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16 ottobre 2018
CRISI DI CIVILTA'
L’Italia è in crisi. Lo è economicamente e perfino dal punto di vista culturale. Che la sua situazione sia particolare lo si vede anche dal fatto che Wall Street da mesi inanella record, la Germania scoppia di salute economica e Paesi che, fino a ieri, erano in crisi - come la Spagna, l’Irlanda, il Portogallo e persino la Grecia - si riprendono, mentre noi segniamo il passo. Così uno tende a pensare che il nostro sia un caso unico. Ma non è così. Se siamo un caso speciale per il nostro astronomico debito pubblico, non siamo un caso speciale dal punto di vista sociale e politico. L’intera Europa è in crisi di valori. Non soltanto il Continente non crede molto all’Unione, ma non crede più neanche ai partiti e alle ideologie che sono stati la base della nostra vita associata, per oltre settant’anni. Il disorientamento è totale. Gli europei non credono neanche in sé stessi. Come se tutte le strutture, indegne di sopravvivere, stessero collassando e tutti si rendessero conto che è necessario trovare altro. Si vive l’alba di un giorno nuovo senza sapere in che consisterà la sua novità. Addirittura senza nemmeno sapere se poi staremo meglio o peggio di prima. I sintomi sono numerosi.
   La Francia, dopo un momento di disorientamento, ha eletto il Presidente Emmanuel Macron soltanto come un ripiego, per non ritrovarsi l’ex Front National all’Eliseo. Ma già è scontenta di lui. E questa ostilità confina pericolosamente con un disprezzo, che ben difficilmente si poteva sentire per De Gaulle o perfino Mitterand. La credibilità della Quinta Repubblica è a rischio. 
In Germania, i due partiti che hanno dominato la nazione dalla fine della guerra hanno il fiato corto. La SPD addirittura rischia di sparire. Le recenti elezioni in Baviera denunciano la fine della fiducia nell’ordine costituito. Vediamo avanzare partiti pressoché anti-sistema come i Verdi e Alternative für Deutschland e la Merkel presto potrebbe essere un ricordo. È sicuro che la Germania ci guadagnerà? Anche quel grande Paese vuole qualcosa di nuovo, ma è un nuovo migliore del vecchio?
La Gran Bretagna ha avuto tanto poca fiducia nell’Europa da lasciarla. Poi magari si è accorta di non aver fatto un affare, ma quel voto, se ha un incerto significato per il futuro, segna un sicuro rifiuto del passato. 
Né migliori e più stabili appaiono le prospettive di Spagna, Austria, Ungheria, Polonia. Per non parlare della Turchia che, pur di cambiare, si dà ad una dittatura a sfondo teocratico. 
In tutta l’Europa è venuta meno la visione del futuro. Per molti decenni avevamo previsto – alcuni con speranza, molti con angoscia – il trionfo del comunismo. I Paesi occidentali nemmeno sapevano se la loro battaglia di retroguardia sarebbe servita ad arrestare la marea montante della Falce e Martello. Poi il comunismo è imploso, ma è rimasta in piedi la fede nel socialismo. Più o meno la stessa teoria economica, ma almeno con la garanzia delle libertà repubblicane. Lo Stato socialdemocratico, col suo generoso Welfare, è stato per tutti un’evidenza priva di alternativa. Ma oggi anche il socialismo è in crisi: lo vediamo in Germania, ma soprattutto in Italia, dove gli sopravvive soltanto la sua caricatura: il populismo. 
Se anche il socialismo agonizza, veramente non sappiamo che cosa rappresenti il futuro. È l’intera società che ha il fiato corto. Tutti parlano di cambiamento - parola magica e vuota, quasi come quell’ologramma di Obama – ma, se tutti vagheggiano qualcosa di meglio, nessuno sa in che cosa potrebbe consistere: essere tutti pensionati, a carico dello Stato?
La disperazione induce l’Italia a tollerare un governo di ignoranti, di incompetenti, di imprudenti, di ripetenti. Che differenza, con la Rivoluzione Francese. Forse allora il popolo non era all’altezza di un’ideologia talmente colta, solida e strutturata, da essere capace di trionfare in tutta l’Europa anche dopo Waterloo. Che differenza, con la Rivoluzione Russa. Anche allora dei rivoluzionari di professione sognarono di realizzare un’utopia, quella di Marx. E sacrificarono ad essa la prosperità del Paese e perfino la vita di milioni di persone: tanto forte era la convinzione di essere nel giusto. Ora invece l’Europa non sa più a che santo votarsi. La plebe – una plebe in automobile – pretende il nuovo subito, anche se non sa in che consisterà, e non esita a far rovinare l’edificio che per tanti decenni l’ha protetta dalle intemperie.  Così il povero Candide, che ormai desidera soltanto coltivare il suo giardino, comincia a temere che la follia umana non lo lascerà in pace nemmeno lì. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 16/10/2018 alle 5:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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