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POLITICA
2 ottobre 2018
LA SPESA IN DEFICIT, TECNICAMENTE
Un articolo del Corriere della Sera(1), a firma Federico Fubini, malgrado qualche oscurità per un incompetente come me, è veramente interessante. Tanto che provo a pre-digerirlo per gli amici.
Si tratta di spiegare i ragionamenti che hanno spinto i due partiti al governo a correre il rischio di aumentare il deficit fino al 2,4% del Pil per tre anni e vedere quanto siano plausibili. Per prima cosa vediamo in che modo dovrebbe fun­zionare la prevista manovra economica , secondo il ministro Giovanni Tria, recentemente e improvvisamente convertitosi al partito della spesa. Scrive Fubini: "Tutto si fonda su un'equazione: aumentare la spesa pubblica per consumi e investimenti dovrebbe generare crescita". E fin qui siamo all'apodissi. Sappiamo che questo principio, una volta che sia meglio precisato, corrisponde alla teoria di Keynes. Ma nessuno può dare questa teoria per sicura, per quanto riguarda i risultati. Di fatto, spendendo (denaro preso a prestito) per rilanciare l'economia, la spesa è sicura, il rilancio dell'eco­nomia no. E infatti la cattiva interpretazione di Keynes è alla base della creazione del nostro stratosferico debito pubblico.
Inoltre, secondo Tria, questa manovra non dovrebbe far aumentare il rapporto deficit Pil. Infatti "A sua volta l'aumento del Prodotto interno lordo (Pil) in proporzione contiene il deficit e fa scendere il debito". E qui bisogna chiarire. Il Pil, prodotto interno lordo, viene di solito definito "l'insieme della ricchezza prodotta dal Paese nel corso di un anno". Purtroppo (non so chi ne sia il colpevole) si è deciso che fa parte della ricchezza del Paese ciò che lo Stato spende. An­che se è denaro sprecato. A me sarebbe sembrato che la ricchezza fosse la produzione di beni e servizi, per così dire la creazione di denaro, non il momento in cui lo si è speso, soprattutto se lo si è speso dopo averlo preso a prestito. Perché, direbbe Bertoldo,  chi si indebita, dopo è più povero, non più ricco, Ma ho ovviamente torto. Dunque Tria, nel dire quello che dice, ha formalmente ragione. Se si ha un debito (D) di 100 e un Pil (P) di 100, il rapporto è 1. Se poi lo Stato prende a prestito 10 e li spende, il Pil diviene 110, il debito aumenta di 10, e dunque 110D/110P, rapporto ancora 1. Applausi. Quello che Tria non considera è che, in termini assoluti, il debito prima era cento e poi centodieci. E se qualcuno dubitava che quello Stato potesse restituire cento, figuriamoci quanto sarà rassicurato all'idea che ora deve restituire centodieci.
E infatti Tria sostiene che il vantaggio della manovra che ha così inaspettatamente abbracciato è che l'economia va molto più forte, sicché il Pil dovrebbe au­mentare più che proporzionalmente al denaro speso. Prima 100D/100P, poi non 110D/110P, ma 110D/120P. Scrive infatti Fubini che, a parere di Tria, "un aumento della spesa per investimenti dello 0,2% del Pil secondo lui dovrebbe far salire il deficit fino al 2,4% del Pil nel 2019".  "Dunque un'economia più robusta rende, in proporzione, più piccolo il debito pubblico e contiene il deficit al 2,4% fino al 2021". Ma, continua Fubini, "La strategia funziona se le previsioni di crescita si realizzano, altrimenti fa esplodere il deficit e fa salire il debito a livelli pericolosissimi". E, appunto: che cosa garantisce che la strategia funzionerà? Come dicevamo, la spesa è sicura, il rilancio dell'economia no. Soprattutto tenendo presente che "una semplice legge statistica suggerisce che, per centrare gli obiettivi di crescita annunciati dal gover­no, l'Italia dovrebbe correre a ritmi annuali fra il 2,5% e il 4%". Alzi la mano chi ci crede, dopo che "il tasso di espansione medio annuo dal 1995 è [stato] dello 0,5%: do­vremmo [dunque] correre fra cinque e otto volte più del nostro potenziale"
Il governo, secondo Tria, ha comunque previsto un piano B, per il caso che  la manovra non avesse successo: "la risposta del governo sarebbero allora tagli automatici di spesa". E giustamente Fubini nota come sia contraddittorio voler raggiungere lo stesso risultato di risanamento dei conti, oggi ampliando la spesa e domani, nel caso, tagliando le spese. O l'una cosa, dice, o l'altra. Soprattutto dal momento che l'aumento dello spread fa diminuire di valore i titoli pubblici detenuti dalle banche , costringendole ad aumentare i tassi d'interesse da imporre ai clienti. Cosa che frenerà la produzione industriale.
Inoltre lo spread tenderà ad aumentare, sia per il peggioramento del nostro debito, sia per la fine del Quantitative Easing, sia perché Tria non è più credibile, come guardiano dei nostri conti. 
Se qualcuno, dopo tutti questi dati, rimane ancora tranquillo, è segno che abbiamo diversi livelli di allarme.
Gianni Pardo
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=399999038_20181001_14004&section=view




permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/10/2018 alle 5:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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