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POLITICA
8 aprile 2018
DI MAIO QUANTO MENO È DIVERTENTE
Non ho simpatia per Luigi Di Maio. E tuttavia la lettura dell’intervista da lui rilasciata a “Repubblica” induce a un giudizio più sfumato. In primo luogo si deve ammettere che alcuni dei motivi di biasimo non gli competono personalmente, ma in quanto esponente del M5S. Se un partito non ha un’ideologia, se cambia quella che sembra avere in poco tempo, se ha progetti (e promesse) irrealizzabili, se vuole una cosa e il suo contrario, chiunque cerchi di sostenerne le ragioni passerà per un contraddittorio imbecille. Dunque, ammesso che Di Maio dica qualche sciocchezza in conto proprio, ne dice parecchie in conto terzi. 
Viceversa, malgrado i suoi limiti, dimostra una notevole pratica politica nello schivare le domande scomode. Non so in quale misura le sue risposte siano state modificate o limate, in sede di stesura. Né so se le domande siano state presentate per iscritto, per dare il tempo di rispondere per iscritto. Ma se veramente ha saputo rispondere a braccio a tutte quelle domande, senza scivolare su qualche buccia di banana, tanto di cappello.
Purtroppo, in alcuni casi conferma la poca stima dell’intelligenza degli italiani che il Movimento ha più volte dimostrato. Per esempio l’idea di stilare un contratto con un’altra formazione politica, riguardo ad alcune cose da fare una volta insieme al governo. Ecco ciò che dice il giovane leader: “Ognuno porta le sue idee, il contratto si scrive insieme. Per questo ci sediamo intorno a un tavolo, per ragionare e trovare insieme una sintesi che serva a dare risposte e non a scontrarsi muro contro muro”. A parte il fatto che i muri non si scontrano, la proposta è tanto suggestiva quanto imbecille. In primo luogo, i contratti hanno un senso quando esiste un’autorità superiore che ne può far applicare forzosamente le clausole. Se non restituisco il mutuo alla banca, questa può ottenere dal giudice il ricupero forzoso del suo denaro. Ma se due forze politiche firmano un contratto, in caso di violazione di esso a chi possono rivolgersi?
In secondo luogo, un contratto per l’azione di governo o è di una paginetta o due, e non significa niente perché, essendo generico, si presta ad ogni tipo di interpretazione; oppure è lunghissimo e per ciò stesso discutibile e insignificante, come fu il programma di Prodi. Infine, anche se un partito lo violerà platealmente, poi sosterrà che la colpa è di terzi o anche dell’altro partito di governo, e il contratto non sarà servito a niente. Insomma, quella del contratto è un’idea da bar. L’unica – vaga, molto vaga - garanzia è che i partiti che partecipano all’alleanza abbiano già in partenza linee di comportamento, ideali e programmi simili. Un po’ come il partito socialdemocratico e la Democrazia Cristiana, per fare un esempio. 
Poi la giornalista gli chiede che differenza fa tra contratto e inciucio, tante volte stramaledetto dal M5S. Di Maio risponde: “Le alleanze per anni sono state il mettersi insieme per autoconservarsi e autotutelarsi. Stiamo proponendo invece di mettere al centro solo ed esclusivamente l'interesse dei cittadini. Il contratto è una garanzia in questo senso: dentro ci mettiamo le cose da fare per le persone fuori dai palazzi, e non quelle dentro i palazzi. E quelle cose facciamo”. Aria fritta. Corrisponde a dire “Noi siamo buoni e interessati al bene del Paese, gli altri sono cattivi ed egoisti”. Giudizio ribaltabile più di un impermeabile double face. Senza dire che l’impegno alla realizzazione (“e quelle cose facciamo”) può essere preso sul serio soltanto da chi ha votato per la prima volta.
Interessanti i programmi di Di Maio: “Lotta alla povertà e alla corruzione, il lavoro, le pensioni, un fisco più leggero e una pubblica amministrazione che agevola e non ostacola i cittadini e le imprese. E poi sostegno alle famiglie e naturalmente lotta agli sprechi e ai privilegi della politica”. Poteva anche metterci la soluzione del riscaldamento globale e la realizzazione della pace nel mondo. Costava soltanto una riga in più.
Poi gli si fa notare che il centrodestra si ripresenterà unito dal Presidente Mattarella, allontanandosi così da una prospettiva di alleanza col M5S e Di Maio reagisce così: “Salvini sta scegliendo la restaurazione invece della rivoluzione. Il segretario della Lega in questo modo sta chiudendo tutto il centrodestra nell'angolo. E rischia di condannarsi all'irrilevanza”. Salvini non restaura nulla, perché la Lega e il centrodestra fino ad ora sono stati all’opposizione. Né il M5S è per la rivoluzione. Per questa, Di Maio quanto meno dovrebbe togliersi la cravatta. Infine fa ridere che la coalizione che ha ottenuto il massimo dei consensi si stia “chiudendo nell’angolo”. Uno ricorda ridendo: “Nebbia sulla Manica, il Continente è isolato”.
“È evidente che in Italia si sono inventati una legge elettorale che doveva metterci in difficoltà. Ma resta un fatto: siamo la prima forza politica e quasi doppiamo la seconda”. Primo, inventare non è un verbo riflessivo. Secondo, la prima forza politica è la coalizione di centrodestra. Va bene che il giovanotto non porta gli occhiali, ma quella coalizione è visibile a occhio nudo. 
Gli chiede la giornalista: “Se l'unica strada per andare a un governo fosse un suo passo indietro?” E Di Maio: “Questo Paese ha avuto tantissimi presidenti del Consiglio che hanno preso zero voti dagli italiani. Ora c'è un candidato premier che ne prende 11 milioni e la prima cosa che si chiede è che si faccia da parte?” Eh no, non è quello che gli chiede l’intervistatrice. Non si desidera sapere se sia bello, giusto o morale, che lui si faccia da parte, ma se è una condizione rinunciabile o irrinunciabile per il bene del Paese. Di Maio sarà pure abile, nella schivata, ma bisognerebbe segnalargli che questa è una manovra da vecchio politico, da democristiano, insomma da qualcuno che ragiona come hanno sempre ragionato i vecchi politici. Quelli da cui i “grillini” si vorrebbero tanto diversi.
Repubblica chiede che cosa ci sia nel teorico Def di Di Maio: “Misure per rilanciare una crescita economica sostenibile, rispettosa del benessere sociale dei cittadini, ma tenendo il rapporto deficit pil all'1,5”. Inoltre, bimbi asciutti e mamme felici.
Per concludere, il capolavoro. Dice la Cuzzocrea: “Con le nuove regole lei può decidere tutto, anche sulla guida dei gruppi parlamentari. Siete passati dall'uno vale uno all'uno vale tutti?” E Di Maio: “Non è così. Semplicemente, alcune decisioni spettano al capo politico”. Traduzione: “Uno vale uno, al bar si può scegliere espresso o cappuccino, ma sulle cose importanti decido io”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
aprile 2018
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=370155801_20180407_14004&section=view




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