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POLITICA
9 ottobre 2018
LA RICOTTA DI SALVINI E DI MAIO
Di fronte all’incredibile, temeraria posizione dei due leader dell’attuale maggioranza, i giornalisti e i politologi si scervellano per trovarvi una logica. Secondo alcuni di loro tuttavia il progetto sarebbe chiaro. Si tratterebbe di cambiare il quadro socio-economico passando, dall’austerity e dal pareggio di bilancio imposti dall’Europa, ad una franca scelta di deficit spending key­nesiano. Keynesiano, ovviamente,  come l’intendono i molti che considerano Keynes il profeta della finanza allegra: grandi sussidi e grandi investimenti, senza curarsi del debito pubblico e della reazione dei mercati. 
Diversamente da come un tempo qualcuno ipotizzava, secondo le inten­zioni dei duumviri, questo risultato dovrebbe raggiungersi senza uscire dall’euro. Bisognerebbe semplicemente vincere le elezioni europee dell’anno prossimo – insieme con gli altri partiti populisti – per poi svuotare dall’interno i poteri dell’Unione Europea. Ottenuto questo risultato, i trionfatori potrebbero finalmente ridare ai singoli Stati completa libertà di azione.  E se poi, nel compiere questa manovra, si provocassero gravi contraccolpi economici (più o meno fino al disastro) si potrebbero sempre indicare Bruxelles e i mercati come colpevoli di tutto. Si sa, il “nemico esterno” - soprattutto un nemico che diligentemente si indica come tale da anni - rappresenta il più sicuro alibi del­le dittature. Non più tardi di ieri, quando lo spread ha ampiamento superato i trecento punti, Salvini ha detto che tutto ciò è “colpa degli speculatori”. Que­sti nuovi barbari immorali, infatti, invece di occuparsi soltanto di carità, come sempre hanno fatto tutti i loro predecessori, pensano a proteggere i loro ca­pitali e a ricavarne qualcosa. 
La teoria è suggestiva, cinica e, per dirla tutta, un po’ folle, ma proprio per questo merita di essere presa in considerazione. Un competente potrebbe  esaminarne accuratamente gli sviluppi e i vantaggi (if any) ma il profano può facilmente consolarsi dei propri limiti osservando che forse essa urta, sin da principio, contro una facile obiezione. 
 Nella favola  di “Pierina e la ricottina” (probabilmente “traduzione” della fable di Jean de la Fontaine, “Perrette et le pot au lait”) Pierina va al mercato fantasticando di  vendere la sua ricotta e poi, di affare in affare, di arricchirsi. Purtroppo inciampa, la ricottina finisce per terra e tutti sogni vanno in fumo. Quando è aleatoria la base di partenza , figurarsi gli esiti finali.
Il piano  attribuito a Matteo Salvini e Luigi Di Maio è in realtà meno plausi­bile di quello di Pierina. Nella favola la ragazza qualcosa da cui partire effetti­vamente ce l’ha: la ricotta. E, se non avesse inciampato, l’avrebbe effettiva­mente venduta. Nella realtà italiana, invece, manca proprio la ricotta. Ad am­mettere che il piano dei famosi dioscuri fosse perfetto come un’automobile appena uscita dalla fabbrica, ci sarebbe ancora un problema: il serbatoio è vuoto. Un generoso deficit spending dipende infatti da una condizione essen­ziale: disporre del denaro da spendere. Ma – dirà qualcuno – se si parla di deficit spending è proprio perché non si ha il denaro da spendere. Ed è vero. Ma ciò significa anche che rimane il problema di come procurarselo.  E per far questo ci sono soltanto due strade.
Un Paese che dispone della propria sovranità mone­taria, può stampare moneta e provocare inflazione. Purtroppo le conseguenze di questa opera­zione sono tutt’altro che indolori, soprattutto per i più poveri, e comunque, poiché nel piano di Salvini e Di Maio è previsto che si rimanga nell’euro, per noi ri­mane soltanto la seconda strada: ottenere un prestito. Ma per fare debiti non basta la volontà di farli: bisogna trovare qualcuno che ci faccia credito. E non sempre lo si trova. Ne fa già l’esperienza qualunque disoccupato che si rechi in banca a chiedere un mutuo.
La realtà è diversa. Se l’attuale maggioranza continua così pervicace­mente ad allarmare i mercati, arriverà fatalmente il momento in cui non sol­tanto nessuno ci concederà prestiti per nuove, grandiose spese, ma ci verrà negato persino il necessa­rio per rimborsare i titoli in scadenza. 
Se questo è il piano di Salvini e Di Maio, è veramente inge­nuo. Loro pen­sano a spendere come ubriachi dopo le elezioni di maggio, io temo che le agenzie di rating declassino i nostri titoli a livello spazzatura (non nell’altra vita, alla fine di ottobre), e a quel punto la ricotta sarà sparsa per terra.
Questa politica, piuttosto che di deficit spending, mi sembra di deficit in­tellettivo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
9 ottobre 2018



permalink | inviato da Gianni Pardo il 9/10/2018 alle 8:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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