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POLITICA
11 settembre 2018
IL RECORDMAN INVOLONTARIO
Ci sono i furbi e ci sono i fessi. Io vorrei far parte dei furbi, ma di solito non ci riesco. La ragione è che sono troppo orgoglioso per essere furbo. A scuola, per dirne una, non ho mai copiato un compito in classe (salvo qualcuno di trigonometria, per legittima difesa), a costo di avere un voto inferiore a quello che avrei preso dando un’occhiata alla copia di Andolina: quello che andava avanti a base di dieci in tutte le materie. Al supermercato ho pagato scrupolosamente tutto quello che ho preso, anche alle casse “self”. Quando qualcosa è stata gratuita, l’ho risparmiata esattamente come se fosse stata a pagamento. E  ciò perché mi sarei vergognato di fare lo sprecone con i soldi altrui e l’economo con i miei. Se reclamo la mia qualità di fessacchiotto è per dire che tuttavia, per una volta, e con l’attenuante della provocazione, sono stato in grado di restituire allo Stato pan per focaccia. 
Morendo, i miei mi lasciarono un appartamento; un altro lo ebbi con una cooperativa per i lavoratori; il terzo  fu un garage-monovano in cui andai ad abitare quando mi separai dalla mia prima moglie e un quarto lo comprai con la liquidazione. Ero un benestante. Con quello che ricavavo dalle pigioni il mio patrimonio si accresceva e così cominciai a cambiare casta. Non passai, come si potrebbe pensare, da quella dei poveri a quella dei ricchi - infatti, col mio reddito, parecchi ancora si sarebbero lamentati - ma prosperavo perché seguivo l’aurea massima di Dickens: quella per cui bisogna spendere diciannove scellini quando si guadagna una sterlina, piuttosto che ventuno scellini, prendendone uno a prestito. Col secondo comportamento, ai tempi dello scrittore, si finiva in prigione per debiti.
Io cambiai casta perché, senza aver fatto nulla di male, passai dalla categoria degli amici dello Stato a quella dei suoi nemici. Fu in quell’occasione che scoprii che persino la società dei telefoni voleva darmi lezioni di morale. Infatti essa non si limitava a chiedere di essere pagata per i suoi servizi: se volevo un telefono a mio nome in una seconda casa dovevo pagare di più, perché ero ricco e non sarei entrato nel Regno dei Cieli. 
Scoprii pure che dovevo pagare le tasse sulla casa, ma queste tasse raddoppiavano se non la locavo, perché così la sottraevo alla sua funzione sociale. Mentre prima io avevo ingenuamente pensato che la casa fosse mia. Invece appresi che di sfrattare un locatario non se ne parlava neppure. E quando  un mio inquilino non pagò la pigione sin dal primo mese in cui aveva messo piede nell’appartamento, il primo provvedimento del giudice fu quello di concedergli, poverino, un “termine di salvezza”: cioè tre mesi per ripianare l’insoluto. Cosa che quello si guardò bene dal fare e così ottenne un ulteriore termine per pagare. Un termine che comunque utilizzò per altri scopi. Fu solo otto mesi dopo che lasciò l’appartamento, non perché sfrattato, ma perché trovò conveniente, per sue personali esigenze, andare a vivere altrove. Chissà a spese di chi.
Il colmo lo vissi con la legge del ’78, detta (ma soltanto detta) dell’Equo Canone. La pigione infatti non corrispondeva al prezzo di mercato, ma al sentimento di pietà che allo Stato ispirava chi aveva bisogno di una casa. Il proprietario era obbligato a registrare ogni anno il contratto, a sostenere le spese straordinarie e a pagare le tasse anche se l’inquilino era moroso da anni. Doveva perfino pagare il condominio al suo posto. Con la legge dell’Equo Canone, il proprietario che locava una casa ne ricavava soltanto fastidi. Cosicché lo Stato ottenne quello che non avrebbe potuto ottenere con un sequestro: costrinse i proprietari a vendere tutto. E mentre prima chi cercava una casa da prendere a pigione la trovava, poi non la trovò più, e dovette impiccarsi ad ogni sorta di mutuo per comprarsela. Oggi abita in casa propria l’80% degli italiani. 
Vendetti male, subii qualche perdita in Borsa dall’investimento del ricavato, ma non mi lamentai. Infatti non mi rodevo più il fegato con gli inquilini, il fisco e i magistrati. Con sorpresa scoprii pure che in questo modo avrei risalito la china delle caste. Lo Stato non era più il mio nemico. Da povero gli ero divenuto simpatico. E non immaginavo quanto. Infatti appresi che esso offriva la possibilità di mettersi in pensione a qualunque età - e quasi con l’equivalente dell’ultimo stipendio - se soltanto avessi lavorato per vent’anni. Rimasi commosso. Non avrei mai immaginato un simile cambiamento. Sembrava quasi che il Leviatano mi conoscesse personalmente e sapesse che avevo soprattutto bisogno di pace, di serenità, di solitudine. Magnanimo come il Re Sole, il bestione mi “pensionava” perché mi dedicassi alla mia attività di artista ignorato.
Da prima non credetti a questa manna. Non può essere, mi dicevo. Devo aver capito male. Non si può caricare un simile peso su chi lavora e sulle generazioni future, solo per favorire sfaticati magari men che cinquantenni. Ne parlai ai colleghi, insistendo sul fatto che quella legge era demenziale. Gli facevo notare che non andando a lavorare si sarebbe risparmiato in benzina, riparazioni, scarpe e vestiario, tanto da compensare ciò che si sarebbe percepito di meno come stipendio. Ma tutti mi guardavano stupiti. Mettersi in pensione? Non ci avevano mai pensato. Forse non avevano mai pensato in assoluto. 
Il risultato delle indagini fu che non c’era sotto alcun trucco e che forse, non accettando il suo regalo, avrei fatto uno sgarbo al migliore dei miei amici. Così, per una volta, passai dalla schiera dei fessi a quella dei furbi, divenendone il recordman. Mi misi a riposo a cinquant’anni e da allora percepisco una pensione che non sarà “d’oro” - dunque di Maio non la toccherà - ma è largamente sufficiente per qualcuno che considera un esempio di lusso il pane e il gorgonzola.
Con tenera sollecitudine, ora che siamo amici, lo Stato mi ha largamente compensato delle amarezze inflittemi quando mi credeva un ricco, mi ha più che restituito il denaro che mi ha fatto perdere con gli appartamenti e mi ha consentito quella vita contemplativa cui aspiravo. 
È rimasta soltanto l’ombra di un dubbio: costituisce circonvenzione d’incapace imbrogliare con le sue stesse leggi uno Stato imbecille che tuttavia, prima, aveva provato a fregami?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



permalink | inviato da Gianni Pardo il 11/9/2018 alle 8:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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