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POLITICA
3 maggio 2018
IL GOVERNO DEL PRESIDENTE
Se, dopo le prime difficoltà, il Presidente Mattarella avesse cercato di costituire il cosiddetto “governo del Presidente”, tutti avrebbero detto che non aveva voluto esplorare tutte le strade. Allo stato attuale, invece, se deciderà di proporlo, nessuno potrà rimproverargli nulla.
Va segnalato che, malgrado il parlare che si fa di governi di transizione, governi balneari, governi ponte, governi di garanzia, governi di scopo e governi del Presidente, si tratta soltanto di immagini giornalistiche. La Costituzione prevede soltanto un governo che abbia ottenuto la fiducia di ambedue le Camere. Formalmente il Presidente del Consiglio dei Ministri incaricato si presenta alle Camere, espone il suo programma e, se questo programma piace, i parlamentari gli concedono la fiducia. Sostanzialmente – è ovvio - la musica è del tutto diversa.
Il Presidente incaricato in tanto si presenta alle Camere, in quanto abbia già ottenuto la promessa della fiducia. Addirittura, già prima, il Presidente della Repubblica in tanto gli ha affidato l’incarico in quanto egli abbia già dimostrato, salvo sorprese, di essere sostenuto da una maggioranza. Detto di passaggio, è questa la difficoltà contro cui va incontro Salvini, quando chiede l’incarico per “andare a cercarsi i voti in Parlamento”.
Il problema attuale è che non si riesce a mettere insieme una maggioranza. E allora come mai questa maggioranza si dovrebbe costituire, per miracolo, per sostenere il “governo del Presidente”?
Qui si apre il grande libro delle ipotesi. Il Presidente Mattarella potrebbe offrire ai vari partiti un programma minimo; potrebbe proporre di nominare dei ministri di tutti i partiti coinvolti, in proporzione dei loro parlamentari, e chiedere infine, per il bene del Paese, che tutti votino la fiducia a questo governo e lo sostengano per il tempo necessario a portare a termine il programma concordato.
Naturalmente ci si può chiedere se sia possibile formulare quel programma minimo. Se cioè gli attuali partiti in Parlamento siano d’accordo su qualcosa. Bisogna infatti stabilire come comportarsi con l’Unione Europea, quale linea di politica internazionale seguire, come far fronte agli impegni finanziari, come tener fede ai patti sottoscritti e come evitare che scattino le clausole di salvaguardia (in particolare l’aumento dell’Iva fino al 25%). È un’ipotesi ottimistica ma, come si dice, non bisogna porre limiti alla Divina Provvidenza. 
Facciamo ora il caso che il Presidente non riesca a mettere d’accordo i partiti. Ci sarebbe un’ultima mossa, da fare? Anche qui, bisogna distinguere l’apparenza dalla sostanza. 
Apparentemente, non essendoci un accordo neanche per un “governo istituzionale” (ancora una denominazione!) il Presidente dovrebbe sciogliere le Camere e avviare il Paese verso nuove elezioni. Ma nella sostanza gli rimarrebbe ancora una soluzione: potrebbe incaricare una persona di sua fiducia di costituire un governo, con un programma minimo, e mandarlo a chiedere la fiducia delle Camere. Sembra una mossa senza speranza, e tuttavia con essa egli passerebbe il cerino acceso ai partiti. Questi infatti si troverebbero a doversi assumere dinanzi alla nazione la responsabilità di avere provocato lo scioglimento delle Camere, con i possibili danni, anche a livello internazionale, per il Paese.  Inoltre, mentre le direzioni dei partiti parlerebbero di politica, i singoli parlamentari penserebbero che, o votano la fiducia a quel governo, o vanno a casa. E non hanno nessuna garanzia di essere rieletti. Ciò li renderebbe molto proclivi a parlare della saggezza del Presidente, della ragionevolezza del programma, delle necessità del Paese e di ogni altro sacro principio che gli consenta di mantenere il seggio in Parlamento. 
Queste considerazioni pragmatiche consentirebbero inoltre di creare una maggioranza. Infatti le due grandi formazioni, il M5S e il centrodestra, non potrebbero che dire di sì, per non assumersi la responsabilità dello scioglimento delle Camere. E sarebbero la maggioranza di fatto. Esse si direbbero obbligate dal destino e dal rispetto dovuto al Presidente della Repubblica a questa alleanza innaturale e temporanea, ma intanto saremmo usciti dal guado. Il governo, in un modo o nell’altro, farebbe fronte alle scadenze improcrastinabili, e accompagnerebbe la nazione verso una nuova legislatura. Male che vada, ci terrebbe compagnia fino al gennaio dell’anno venturo.
Pd e – forse – Fratelli d’Italia potrebbero cavarsi lo sfizio di votare contro, ché tanto, i loro parlamentari non rischierebbero di perdere il seggio. 
Che tristezza, che la guida di un grande Paese debba dipendere da considerazioni di bassa bottega come queste. Ma ci possiamo consolare con l’idea che attualmente, in Turchia, cose del genere non si potrebbero verificare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 maggio 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/5/2018 alle 12:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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