare Beethoven e Brahms e non ce ne stanchiamo, visti i successori.
Il deserto si estende a tutti i campi. Niente più grandi teorie filosofiche. Nessuna novità in politica. In economia rimastichiamo il liberalismo, il keynesismo  e qualcuno perfino il marxismo. Intellettualmente sembriamo girare in tondo, come asini alla macina. E a questa frustrazione una buona parte dell’umanità reagisce con la sindrome di Erostrato: non sapendo costruire, pensa a distruggere. È tutto un fiorire di “contestazioni”, “provocazioni”, “rotture”, “rifiuti”. Abbiamo tutti il coraggio di uccidere un uomo morto. Lo stesso immoralismo non avanza criticando i valori precedenti, ma ha successo in sé. Gli basta abbattere le regole. Non ci togliamo la cravatta perché è un inutile e fastidioso orpello  (e infatti siamo capaci di rimpiazzarla con orrendi tatuaggi) ma perché la portavano i nostri nonni. E se la tolgono anche i ministri, perché sono anche loro “contro”, come i loro elettori più giovani. E infatti parlano con termini gergali, quando non sgrammaticati, imitando quella televisione che si sforza di sfuggire alla lingua italiana dicendo di un criminale che “ha fatto fuori” il complice che prima è stato “incastrato” dalle prove e poi “beccato” dalla polizia. Oggi si reputa che le 140 parole di twitter siano sufficienti ad esprimere teorie politiche. Il record lo battono quelli del Movimento 5 Stelle che stanno al governo e rivendicano nel frattempo il ruolo dell’opposizione. A tal punto questa è divenuta un mito. 
Non c’è dubbio: la nostra civiltà è “senile” e in attesa di passare il testimone.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
25 ottobre 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 26/10/2018 alle 7:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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