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POLITICA
14 maggio 2018
LE CAUSE DELLA DECADENZA DELLA SINISTRA
Un baritono, poco dopo aver cominciato a cantare, fu sommerso dai fischi e si interruppe: “Fischiate me? Sentirete il tenore”. Nello stesso modo, prima ho avversato una sinistra statalista e moralista, poi è arrivato il tenore, il M5S, e quasi mi pento dei miei fischi. 
Non riesco ad avere antipatia per persone come Fassino, Franceschini, Chiamparino, Serracchiani, Cuperlo, Martina e tanti altri. Penso che con loro potrei dialogare. Potremmo anche andare a prendere una pizza insieme. E per questo, vedendo quello che gli capita, sarei lieto di poterli aiutare. O almeno capire le cause del loro malessere. 
I giornali non smettono di enumerare i loro torti. Quando le cose vanno male, risorge una sorta d’istinto dell’orda che spinge a cercare qualcuno cui addossare la colpa. Magari un capro da mandare nel deserto. Ma è un esercizio del tutto sterile, soprattutto quando chi ha commesso il misfatto non ne ha tratto alcun utile. Indubbiamente una gran parte dei torti appartiene a Matteo Renzi, ma la sua intenzione non era certo quella di danneggiare il suo Partito. Il suo successo dipendeva dal successo del Pd. Dunque parlare di colpe e di buona fede è fuor di luogo. Storicamente contano soltanto i risultati. E riguardo al Partito Democratico ci si può chiedere: il suo declino dipende dal comportamento dei dirigenti del partito (e in primo luogo di Renzi) o piuttosto dalle sorti della sinistra in Europa?
La sinistra è nata dall’utopismo socialista prima e dal comunismo poi. Ambedue queste dottrine per oltre un secolo si sono battute contro i privilegi e per far avere di più ai poveri. Per un certo tempo, questo riequilibrio è stato giusto (anche se fatale, visto che si è avuto anche in Svizzera) ma una cosa è certa: non si tratta di un percorso infinito. In Italia per decenni ci si è riempita la bocca di “conquiste dei lavoratori”, come se fosse una battaglia eterna, mentre in realtà, se si inclina troppo la bilancia dall’altra parte, si provoca un nuovo squilibrio. Nel campo del lavoro, ad esempio, c’è un momento in cui gli operai, invece di un ulteriore aumento di salario, ottengono il licenziamento, perché la fabbrica chiude. Forse siamo più o meno a questo punto della storia.
Margaret Thatcher, ha detto che “il socialismo finisce quando finiscono i soldi degli altri” e forse forse il disorientamento della sinistra dipende da questo. Una volta ritagliato tutto il ritagliabile, e ottenuto l’ottenibile, la sinistra si è ritrovata a corto di argomenti. L’utopia sociale è stata smentita dall’implosione dell’Unione Sovietica e l’unico tipo di società è rimasto quello capitalista (Fukuyama parlava di “fine della storia”). Il Welfare State ha trovato un limite nel bilancio. Infatti arriva un momento in cui la pressione fiscale rende meno dello sperato, le tasse strangolano l’economia, e la concorrenza estera non perdona. Così ci si sente intrappolati. E si sente soprattutto intrappolata quella classe media che ai tempi di Marx non esisteva ed oggi è  divenuta maggioranza.
Ma all’uomo non si può togliere la speranza e ciò che non possono dare neppure gli scioperi generali, possono darlo i sogni. Ed ecco nascono partiti capaci di diagnosi fantasiose sul presente e di progetti mirabolanti per il futuro. I movimenti non si vergognano delle promesse più irrealizzabili e per giunta le presentano come risarcimenti per la corruzione e l’infingardaggine dei governi precedenti. E chi cerca di resistere a questa marea montante ha il sentimento di combattere un’inutile battaglia di retroguardia. Sensazione che appartiene soprattutto al partito che per tanti decenni si è fatto carico delle aspirazioni del popolo. Quello che voleva dare a ciascuno “secondo i suoi bisogni” – già questa una bella utopia – ed ora si vede battere da una politica gridata da analfabeti politici ed economici. 
Probabilmente il Pd è innocente. La guerra contro la demagogia potrà vincerla soltanto l’esperienza, quando la gente finalmente vedrà che con la mitologia si peggiorano le cose, fin quasi alla tragedia. Quando capirà che ha già ricuperato tutto il ricuperabile. Che ha già consumato fino all’ultimo grammo del grasso che poteva aver messo da parte. E per giunta si troverà a fronteggiare una concorrenza internazionale inconcepibile nell’Ottocento ed anche nel Novecento.
Bisogna aprire gli occhi sulla realtà attuale. Non siamo più i monopolisti dell’alta tecnologia. Oggi combattiamo ad armi pari (e non con pari salari) contro Paesi, come la Cina o la Corea del Sud, che si dimostrano più forti di noi. Noi italiani abbiamo contribuito ad inventare il computer, con l’Olivetti, ma l’Olivetti è fallita, mentre l’India è oggi alla testa del progresso digitale. Noi europei del Sud somigliamo ai ci-devant, quei nobili francesi che non si capacitavano che la Rivoluzione avesse cambiato il mondo. 
Non c’è più spazio per i sogni (o “trippa per gatti”, come direbbe Matteo Renzi). Bisogna rimboccarsi le maniche. L’immigrazione ci disturba ma è anche un avvertimento: questa gente viene da noi perché è disposta a fare quei lavori che noi rifiutiamo, e noi dobbiamo accettare che se l’immigrato del Bangladesh è disposto a pulire le nostre fogne non è perché è inferiore, è perché è povero(1). Ed è tempo di capire che siamo divenuti poveri anche noi. E invece di condannare il razzismo a parole, dovremmo smentirlo con i fatti, sentendoci uguali agli altri.
           Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 maggio 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/5/2018 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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