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POLITICA
1 luglio 2018
L'ELETTORATO: DISPERATO, ILLUSO, VOLUBILE
Ieri il “Corriere della Sera” ha pubblicato i risultati di un’indagine demoscopica firmata da Nando Pagnoncelli che riportano le intenzioni di voto degli italiani, con le variazioni rispetto al voto espresso il 4 marzo. Pd, il 4 marzo 14,8%, oggi 18,9%; M5s 32,7%?29,8%; Lega 17,4%?31,2%; Fi 14?8,3%.
Probabilmente, non importa tanto il loro significato evidente – come l’impressionante consenso attuale della Lega, passata da terzo partito a primo partito virtuale – quanto il senso di questi mutamenti.
Sembra evidente che, se gli elettori sono tanto pronti a cambiare partito, perfino passando, nelle intenzioni, dall’astensione al voto o dal voto all’astensione, è perché le ideologie non hanno più presa. L’unico partito stabile, in questo campo, è il Pd: proprio perché è quello con l’ideologia più solida, anche se oggi piuttosto ammaccata. Mentre sembra totalmente svanita la presa di Forza Italia, fondata sull’anticomunismo. 
Ma tutto ciò significa pure che sia i trionfi sia le sconfitte potrebbero essere ingannevoli. Prendiamo FI. Prima gli elettori di centrodestra temevano le tendenze socialiste e collettiviste del Pd, oggi il pericolo “comunista” non esiste più e dunque anche loro, come tutti, guardano ai risultati. E attualmente può esibirli la Lega. Da questo il suo crescente consenso. Ma se questa è l’origine del suo successo, si tratta di un successo che non si può prendere sul serio. 
Chi per decenni ha seguito l’ideologia di sinistra, ha sempre avuto un’idea abbastanza chiara di ciò che avrebbe fatto il suo partito, andando al governo. Quando poi lo ha visto all’opera, è stato più o meno contento o deluso dai risultati ottenuti, ma ha sempre tenuto presente che aveva fatto del suo meglio. E da ciò la fedeltà. Se viceversa il partito non ha un’ideologia e i cittadini lo giudicano esclusivamente da quelli che percepisce come suoi risultati, ne deriva una pericolosa volatilità dei consensi e conseguentemente dei voti. 
L’establishment non aveva capito a che punto il popolo ne avesse abbastanza, mentre la Lega s’è procurata un’immensa popolarità con i suoi atti di coraggio nei confronti del buonismo (privato e statale) e con la risolutezza contro l’immigrazione clandestina. Ma la cosa presenta notevoli inconvenienti. Questo genere di successi non ha effetti durevoli. Il taumaturgo, come sa bene Matteo Renzi, non può limitarsi a un solo miracolo. E purtroppo Salvini non può farne molti altri, perché la maggior parte di essi non sono gratis: richiedono fondi di cui il governo non dispone e non disporrà. Ché anzi – e questo vale per l’intera maggioranza -  prima di realizzare il famoso “contratto” sarà necessario occuparsi dei problemi già esistenti: come realizzare la manovra finanziaria richiesta dai nostri conti, come evitare l’aumento dell’Iva, come redigere la legge di stabilità. 
Ecco il problema. Un popolo che fanciullescamente applaude una certa impresa, quasi credendo che i grandi risultati si ottengano sempre, solo che si si abbia la volontà di ottenerli, come reagirà, quando non ne vedrà altre? Se prima ha attribuito il successo alla risolutezza, poi attribuirà il mancato successo all’irresolutezza.
Non sono giochi di parole. Il popolo italiano è molto, molto insoddisfatto della situazione economica che si è determinata dal 2008. Questo gli ha fatto completamente perdere la fiducia nei partiti tradizionali, tanto che si è rivolto ad un partito non-partito, un movimento sostanzialmente privo di ideologia e capace di promettere tutto e il contrario di tutto, come se ottenerlo dipendesse soltanto dalla volontà di averlo. È una teoria sciocca, ovviamente, ma nel momento in cui Salvini ha cominciato a mettere in atto una parte di quel programma, la gente ha creduto di avere la riprova sperimentale del dogma di partenza: si può avere tutto, purché lo si voglia. E questo spiega anche il sorpasso della Lega rispetto al Movimento, già impastoiato dai limiti del reale. L’uomo di buon senso direbbe: “La Lega fa la mossa, il Movimento non può farla”, mentre l’uomo comune è più spiccio e dice: “La Lega fa, il Movimento non fa”. Dunque io voto per la Lega. Ma le illusioni non resistono a lungo al confronto con la realtà. 
Recentemente gli italiani si sono come ubriacati di speranze e di illusioni, e questa vicenda degli immigranti li ha resi felici, perché è come se gli avesse confermato che le loro non erano illusioni. Ma l’effetto dell’ubriacatura passa, e dopo arriva il mal di testa, la nausea, la gola brutta. Tutta quella sindrome che gli anglosassoni chiamano hangover, i francesi gueule de bois, e noi italiani, con una perifrasi, postumi della sbornia. 
Insomma, l’indagine demoscopica di Pagnoncelli, a mio parere, significa soltanto che gli italiani hanno rinunciato alle ideologie tradizionali (salvo, un po’, per la sinistra) per sostituirle con la rabbia e le illusioni. Pessime consigliere.
Il futuro potrebbe offrire a parecchi politici cocenti delusioni e a noi tutti pericolose avventure.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 giugno 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 1/7/2018 alle 5:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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