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giannipardo@libero.it
POLITICA
22 giugno 2018
LUIGI DI MAIO IN STALLO
Nel giornalismo ci sono gli specialisti, cioè quelli che vi raccontano ciò che normalmente non dovreste sapere. Sono detti retroscenisti. Poi ci sono quelli che fanno conoscere i segreti del Presidente della Repubblica, detti quirinalisti. Quelli che sanno tutto del Papa, detti vaticanisti. E ovviamente i competenti di economia, di finanza, di sport, e dei vari partiti. Cosicché, se uno vuol esprimere la propria impressione rispetto a un personaggio come Luigi Di Maio è indotto a chiedersi se non rischia una magra figura. Infatti può darsi che ci sia anche qualche “dimaista”.
Il giovane Vice Presidente del Consiglio, oltre che ministro con un mucchio di altre attribuzioni (ma gli basta il petto per tutte quelle medaglie?), è comunque un argomento di moda. Sono in molti a chiedersi se reggerà la concorrenza di Salvini. Se non si sia accollato più compiti di quanti possa svolgerne. In totale se non stia scomparendo o addirittura, come scrive qualcuno, “affogando”. Personalmente reputo che la realtà sia molto più semplice. La spiegazione del suo attuale appannamento potrebbe trovarsi non nel suo carattere ma nella realtà obiettiva in cui si è cacciato.
Mentre Salvini ha scelto un ministero nel quale può fare un immenso baccano (addirittura di proporzioni europee) senza spendere un euro, il leader del M5S si è preso una grossa gatta da pelare senza accorgersi che era una tigre. 
L’elenco fa spavento. Da un lato problemi irrisolti e irresolubili – a meno di non far la guerra a qualcuno - come l’Ilva e l’Alitalia, dall’altro programmi inattuabili, perché costosissimi. Il Paese si trova di fronte a scadenze che richiedono notevolissimi sforzi. Adempimenti che per giunta, ove fossero assolti, non darebbero speciale popolarità, perché la gente (a torto) li considera scontati da tempo e invece dobbiamo ancora affrontarli. Per esempio il blocco dell’aumento dell’Iva e la manovra che ci ha richiesto l’Europa. Si tratta di circa diciassette miliardi di euro. 
Insomma Di Maio non può far nulla che non gli attiri la popolarità. Se se ne sta quieto, e non fa niente, tutti noteranno che Salvini, a spada sguainata, mantiene le sue promesse, mentre lui è affetto da afasia, se non è tetraplegia. Se si muove, rischia di scatenare un putiferio. Né la gente si accorgerà che sarà già un gran merito se l’Italia supererà l’autunno e il 2018 senza particolari danni. Perché, mentre il Paese galleggia a stento, tutti discutono della rotta e di quanti nodi facciamo all’ora. 
Forse il giovane Luigi è stato veramente vittima della sua ambizione. Prima ha insistito fino ad esasperare tutti (incluso il Presidente Mattarella) sul suo preteso diritto di essere nominato Presidente del Consiglio; poi, mancato l’obiettivo per una sorta di referendum negativo sul suo conto, ha cercato di arraffare quante più cariche ha potuto, senza accorgersi che si dava la zappa sui piedi. Se si fosse limitato al ruolo di Vice Presidente del Consiglio, avrebbe potuto essere l’ombra di Giuseppe Conte – un’ombra più consistente del corpo che la proietta – e non avrebbe condiviso gli inevitabili fallimenti della sua maggioranza. Inevitabili perché nessuno può fare l’impossibile.
È difficile trovare una spiegazione del suo comportamento. Forse ha commesso l’errore di credere lui stesso alle promesse che faceva agli elettori. Salvini invece ha lasciato da parte la flat tax, si è impegnato per la lotta agli immigrati clandestini ed ha “affondato” la nave Aquarius. Applausi. Ancora ieri ha avvertito la nave “olandese” Lifeline di non chiedere l’ingresso nei nostri porti, perché non le sarà concesso. O sarà sequestrata. Che cosa può dire, Di Maio, per controbilanciare questi colpi di scena, che cercherà di tenere chiusi i supermercati di domenica, scontentando molte famiglie? O che si occuperà dei ragazzi che portano a casa le pizze? Bollono in pentola problemi finanziari epocali, tanto da seguire ciò che accade a Berlino col fiato sospeso, e ci dovremmo occupare dell’amletico dilemma se aspettare che ci portino le margherite e le fattoresse o andare a prenderle noi stessi?
Francamente, Di Maio si è scelto una parte che avrebbe trasformato in comparsa anche Laurence Olivier, buonanima. Per sua fortuna, neanche Salvini è in una botte di ferro. La questione dei migranti, in un modo o nell’altro, passerà di moda, e alle tremende scadenze economiche che attendono l’Italia non è chiamato a dare una risposta soltanto il Movimento 5 Stelle. E l’alternativa è senza scampo. Se ambedue i partiti riconosceranno di non poter far nulla, saranno disprezzati dagli elettori. Se ognuno cercherà di dare la colpa all’altro, gli italiani, salomonicamente, daranno il torto a tutti e due. E tutto ciò sempre che non si scateni qualche tempesta finanziaria, monetaria o comunitaria, che ci farà chiedere come abbiamo fatto, per tanto tempo, a ballare sereni, scambiando quell’iceberg per un ghiacciolo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 giugno 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 22/6/2018 alle 11:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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