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POLITICA
13 ottobre 2018
SOFFRIAMO TUTTI DI ANACICLOSI
Narra un’antica favola che le rane chiesero a Giove un re, e il padre degli dei gettò nel loro stagno un pezzo di legno. Le rane furono presto scontente. Che re era, quello, sempre inerte e incapace di qualunque reazione, perfino se gli saltavano addosso? Così insistettero di nuovo con Giove per avere un re diverso e il dio gli inviò un attivissimo Serpentone, che cominciò a far strage delle rane. 
La favola illustra bene un fenomeno costante dell’umanità che, a mio parere, dipende dalla durata della vita umana. Se, invece di vivere ottant’anni (quando va bene), gli uomini vivessero due o trecento anni, avrebbero il tempo di fare molte esperienze e di perdere molte illusioni. Invece la brevità della loro esistenza fa sì che dinanzi alle difficoltà si mettano a sognare soluzioni che i loro progenitori hanno già assaggiato, magari vagheggiando la condizione in cui si trovano i loro nipoti scontenti.
Ma questa è la scoperta dell’acqua calda. Già i pensatori antichi, a partire da Erodoto, Platone ed Aristotele, fino a Machiavelli, e credo anche Montesquieu, hanno pensato che gli uomini passano da un tipo di regime all’altro, per ricominciare poi dal primo. In base alla sistemazione finale di Polibio, ogni tipo di governo si corrompe e conduce al seguente, secondo uno schema circolare chiamato “anaciclosi”. Questa parola fa pensare ad una malattia, ed effettivamente è una malattia dell’umanità. Si parte dalla monarchia, dove comanda un singolo per il bene di tutti. Infine questo regime si corrompe divenendo tirannide e arriva il momento in cui il tiranno è esautorato.  Subentra l’aristocrazia, che magari da prima governa bene, ma poi si corrompe in oligarchia, finché non si passa alla democrazia, che purtroppo si corrompe anch’essa divenendo oclocrazia (governo della plebe). Infine si arriva all’anarchia e gli uomini, anelando ad uscire da questo caos, si affidano ad un uomo forte. E il ciclo ricomincia.
Se gli uomini vivessero tanto a lungo da sapere che il regime ideale non esiste, sarebbero meno inclini al cambiamento, e questa parola insulsa non avrebbe il fascino che ha oggi. Infatti non sempre cambiamento significa miglioramento, e il rimedio del ghiaccio non è il fuoco. Per questo non bisognerebbe indignarsi troppo per i difetti della democrazia. Essa sarà pure piena di inconvenienti ma, vista l’alternativa, meglio tenersela. Né bisognerebbe indulgere troppo nel rispetto della maggioranza, perché, se governa la plebe, si va al disastro. Di Maio e Salvini sparano ogni giorno enormità che convincono la grande massa e indignano le persone colte, l’élite disprezzata cui un giorno si tornerà col cappello in mano. 
Come si può pensare di governare un grande Paese, seguendo le indicazioni delle bettole e dei mercati rionali? Questo andazzo sembra la preprazione di quella crisi e di quella reazione che potrebbero portarci al caos.
Chi sogna la democrazia diretta non ha idea dei guasti che potrebbe produrre. Il governo moderno deve guidare la nazione per il bene del popolo, e non secondo le indicazioni del popolo. Il popolo non è abbastanza qualificato a darle. Perché in questo caso sarebbe come se il medico, visitato il malato, gli prescrivesse poi la cura che il malato stesso gli ha indicata. Il medico ha il dovere di cercare di guarire il suo cliente, non di farlo contento sul momento. Se poi non ce la fa, il malato può cambiare medico e il popolo può cambiare maggioranza. Ma le regole dell’arte vanno comunque osservate.
Né si può citare, in favore della democrazia diretta, l’esperienza della Grecia antica. Innanzi tutto perché la polis era spesso poco più di un’odierna cittadina, non un’enorme Paese di molti milioni di abitanti. Poi , pure se è vero che tutti i cittadini partecipavano alla boulè, all’assemblea, è anche vero che non vi partecipavano le donne, gli schiavi e gli abitanti del contado. Sicché, in fin dei conti, la democrazia diretta era la democrazia degli uomini di città, i più interessati e i più informati. Mentre nella democrazia diretta attuale, per ipotesi via telefonino, voterebbero cani e porci, per esprimerci come farebbe Salvini. Inoltre, dal momento che le conseguenze delle decisioni prese dall’assemblea si ripercuotevano pressoché immediatamente sulla città, tutti imparavano il dovere di essere responsabili. Invece, quando lo Stato è un’organizzazione immensa, la gente ha la sensazione che esso sia onnipotente: e ciò dà lunga vita alla demagogia. Per giunta la gente non impara molto dai propri errori, perché lo Stato, estraneo e lontano, è il colpevole di tutto, sempre. Come se la sua politica non l’avessimo determinata noi, col nostro voto. 
Ma non c’è speranza. Gli uomini fanno esperienza soltanto per passare da un errore all’altro, secondo lo schema dall’anaciclosi . Dunque gli italiani devono assaggiare le conseguenze dell’incompetenza e della demagogia, per apprezzare al loro giusto valore dei professionisti della politica come Andreotti. 
Uno vale uno? No. A volte vale zero, a volte vale un milione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 13/10/2018 alle 17:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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