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POLITICA
15 aprile 2018
I QUARTI DI SNOBILTA'
Il nobile è condannato ad essere nobile. Già da bambino gli parlano del suo albero genealogico, delle figure più illustri della sua casata e dei suoi doveri di membro di una classe superiore. E questo privilegio è anche un limite. Molte cose che gli altri fanno a lui sono vietate, o potrà permettersele superando le remore della sua famiglia e del suo condizionamento. Perfino quando si tratta di sposarsi, gli altri possono scegliersi chi vogliono, per il nobile la famiglia preferisce che la scelta cada su un altro nobile. Mai dimenticare “chi si è”.
Per rappresentarsi questo quadro il plebeo deve fare sforzi di fantasia, ma il nobile riesce ad immaginare in che modo il plebeo vede sé stesso? A questa curiosità posso rispondere io.
Un famoso aneddoto (forse nemmeno vero) riferisce che una volta Einstein, dovendo riempire un formulario per entrare negli Stati Uniti, alla voce “razza” abbia scritto “umana”. Ma questo perché era tedesco. Se fosse nato in Alabama avrebbe scritto “bianca”. Analogamente io non mi sento un plebeo perché si può sentire tale soltanto uno che frequenta i nobili, come accadeva a Voltaire; uno che vorrebbe frequentarli; uno che, come lo snob, vorrebbe imitarne lo stile e le abitudini. Io invece sono così serenamente plebeo che nemmeno me ne accorgo. 
Non ho complessi d’inferiorità e i nobili mi fanno simpatia. Li immagino (forse romanticamente, pensando a Vigny) portatori di una tradizione e di una cultura che meritano rispetto. Quanto a me, se qualcuno mi sbattesse sul muso i suoi antenati, gli risponderei con la vecchia battuta: “I miei invece risalgono ad Adamo”.
In tutto ciò sono favorito da una totale umiltà di origini. Nonni contadini, forse tre analfabeti su quattro, e nessuna idea dei bisnonni. Perfino con la mia propria famiglia non c’è stato un sentimento di appartenenza. Loro mi volevano un bene normale e anch’io gliene volevo, ma rimanevo separato. Non ho sposato né le loro idee, né le loro abitudini, né niente. Del resto ai miei tempi i bambini erano più autonomi e le famiglie li lasciavano vivere. Così mi sono considerato un essere umano nato casualmente in un posto piuttosto che in un altro, in una famiglia piuttosto che in un’altra. E forse perfino il mio amore per le lingue straniere si spiega così: parlando un’altra lingua ho potuto attuare una diversa “casualità” di venuta al mondo. 
Questa fragilità delle radici spiega perché mi sento italiano, ma non del tutto. Quella nazionalità è soltanto quella che conosco meglio. Il mio mondo non è diviso verticalmente, dalle frontiere, ma orizzontalmente, dal livello mentale. Certi nobili possono vantare quattro quarti di nobiltà, io sono così privo di status che posso vantare quattro quarti di “snobiltà”. Sono senza legami persino come plebeo e dunque non ho doveri verso nessuna classe sociale, verso nessuna convenzione, verso nessun gruppo. All’occasione mi permetto addirittura atteggiamenti da aristocratico con la puzza sotto il naso. Dinanzi a tanta musica leggera contemporanea, dinanzi a tanti spettacoli televisivi, dinanzi a tanto melenso sentimentalismo popolare, storco la bocca con il leggero disgusto di chi si è allontanato da secoli da quel fango.
Che bellezza, non essere nessuno. Che bellezza, non dover rispondere alla famiglia, al parentado, al proprio ambiente. Chi non sente di appartenere a nessuna corporazione non ha superiori. È questo che permise a Diogene di pregare Alessandro di non togliergli il sole. Diogene non considerava sé stesso superiore ai cani, ma proprio per questo non considerava Alessandro superiore a lui. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 marzo 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 15/4/2018 alle 7:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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