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POLITICA
21 maggio 2018
L'ITALIA IMMAGINARIA
Un articolo di Ernesto Galli della Loggia, dal titolo “Un Paese che va rifondato”(1) può lasciare tramortiti. Raramente si è visto un tale insieme di pessimismo e spietatezza, riguardo alla nostra Patria. Ma in quel testo sono contenute moltissime verità e se ne raccomanda la lettura. Anche se si può sorridere dei consigli che l’editoralista dà all’Italia: perché le nazioni non ascoltano nessuno. Vanno avanti, magari verso il disastro, con la sonnolenta potenza di un elefante miope. 
L’Italia ha rimosso la rovinosa sconfitta subita durante la Seconda Guerra Mondiale (da ora WW2) e giustamente l’autore ricorda la vergogna dell’8 settembre e il disastro della guerra civile. Si è voluta costruire un’identità e ritrovare l’onore perduto sulla Resistenza ma si è fatta soltanto retorica e sotto traccia si sono coltivate le divisioni, le fazioni e gli odi. Secondo l’editorialista, dopo quella sconfitta il Paese non ha mai ritrovato né la propria credibilità né il proprio rango internazionale. Un lungo elenco di dolorose verità, ma nessun tentativo di fornirne la spiegazione. 
È vero, azzardare una spiegazione espone al rischio di gravi errori ma gli errori si possono correggere e il tentativo rimane una fonte di riflessioni. 
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All’inizio del XIX Secolo la Francia di Napoleone ha combattuto contro le Coalizioni; nello scorso secolo la Germania di Hitler ha combattuto contro gli Alleati. Nessuno si opporrebbe a questa formulazione e tuttavia c’è stata una notevole differenza: mentre la Francia combatteva da sola contro tutti, nell’ultima guerra la Germania aveva parecchi alleati. Ovviamente l’Austria e l’Italia ma anche, salvo errori, la Romania, l’Ungheria, la Finlandia ed altri ancora. Se questi Stati non sono molto ricordati, è perché l’efficacia militare del Terzo Reich è stata infinitamente superiore a quella dei suoi alleati, e perché, diversamente da Napoleone, Hitler aveva progetti criminali: l’annientamento degli israeliti e la riduzione in schiavitù degli slavi, cose che lo hanno fatto esecrare da tutti fino a farne un simbolo del Male. 
La conseguenza è stata che, finita la guerra, non soltanto la Germania è stata sommersa dal disonore e dalla vergogna, ma persino i suoi alleati se ne sono distanziati. Tutti hanno rigettato su Berlino responsabilità che, pur essendo in massima parte sue, non erano soltanto sue. L’Austria ha dimenticato con quale entusiasmo aveva accolto l’Anschluss e combattuto volenterosamente nella Wehrmacht. Ma mentre l’Austria è stata fino alla fine con Hitler, e si è limitata a rigettare su di lui la responsabilità dei crimini, l’Italia non soltanto ha preteso di non esserne corresponsabile (ed in effetti lo è stata in piccola parte) ma ha preteso di avere combattuto contro la Germania. Di non essere mai stata fascista. E soprattutto di avere militarmente scacciato i tedeschi da metà del Paese. Insomma ha sostenuto di essere stata dal lato degli Alleati e di avere vinto la guerra con loro. Anzi, nel Nord, (quasi) senza di loro. Una simile quantità di bugie non può essere priva di conseguenze.
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Tutti mentiamo, occasionalmente (“Digli che non ci sono”). Ma quando la bugia è enorme, ripetuta e imperdonabile, e tuttavia l’interessato aderisce ad essa con tutte le sue forze, per lo psicoanalista si impone la diagnosi di rimozione.
Eccone il meccanismo. In un accesso d’ira un uomo tenta di uccidere suo fratello, ma in seguito ha tanta vergogna di quell’atto, lo trova talmente imperdonabile e “inaccettabile”, che la sua mente risolve il problema non accettandolo, appunto. La cosa non è mai avvenuta. Quello che raccontano gli altri è falso. Chi tenta di uccidere il proprio fratello è un mostro e lui non è un mostro. 
Le rimozioni hanno conseguenze negative perché la realtà tende sempre a ripresentarsi, sia concretamente, sia inconsciamente, turbando la serenità di chi desiderava tanto eliminare il passato. Chi fonda la propria intera vita su una menzogna, vive nel costante pericolo che la verità debordi e distrugga la sua esistenza.
La Germania non ha commesso questo errore. È uscita dalla guerra distrutta fisicamente e moralmente ma, diversamente da quanto aveva fatto dopo la Prima Guerra Mondiale, quando non capì perché il Kaiser si fosse arreso, ha accettato la sconfitta e soprattutto l’umiliazione morale. La maggior parte delle famiglie aveva subito dei lutti e non aveva nemmeno il diritto di piangere i suoi morti. Anzi doveva vergognarsene: il mondo intero identificava i tedeschi con la Wehrmacht, la Wehrmacht con i nazisti e i nazisti con i loro crimini. 
In questa tragedia nazionale la “Germania Anno Zero” (come suonava il titolo di un film di Rossellini) dimostrò tuttavia il coraggio della verità. Non schivò le accuse. Non cercò giustificazioni. Non ingannò né sé stessa né le nuove generazioni. Ricordo ancora una giovane donna tedesca, all’inizio degli Anni ‘60, che diceva di non poterne più di quanto le avevano riempito le orecchie con le colpe del nazismo e del suo Paese. “Io non ne so niente, io non ero nemmeno nata, e comunque basta, basta!”
La Germania trasformò il suo dolore in espiazione. Quasi dichiarò di meritare le distruzioni, le amputazioni del proprio territorio, e perfino la spaccatura in due della nazione. Si rimboccò le maniche e intraprese in silenzio una ricostruzione che sul momento sembrava impossibile. 
I tedeschi possono andare a testa alta. Hanno riconosciuto i loro torti, hanno pagato il loro debito, sono risorti economicamente e moralmente. Hanno avuto il coraggio di guardare negli occhi la realtà, anche quando era estremamente sgradevole, e la verità è stata catartica. Il passato non è stato rimosso, è stato superato.
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La storia dell’Italia è stata tutta diversa. Anch’essa aveva un’infinità di cose di cui vergognarsi. La dichiarazione di guerra alla Francia, già battuta militarmente e che tuttavia riuscì ad umiliarci sul Moncenisio. L’attacco ingiustificato alla Grecia, che per giunta si risolse in una gigantesca cattiva figura militare. L’impreparazione militare che fece del nostro Paese più una palla al piede della Germania che un alleato. Basti dire che per aiutarci a vincere in Grecia, la Germania ritardò l’Operazione Barbarossa e forse compromise il successo della campagna di Russia. 
Ma il peggio si ebbe nell’estate del 1943, con l’arresto di Mussolini e l’ignobile messaggio badogliano dell’8 settembre. I militari italiani rimasero senza ordini, abbandonati a sé stessi e a migliaia furono fatti prigionieri dagli ex alleati tedeschi. Come non bastasse, sperando di salire sul carro del vincitore, gli italiani pregarono gli Alleati di lasciarli combattere con loro, senza ottenerlo. E comunque presentarono una velleitaria e vergognosa dichiarazione di guerra alla Germania, confermando il tremendo detto tante volte udito all’estero: “Gli italiani non finiscono mai una guerra con gli stessi alleati con i quali l’hanno cominciata”.
Nel Nord i tedeschi imposero agli italiani una scelta: o combattere con la Repubblica Sociale di Salò o essere deportati per lavorare in Germania. Così, per sfuggire all’alternativa, molti si dettero alla macchia. La Resistenza non nacque dalla volontà di combattere una guerra già persa, ma al contrario da quella di salvare la pelle e sfuggire alla deportazione. I partigiani, è ovvio, non influirono minimamente sulle sorti di una guerra che si combatteva con cannoni, aeroplani, carri armati e interi eserciti. E infatti della Resistenza italiana la storiografia mondiale non si è quasi accorta.
L’Italia, malgrado mille colpe, si rifiutò di accettare la realtà. Negò di essere mai stata fascista, fascista era stato il solo Mussolini. Negò di avere perso la guerra, l’aveva vinta insieme agli Alleati. E infatti da allora il 25 aprile di ogni anno festeggia la sconfitta chiamandola Festa della Liberazione. Questa celebrazione è stupefacente: se almeno la liberazione fosse attribuita agli Alleati, si potrebbe capire, ma viene attribuita ai partigiani. I più scrupolosi dicono “con l’aiuto degli Alleati”, mentre degli Alleati la maggior parte non parla neppure. Non soltanto l’Italia non ha perso la guerra; non soltanto l’ha vinta, ma l’ha vinta da sola, militarmente, battendo i tedeschi.
Si potrebbero citare altri dati, ma è già lecito dire che l’Italia ha operato la più grande rimozione collettiva di tutti i tempi. Da decenni l’intera memoria della nazione si fonda su una menzogna tanto vasta e consolatoria quanto incredibile.
Ma le rimozioni, come si diceva, hanno questo, di tremendo, che mentre il soggetto si aggrappa ad esse con tutte le sue forze, la realtà continua implacabilmente a smentirle. E infatti in campo internazionale siamo ritenuti poco affidabili, opportunisti e voltagabbana. Non appena riteniamo che mantenere la parola data non ci conviene, siamo pronti a rinnegarla. Come si vede in questi giorni riguardo agli impegni sottoscritti con l’Europa. Dal punto di vista militare nessuno ci prende sul serio, naturalmente a parte il giudizio sui nostri soldati che, individualmente, non valgono certo meno degli altri, come si vede per esempio in Afghanistan. L’intero Paese pesa poco. L’Inghilterra e l’Italia sono due nazioni simili per territorio, popolazione ed economia, eppure si veda quanto diversa è la nostra autorevolezza internazionale.
Il quadro è sconsolante e noi, per salvarci, continuiamo a chiudere gli occhi sulla realtà. Se uno dice la verità storica sulla Resistenza, è guardato come un traditore della Patria. Se dice che non pagare i debiti è pericoloso (e non per la reazione dell’Europa, ma delle Borse) è considerato un catastrofista. Perfino se dice che per guidare un grande Paese ci vuole competenza, è guardato come un reazionario.
Il fatto che la realtà ci contraddica non ci fa deviare dal nostro corso. Chissà, forse la realtà non esiste. Del debito pubblico possiamo benissimo non occuparci: siamo andati avanti per decenni facendo debiti e non è morto nessuno, perché dovrebbe essere diverso in futuro? Quando vediamo che Bruxelles ci rimprovera di non aver realizzato quanto promesso (a volte anche per ottenere dei crediti) ci indigniamo: “Ma che vogliono, da noi? Perché non si contentano del bel gesto che abbiamo fatto, con quelle promesse?”
Il risultato di questo atteggiamento si vede anche nell’attualità politica. Soltanto in Italia due partiti che probabilmente andranno al governo potevano pubblicare un programma che importa spese per circa cento miliardi, offrendo cinquecento milioni (un duecentesimo) per coprirle. “I soldi si trovano”, si dice. Magari nelle tasche altrui. 
I partiti osano tanto perché sanno che la gente non tiene conto dei fatti. Le Borse continueranno a farci credito indefinitamente e certo non ci faranno fallire. 
Di rimozione in rimozione, abbiamo rimosso l’intera realtà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2018
(1) https://www.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_NAZIONALE_WEB/2018/05/18/1/un-paese-che-va-rifondato_U43490252343216dBC.shtml




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