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giannipardo@libero.it
POLITICA
25 giugno 2018
FALSI CONCETTI SUI NAUFRAGHI
Da parecchio tempo, quando si parla di diritti e di doveri, si notano evidenti distorsioni del significato di queste parole. La maggior parte delle volte l’intento è quello di far credere che non si tratti della richiesta di un atto di generosità, ma della rivendicazione di un diritto naturale, cui eventualmente l’ordinamento giuridico dovrà adeguarsi, più “riconoscendo” un diritto che “creandolo”.
Prendiamo i “diritti degli animali”. Tecnicamente, le bestie non possono essere titolari di diritti perché non hanno personalità giuridica. Dunque l’espressione diritti degli animali è tanto assurda quanto l’espressione “doveri dei minerali”. Ma – dirà qualcuno - gli animali sono esseri senzienti e chi ama cani e gatti li considera spesso “persone”. Tanto che la sola idea di farli soffrire gli sembra impensabile. Negli ultimi decenni anzi – molto opportunamente - questa sensibilità si è estesa anche agli animali che alleviamo per ucciderli: infatti a suo tempo fu molto apprezzata l’iniziativa di Brigitte Bardot volta ad ottenere che, nei mattatoi, fossero evitate inutili sofferenze alle bestie. 
Nei Paesi civili la sensibilità comune richiede giustamente che sia punito chi maltratta gli animali, ma – ecco il punto – si tratta di imporre nuovi doveri ai cittadini, non di riconoscere i diritti agli animali. E allora perché ci si esprime così? Lo scopo dei sentimentali è quello di invertire l’ordine concettuale del provvedimento. Secondo le anime buone, non si tratterebbe di emanare nuove leggi, ma di riparare n precedente torto inflitto agli animali, calpestando i loro “diritti”. Cosicché chi viola quella norma non è soltanto colpevole di un reato ma, per così dire, ha infranto le leggi della natura.
Tutto falsa le idee in materia di diritto e legittima l’ipocrisia. L’uomo non è un erbivoro. Per milioni di anni ha mangiato animali, dopo averli uccisi in qualunque modo gli capitasse, anche le tagliole. Volerci credere, come specie, buoni come siamo col gatto di casa, è una presa in giro. Quando compriamo il cibo per il micio, del resto, quel cibo contiene la carne di altri animali che, indirettamente, abbiamo fatto uccidere per lui. Inutile chiudere gli occhi. Il gatto è un tale carnivoro che la sua dentatura è fatta soltanto per mangiare carne, e infatti è incapace di masticare checchessia. Dunque è bene non far soffrire gli animali, ma ricordando che, per legge naturale, li abbiamo fatti soffrire per milioni di anni, e ancora oggi, mentre ci sentiamo tanto buoni, mangiamo polli, maiali e buoi che non sono certo morti di morte naturale. 
Purtroppo, la prevaricazione linguistica non riguarda soltanto i “diritti degli animali”. Prendiamo la cosiddetta “legge del mare”. Questa non è una legge naturale, perché le leggi naturali semplicemente non esistono. Se un uomo, cinquantamila anni fa, vedendo un suo simile in difficoltà, lo ha aiutato, non è stato per motivi giuridici ma perché, essendo l’uomo un animale sociale, l’interesse del gruppo è quello di preservare il massimo numero di componenti. Per lo stesso motivo non siamo violenti con i bambini, perché i bambini costituiscono il futuro dell’umanità. Dunque stiamo parlando di istinti: benemeriti, certo, e lodevoli, ma sempre istinti. 
Salvare chi rischia la vita in mare è scritto nel nostro Dna, e sarà magari divenuta una consuetudine sentita come assolutamente doverosa, ma quell’azione non costituisce un atto con valore giuridico finché non rientra nella legislazione. E comunque sotto forma di dovere per il soccorritore, non sotto forma di diritto per chi è soccorso. In caso di naufragio, sono i natanti che si trovano nei paraggi ad avere il dovere del salvataggio, non i naufraghi ad avere il diritto al salvataggio.
Questo concetto deve essere molto chiaro. Se qualcuno non vuole restituirmi il denaro che gli ho prestato, posso rivolgermi al giudice per riottenerlo coattivamente. Infatti ho un “ diritto soggettivo” a quella restituzione. Se, al contrario, denuncio il sindaco per peculato, non ho né il diritto a ricevere la somma oggetto del reato, e neppure il diritto a veder condannato quel politico. Nel perseguirlo per peculato, lo Stato fa il proprio interesse e non ne risponde a me. 
In questo modo è stata tratteggiata una delle differenze fra diritto privato e diritto pubblico. Il diritto penale è diritto pubblico, perché lo Stato non aspetta di ricevere una denuncia per omicidio, per ricercare e condannare il colpevole. Lo Stato – si dice – è il soggetto passivo costante del reato.
Ecco perché parlare del diritto dei naufraghi al salvataggio è un assurdo teorico. E ciò ancor a più forte ragione quando non si tratta di naufraghi, ma di persone che si sono volontariamente poste in pericolo. Le norme che recepiscono nell’ambito dell’ordinamento giuridico i comportamenti derivanti dalla nostra qualità di animali sociali vanno intese cum grano salis. I pompieri sono pagati per spegnere gli incendi, ma se qualcuno appiccasse un incendio solo per godersi lo spettacolo, e poi un pompiere morisse nell’operazione di spegnimento, lo stupido si vedrebbe accusare anche di omicidio colposo (Art.586 C.p.). 
Il naufrago, spiega l’etimologia, è qualcuno che si trova in pericolo perché la sua nave (“nau”) si è rotta (“fragio”), non qualcuno che affronta l’oceano in canoa. In questo caso l’individuo non è in pericolo contro la sua volontà ma secondo la sua volontà. E dunque non è un naufrago. Non si gioca con i paradossi. Se vediamo un uomo che rischia di morire di fame, è normale nutrirlo. Ma se è lui stesso che non si alza dalla sedia per procurarsi il cibo, e pretende di essere nutrito esclusivamente perché ha fame, anche il samaritano non si ferma. 
Cinquanta o cento migranti su un gommone sono dunque dei  naufraghi? Nient’affatto. Infatti hanno preso il mare con un natante che, a parecchie miglia dalla costa, è nelle stesse condizioni di quando l’ha abbandonata. Non hanno fatto naufragio. Potrebbero farlo, certamente, ma quale legge del mare impone di salvare chi potrebbe far naufragio? Se così fosse, le navi da guerra dovrebbero seguire quei velisti che fanno il giro del mondo in solitario. Forse che non potrebbero fare naufragio, anche loro, affrontando le tempeste degli oceani?
L’intera discussione sui migranti considerati naufraghi e sulle “vite da salvare” è una mistificazione. Si tratta soltanto di una pericolosa ma volontaria modalità di emigrazione. Possiamo comprendere il bisogno che spinge queste persone a spendere denaro, ad affrontare sofferenze e rischi alla ricerca di una vita migliore, possiamo anche cercare di aiutarli, ma tutto ciò non impone a noi il dovere del salvataggio, perché non sono naufraghi, né a loro il diritto all’immigrazione, perché un tale diritto non esiste.  
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 giugno 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 25/6/2018 alle 9:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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