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POLITICA
5 ottobre 2018
QUELLA MORTE SI POTEVA EVITARE
La persona che mi è più cara ha mille qualità ma è una perfezionista. E questo è un difetto anche se, come avviene per certe ostriche, la malattia può trasformarsi in perla. Il perfezionista infatti può dare fastidio, ma in compenso è efficiente, accurato, affidabile. E gliene viene parecchio lavoro. Insomma, è la principale vittima della sua tendenza  e gli altri ne beneficiano più che non ne soffrano.
Se gli italiani fossero in maggioranza perfezionisti, le cose andrebbero meglio. Purtroppo da noi c’è soltanto una maggioranza di persone che la perfezione la esigono dagli altri. E non si sa con che nome chiamarli: esattori, creditori, cocchieri con la frusta, aguzzini? Per il momento usiamo il termine “perfettini”. 
Ammettiamo che un tizio abbia un incidente e venga trasportato d’urgenza in un Pronto Soccorso affollato, caotico, affannato e in buon misura inefficiente. I dottori si occupano del malcapitato, ma questi muore. Che cosa penserebbe, la persona di buon senso? Che, chissà, in un Pronto Soccorso meglio organizzato, o con un dottore geniale come il dr.House della serie televisiva, forse si sarebbe salvato. Purtroppo è stato sfortunato. Nelle condizioni date, il personale del Pronto Soccorso ha fatto il possibile, ma non ha potuto o saputo fare di più e di meglio. 
Che cosa pensa invece il perfettino? Esattamente quello che il giorno dopo diranno in televisione e scriveranno i giornali. Ecco il coro: “Con un intervento più adeguato quella morte si sarebbe potuta evitare”. E nessuno si fermerà a questa constatazione tra l’ovvio e il malevolo. Lo stadio seguente è automatico. Se non si è salvato, e si poteva salvare, chi non lo ha salvato? Chi avrebbe potuto salvarlo? Con quale rimedio, con quale tecnica, con quali strumenti? E dopo che tutti si sono messi alla ricerca del pelo nell’uovo, se lo trovano, rimproverano a chi ha concretamente agito di non essere stato perfetto. Di non avere curato il malcapitato come avrebbe fatto a pagina 813 l’autore del famoso testo di traumatologia che un esperto ha citato. 
E non finisce qui. Che cosa dice il codice? Che se un evento si verifica per “imperizia”, si è penalmente responsabili. In questo caso responsabili di omicidio colposo. E i medici potranno essere condannati per questo reato. Tanto che oggi le loro assicurazioni per la responsabilità civile hanno cifre da capogiro.
E tuttavia chiediamoci che cosa sia l’imperizia. Io guido passabilmente bene l’automobile da oltre sessant’anni. Sono “perito”, in questo campo? Direi di sì. Ma non credo che saprei cavarmela con un’auto di Formula 1. E allora, sono perito o imperito? In realtà perizia non significa perfezione, significa saper fare qualcosa normalmente bene. Insomma “a regola d’arte”, non a “capolavoro di quell’arte”. A tutti si può richiedere di camminare, ma non ci si può aspettare da tutti che sappiano camminare sulla corda. 
I perfettini – e i magistrati a rimorchio dei loro pregiudizi – si chiedono con la massima calma, e col soccorso di tutti i possibili sussidi tecnici della professione in questione, se si poteva fare qualcosa di più, di diverso, di meglio. Se il migliore dei competenti in quel campo avrebbe fatto la cosa giusta. Non importa in che condizioni abbia agito l’’interessato, in concreto. Non importa quanto tempo abbia avuto per decidere. Non importa neppure se è stato pagato malissimo, per quel lavoro gravoso e stressante: se quella morte “si poteva evitare”, quell’uomo è colpevole di non essere stato perfetto. Perfetto come l’ideale platonico del supercompetente che si fosse trovato al suo posto. Lo dice anche pagina 943 di quel Trattato.
La pericolosa tendenza attuale è quella di non considerare l’umanità di nessuno, salvo la propria. Atteggiamento preoccupante, crudele, e soprattutto stolto. Perché conduce ad una severità spropositata nei confronti degli altri e ad una capacità di perdono altrettanto spropositata nei propri confronti. Col risultato finale che, per quanto li riguarda, tutti si sentano maltrattati e condannati ingiustamente, mentre poi si sentono vittime di grandi ingiustizie e grandi prevaricazioni da parte degli altri, che non hanno fatto il loro dovere.
Viviamo immersi fino al collo in un oceano di accuse di tutti nei confronti di tutti, tanto che, se avessimo più buon senso, ciascuno di noi dovrebbe vigorosamente rifiutare la possibilità di essere indicato come “colui che ha agito”. Perché contro colui che ha agito opera in permanenza un Comitato di Salute Pubblica che ne chiede la testa. E non raramente la ottiene. Infatti, prevedendo l’imprevedibile, pensando l’impensabile e facendo l’impossibile, “quella morte si poteva evitare”. Se una moglie chiede al marito di comprarle le sigarette e quell’uomo, uscito in automobile, muore in un incidente stradale, dal momento che fumare fa male ed è quasi immorale; dal momento che chiedere agli altri di fare ciò che si può fare da sé è sfruttamento; dal momento che per un capriccio un uomo è morto e quella morte si poteva evitare, un giorno o l’altro vedremo quella signora accusata di omicidio colposo. Anzi, siamo più precisi: del gravissimo e nuovo omicidio stradale.
Non se ne può più. Siamo immersi nella mentalità degli anni intorno al 1792. Molte cose non vanno bene, siamo in pericolo, bisogna trovare e punire i colpevoli. Chi ghigliottiniamo, oggi?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
5 ottobre 2018



permalink | inviato da Gianni Pardo il 5/10/2018 alle 8:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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