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24 maggio 2018
CURARSI COL VELENO
Il futuro è inconoscibile ma è figlio del passato. Guardando all’Italia di oggi, si identificano cause obiettive che rendono inevitabile un dato futuro? 
Il genio nazionale indurrebbe all’ottimismo. Gli italiani sono svegli, grandi lavoratori e accettabili cittadini. Messi nelle condizioni giuste, sono capaci di fare miracoli. Lo abbiamo visto nei tre lustri successivi al 1944. Purtroppo la mancanza di pragmatismo e l’ignoranza d’economia - inguaribili piaghe nazionali - hanno fatto deviare l’Italia dall’operosa frugalità precedente verso gli ideali fumosi del socialismo, della collettivizzazione e dello statalismo. Così, prima ha divorato quel po’ di grasso che aveva messo da parte, poi ha cominciato a fare debiti, infine è entrata in una interminabile crisi economica. E con questo arriviamo ai giorni nostri.
Da circa dieci anni, il nostro Paese raccoglie il vento che ha seminato. La decadenza della scuola ha portato all’analfabetizzazione di massa. Il sindacalismo a mammut economici insalvabili come l’Ilva o l’Alitalia. L’irrealismo alla voglia di avere la Luna e averla gratis. Poi i nostri uomini politici, convinti di non avere la forza di riportare sulla retta via la ragazzaccia turrita, si sono associati all’Europa, credendo che la severa governante tedesca ci avrebbe rimesso in riga. In realtà l’Italia non è uscita dalla crisi e l’unica novità è che l’Europa è passata da ideale a presunta palla al piede.
Ma tutto ciò non ha fatto rinsavire il popolo. Esso non ha mai abbandonato i suoi ideali di socialismo, collettivismo, keynesismo, e spesa facile. La maggioranza degli italiani si è convinta che, per uscire dalla crisi, piuttosto che cambiare il modello socio-economico, bisognava renderne caricaturali i difetti. Ci siamo messi nei guai facendo debiti, e allora usciamone facendo ancor più debiti. Allontaniamoci dalle politiche economiche imposte dall’Unione Europea e dai trattati sottoscritti. Fine dei vincoli, fine dell’austerità, morte al feticcio del pareggio di bilancio. E con questo siamo al presente. E il bello è che hanno chiamato tutto questo “cambiamento”.
Il programma congiunto dei due partiti al governo è infatti caratterizzato dalla promessa di meno sacrifici e più investimenti pubblici. Per rilanciare un’economia agonizzante si dovrebbero distribuire stipendi e salari, abbassare le tasse ed erogare sussidi più generosi. Insomma incassare di meno e spendere di più, miracolosamente. E poiché per far questo è necessario molto denaro, bisognerebbe contrarre ulteriori debiti. Il programma importa una spesa di circa 110 miliardi per il primo anno soltanto. 
Finalmente siamo in possesso dei dati sui quali ipotizzare una profezia. Una occasionale spesa statale (il famoso acceleratore di Keynes) potrebbe rilanciare l’economia ma l’idea di spendere costantemente più di quanto si incassa è assurda. Keynes non l’avrebbe mai sottoscritta. Fra l’altro da decenni l’Italia ha attuato proprio questa politica di deficit spending e il risultato, invece di essere il boom economico, è stato un debito mostruoso, circa duemilatrecento miliardi di euro (ventitré seguito da undici zeri), e il rischio del default. La spesa in deficit, che già in teoria è un azzardo, nel nostro caso è un esperimento già realizzato, con risultati disastrosi. Il programma del governo dunque non è per il “cambiamento” ma per l’“estremizzazione delle vecchie ricette”.
Poi non bisogna dimenticare che, per fare debiti, bisogna trovare chi ci faccia credito. Se i mercati dubitassero della nostra solvibilità (io ne dubito già) potrebbero negarci nuovi finanziamenti e chiederci di pagare i debiti pregressi. E saremmo al default.
Ma – si dirà – l’Italia è uno Stato sovrano e il denaro può stamparlo. Vero. Se avessimo ancora la lira. Ma abbiamo l’euro, che non è una moneta esclusivamente nostra. Dunque dovremmo uscire dall’euro (con un’inflazione devastante e una disperazione sociale tipo Weimar) oppure ottenere quel denaro dai mercati, cioè vendendo titoli di Stato. E chi dice che i mercati, anche aumentando molto gli interessi offerti, presterebbero denaro a uno Stato indebitato fino al collo? Già paghiamo circa settanta miliardi di euro di interessi l’anno. 
Siamo in bilico. Una mossa sbagliata e le borse ci faranno dichiarare fallimento.
E così si arriva alla profezia. O, alle prime avvisaglie, il governo fa una precipitosa marcia indietro, e si ha qualche speranza di non cadere nel burrone; oppure tira diritto per la sua strada, e presto saremo col sedere per terra. Se andasse così avremmo un’economia disastrata, non potremmo contrarre il minimo debito, dovremmo pagare tutto in contanti e in moneta forte, avremmo una moneta spazzatura e un cambio rovinoso. 
      In fondo, noi vecchi abbiamo soltanto vissuto la Seconda Guerra Mondiale. Una passeggiata.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 maggio 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 24/5/2018 alle 8:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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