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POLITICA
7 aprile 2018
ALLE URNE, MA CON UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE
Alle urne, ma con una nuova legge elettorale. Quante volte abbiamo sentito questo ritornello? Infatti moltissimi sono convinti che, se non riuscissimo ad avere un nuovo governo, il Presidente Mattarella potrebbe favorire la costituzione di un governo con l’unico mandato di votare una nuova legge elettorale per andare di nuovo a votare. 
In realtà, a parte il fatto che nuove elezioni potrebbero dare lo stesso risultato attuale, l’idea che si possano costituire governi con uno scopo è giuridicamente inammissibile quanto un’imposta di scopo. E tuttavia ci sono concetti che, per quanto infondati, sembrano immortali. Una sorta di sarchiapone della vita pubblica.
Cominciamo dalle imposte di scopo. Se il governo mettesse un’altra accisa sulla benzina per ottenere dei fondi da spendere per i terremotati, e poi usasse quei fondi per tutt’altra finalità, saremmo in presenza di un illecito? Assolutamente no.. Perché le “imposte di scopo” non esistono. 
Per intenderci: è inutile dire: “Non voglio pagare la tassa sui rifiuti perché la casa è chiusa e rifiuti non ne produce”, oppure “perché il servizio di raccolta è attualmente sospeso”. Infatti si tratta di un’imposta e non di una tassa (anche se così la chiama il Comune). Quel tributo non dipende dal ritiro della spazzatura (cui si potrebbe rinunziare, se fosse una tassa) ma dal potere dello Stato di imporre tributi, come l’Irpef. Tutto questo è elementare e tuttavia milioni e milioni di cittadini credono il contrario.
Lo stesso vale per il governo. Ammettiamo che un dato esecutivo – costituito per fare qualcosa – non esegua il compito assegnatogli: lo si può dichiarare decaduto? Certamente no. Un governo dura da quando ottiene la fiducia alla fine della legislatura, a meno che non subisca un voto di sfiducia. Dunque, può fare o non fare ciò che ha promesso e soltanto il Parlamento lo può cacciare. 
Se l’attuale legge elettorale non piace, non è detto che sia possibile votarne un’altra che piaccia a tutti. Qualunque sistema è sempre un compromesso tra la rappresentatività (come si ha con la proporzionale) e la governabilità (come si ha col maggioritario o con un premio di maggioranza). E ognuno reputa “una buona legge elettorale” quella che lo favorisce sul momento, mentre giudica cattive tutte le altre.
Nell’attuale sistema tripartito, ogni proposta che favorisse uno dei tre indurrebbe le altre due forze a coalizzarsi per bloccarla. Mentre se due delle tre forze si mettessero d’accordo, potrebbero votare una nuova legge elettorale o, più semplicemente e subito, costituire una maggioranza e governare. 
L’attuale legge elettorale non è cattiva, è imperfetta. Ma qualunque legge elettorale è imperfetta. La verità è che si dovrebbe smetterla, con questo tormentone. Fra i grandi Paesi l’Italia è forse quello che ha cambiato il maggior numero di sistemi di voto. Fra l’altro senza raggiungere gli scopi sperati, se è vero che a volte si vota un certo sistema per averne un vantaggio e poi esso favorisce gli avversari. È avvenuto anche col Rosatellum.
Bisognerebbe smetterla con le tasse di scopo, con i governi a tempo, con le nuove leggi elettorali, con il nuovo modo di governare. Con tutte le baggianate immaginifiche con cui ci affliggono in campagna elettorale ed anche dopo. Per qualunque governo è già abbastanza difficile assolvere i suoi normali compiti istituzionali e se non sbaglia troppo è già grasso che cola. È la ragione del relativo successo del governo Gentiloni.
Gli ideali, le “rivoluzioni”, i cambiamenti radicali mettiamoli da parte, insieme con i sogni adolescenziali. Speriamo di sopravvivere, di non dover dichiarare fallimento e di uscire dalla crisi. Già per questo impegno minimale la buonanima del Général avrebbe esclamato ancora una volta: “Vaste programme!”
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 7/4/2018 alle 6:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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