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POLITICA
4 luglio 2018
IL NETTARE DEL LAVORO
Luigi Di Maio, il nostro Vice Presidente del Consiglio nonché Ministro dello Sviluppo Economico e Ministro del Lavoro (sembrano i titoli di un Vicerè spagnolo) ha battezzato “Decreto Dignità” quello riguardante il lavoro precario. Lo sforzo tende ad ottenere che esso sia trasformato in un contratto a tempo indeterminato. Ma quel Decreto è criticabile a partire dal titolo. Come ha osservato Piero Ichino, ridare dignità al lavoro precario corrisponde a dire che attualmente non ha dignità. Affermazione di cui si è lieti di lasciare l’intera responsabilità a Di Maio.
Da sempre, il lavoro interferisce con i pregiudizi. Per un nobile romano, lavorare con i propri muscoli sarebbe stata una diminutio: quella era attività da schiavi. Nel Settecento i nobili vivevano delle loro rendite e al massimo potevano darsi alla magistratura, alla carriera ecclesiastica o alla politica.
Poi le cose sono cambiate. Con la Révolution il popolo è divenuto sovrano e gli sono state rivolte le piaggerie prima riservate al re. Si è arrivati a dire, senza ridere, che “il lavoro nobilita l’uomo”. Invece esso è soltanto una dura necessità. Gli uccelli passano l’intera giornata a cercare il cibo: li facciamo marchesi? Non bisognerebbe passare, dal lavoro come attività indegna di un gentiluomo, all’esagerazione opposta. Il problema non è se il lavoro sia nobile o no, il problema è se lo si ha o non lo si ha. 
Il Decreto Dignità è probabilmente più sbagliato delle norme che viene a correggere. Che senso ha obbligare il datore di lavoro a licenziare o assumere a tempo indeterminato il lavoratore un anno prima di quanto prescrivessero le norme precedenti? Mentre prima il datore di lavoro, essendo perplesso se assumere o no quel giovane, poteva ancora esitare ancora per un anno, ora la prudenza gli consiglierà di licenziarlo subito. Aumentando così la stessa precarietà. 
Ma tutte queste discussioni non hanno ancora toccato il punto centrale. Se i nostri giovani emigrano in massa per andare a cercare un lavoro all’estero, dove non ci sono le nostre guarentigie, è perché, imparato un mestiere, se perdono il lavoro ne trovano un altro. Ecco la vera dignità. Quando la domanda di lavoro pareggia l’offerta, il lavoratore ha potere contrattuale. Viceversa, in un Paese in cui non si trova lavoro, la dignità al lavoratore la toglie il bisogno. Il “caporalato” è una piaga, ma i “caporali” troverebbero lavoratori disposti a farsi sfruttare per paghe di fame, se questi avessero un’alternativa?
In un mercato con bassa disoccupazione, sono spesso i datori di lavoro che cercano i lavoratori. E il lavoratore può contrattare la sua remunerazione, perché nessuno lo può prendere per il collo. Mentre in Italia si crede di poter risolvere i problemi economici con sempre nuove leggi. 
Il lavoro è attualmente al centro di una fastidiosa e fuorviante famiglia semantica. Il “lavoratore” è un padre di famiglia stanco e sfruttato. Il disoccupato è una vittima della società. Il datore di lavoro deve assumere dipendenti e remunerarli anche se non ne ha bisogno. Il lavoro è un’astrazione che ha un estremo bisogno di essere regolamentata dallo Stato. Il diritto al lavoro è un’ovvietà, anche se nessuno l’ha mai visto all’opera. Il posto di lavoro, nella Pubblica Amministrazione significa diritto allo stipendio, che si lavori o no. 
Il concetto di lavoro è distorto in tutte le direzioni. In realtà, se il mercato del lavoro fosse libero, gli equilibri li stabilirebbero gli interessati, arrivando a risultati migliori degli attuali. Basti vedere che i lavoratori stanno meglio in Svizzera. 
Qualcuno potrebbe dirmi che in concreto non ho indicato nessuna soluzione. Ma la soluzione è in un cambio di mentalità. Un posto di lavoro si crea quando il datore èdi lavoro ha interesse ad assumere. E dunque è questo interesse che bisogna favorire. Bisogna tassare poco il lavoro e rendere facili sia le assunzioni sia i licenziamenti. Invece attualmente il cuneo fiscale è enorme e tutta la legislazione tende a limitare la libertà del datore di lavoro. Quando non va dichiaratamente contro i suoi interessi. In queste condizioni il problema non ha soluzione. I fiori non dicono alle api: “Voi avete il dovere di venire a visitarci perché occorre impollinare le piante”. Gli dicono semplicemente: “Vi offriamo un ottimo nettare: approfittatene”. E l’impollinazione avviene da sé. I vegetali sembrano sapere meglio di noi come si fanno gli affari. Ma questo è un discorso da bieco capitalista selvaggio e, dal momento che sembro intendermi meglio con i vegetali, me ne torno nella giungla.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 luglio 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 4/7/2018 alle 8:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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