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POLITICA
2 maggio 2018
BILANCIO SU RENZI
Matteo Renzi ha qualità eccezionali, ma in un certo senso arcaiche. Sin dal suo apparire ha dato l’impressione di essere più un uomo di spada che di toga, come Cesare. Ha suscitato una sorta di entusiasmo - per il suo modo di esprimersi chiaro e semplice - e soprattutto ha fatto nascere grandi speranze per il suo modo risoluto di affrontare i problemi: aggressivo, diretto, ai limiti della brutalità. Molti - anche persone che per età, passato politico e mentalità avrebbero dovuto essere lontanissime da lui - hanno pensato che un simile uomo avrebbe provocato qualche danno e ferito qualcuno, ma l’Italia aveva un grande bisogno di rinnovamento e la frittata non si fa senza rompere le uova. 
Questo quadro gli aprì un grande credito. Quell’uomo sembrava la risposta al lamento di Nanni Moretti, la volta che, parlando della sinistra, gridò: “Con questi dirigenti non vinceremo mai!” Con Renzi rinasceva la speranza di ripresa del Pd e dell’Italia. 
Ma quell’uomo non era Cesare. La caratteristica che l’avrebbe distrutto apparve dapprima come una urticante mancanza di stile. Ma poi l’arroganza, la tendenza a disprezzare gli altri e a farsi inutilmente dei nemici cominciarono a divenire sempre più evidenti, e così la quantità di persone che passava dalla simpatia all’antipatia aumentò costantemente. 
Il senso di tutta la storia divenne chiaro. Renzi aveva risolutezza, coraggio e una bella natura di condottiero, ma non era padrone del proprio carattere. Un po’ come lo scorpione che punse la rana che lo traghettava, facendo morire entrambi. Per ogni azione sbagliata avrebbe potuto dire: “È la mia natura”.
Anche chi è nato per essere un vincitore dovrebbe sapere che, se pure non bisogna fermarsi per paura di farsi dei nemici, bisogna farsi molti amici. Renzi invece, per dimostrare continuamente di essere il più forte, ha ferito tutti quelli che gli stavano intorno fino a creare lui stesso la congiura contro di sé. 
Anche nei rapporti col popolo ha esagerato. Quando cominciò a temere di non vincere il referendum, divenne così insistente, così onnipresente, così importuno - a forza di sbucare da ogni schermo televisivo - da trasformare quella che forse sarebbe stata soltanto una sconfitta in una disfatta epocale. Le stesse folle che l’avevano applaudito, il 4 dicembre del 2016 gli gridarono di andarsene, e tutti si attendevano che sparisse (come aveva promesso) o almeno cambiasse comportamento. Ma lui non poteva farlo. Perché uno scorpione rimane uno scorpione. E da quel momento cominciò ad inanellare soltanto sconfitte. 
Le nubi si addensavano anche per le elezioni del marzo 2018 e, forse ipotizzando un cattivo risultato, il nostro capitano di ventura approfittò del suo potere di segretario (carica strappata col suo ultimo residuo di popolarità) per compilare una lista di candidati che includeva soltanto personaggi a lui fedeli. Così fu sicuro di rimanere padrone, se non del partito, dei suoi eletti.
Le elezioni confermarono le peggiori previsioni. La sconfitta fu di tali dimensioni da costringere persino un uomo irriducibile come lui a presentare le dimissioni. Anche se è vero che tentò di presentarle a modo suo: “Mi dimetto, ma le dimissioni saranno effettive dopo la costituzione del nuovo governo”. Una novità giuridica ed istituzionale, che l’iItalia non tollerò. I fischi furono tali che le dimissioni dovettero divenire subito effettive. E qui siamo al presente. 
 Dopo le elezioni, il Pd si trovò ad essere, per la prima volta, del tutto irrilevante. E qui Renzi dimostrò una grande lucidità. Le due grandi formazioni vincenti non potevano allearsi. Quanto al Movimento 5 Stelle, o non sarebbe riuscito a formare un governo, o avrebbe dato pessima prova di sé. La cosa migliore era sedersi sul bordo del fiume e aspettare. 
Ottima strategia, nella sostanza. E comunque la pattuglia dei suoi personali eletti avrebbe sempre potuto impedire un’alleanza fra M5S e Pd, se mai si fosse profilata. Un risultato che avrebbe ottenuto anche senza mai aprire bocca. Ma la hybris era la sua malattia. Così ha detto e ripetuto, senza che ce ne fosse la necessità, che il Pd non si sarebbe alleato con nessuno. E quando si è profilato un dialogo (privo di sbocchi) col M5S, a quarantotto ore dall’incontro è andato in televisione – RaiUno, prime time - a dire che sbarrava la strada al Movimento. Così ha ottenuto di apparire non come il semplice “senatore di Scandicci” ma come colui che, senza averne l’autorità, guidava il partito dal sedile posteriore. 
Un carattere ai limiti del patologico. Non si era fatto in tempo a dire che stava facendo la cosa giusta che lui ha fatto quella sbagliata. Accelerando di qualche ora una rottura inevitabile ha fatto sì che tutti gliene dessero la responsabilità. L’alleanza era impossibile, ma ora si dice che è stato Renzi a renderla impossibile. Così si è procurato una dose aggiuntiva di odio universale. 
Quest’uomo è insalvabile. Le rare volte in cui ha ragione, s’incarica lui stesso di passare dalla parte del torto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 maggio 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/5/2018 alle 7:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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