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POLITICA
28 marzo 2018
DI MAIO SEMBRA UN PALESTINESE
Perché non si è arrivati alla pace in Palestina? Perché gli arabi hanno attaccato militarmente gli ebrei (1948, 1956, 1973), hanno sempre perso e poi, costantemente, hanno tentato di negoziare come se le guerre le avessero vinte invece che perse. Un atteggiamento che non ha bisogno di aggettivi.
Ora in Italia abbiamo i “grillini” che si comportano in modo simile, cioè senza tenere conto dei dati oggettivi. Affermano per cominciare che, o Di Maio è nominato Primo Ministro o non ci sarà un governo. Perché il popolo ha indicato lui per quella carica. Non si sa quando ciò sia avvenuto. Non si sa che potere abbia il popolo di designare il Primo Ministro. Non si sa dove tutto ciò sia stato consacrato nella Costituzione, ma poco importa. È ciò che afferma il M5s e non può essere che così. Tanto che Matteo Salvini, secondo il “Corriere”, afferma: “Sbaglia. Così salta tutto. No a veti a Forza Italia” 
Tutto ciò si spiega esattamente come si spiega l’atteggiamento dei palestinesi.
La distinzione fra il possibile e l’impossibile, il reale e l’immaginario, l’opportuno e l’inopportuno, è caratteristica degli adulti. E anche il senso di responsabilità. Che è poi la ragione per la quale non si concede la patente di guida per autoveicoli prima dei diciotto anni. Non è perché, prima di quell’età, un ragazzo non abbia la capacità tecnica di guidare un’automobile, ma perché non è sufficientemente cosciente delle sue responsabilità. Tutte queste differenze furono icasticamente riassunte da Rabelais mezzo millennio fa quando scrisse che a una certa età “si piscia contro vento”. 
Sembra che Luigi Di Maio si voglia iscrivere alla confraternita di coloro che non tengono un sufficiente conto del vento. Il suo atteggiamento sarebbe comprensibile se il suo Movimento avesse ottenuto il 51% dei seggi sia alla Camera sia al Senato, ma il suo risultato è soltanto un 32,7%. Una cifra che invita gli italiani a levarsi il cappello, ma non a dichiararlo padrone del Parlamento. Fra l’altro, forse i “movimentisti” non erano ancora nati quando la Democrazia Cristiana, pur avendo i numeri per governare da sola, si associò volontariamente un paio di piccoli partiti. Il monocolore è rischioso, non fosse altro per le maggiori responsabilità che comporta.
Il M5s nella situazione data ha un tale numero di seggi che, o si associa con qualcuno, concedendo qualcosa, o non va al governo. E quando si dice “qualcosa” non si intende un vassoio di panzerotti: il socio di minoranza non potrà certo pretendere l’uguaglianza dei vantaggi – così come i palestinesi non possono pretendere uguali vantaggi con gli israeliani – ma non per questo non avrà buone briscole in mano. Dirà sempre: “Tu puoi avere di più, ma ricordati che io posso anche non farti avere niente”. Ed è su questa base che si negozia. 
Fra l’altro – si tende a dimenticarlo – nel caso di un’associazione con la coalizione di centrodestra, il junior partner, il socio di minoranza, è proprio il M5s, col suo 32.7%, contro il 37% degli amici di Salvini.
Dunque è assurdo – anzi, peggio che assurdo, infantile – pretendere di dettare legge. Per giunta, se Di Maio fosse persona da prendere sul serio, a questo punto sapremmo che il suo senso dello Stato è tale che, o si fa contento il suo piccolo ego, o il Paese non avrà un governo. Senza dire che è sempre possibile che, stufi delle sue bizze, gli altri partiti (che insieme hanno ottenuto il 62.3%) trovino il modo di formare un’alleanza, lasciando fuori al freddo quel Movimento che si è tanto vantato della vittoria.
Tutta la commedia sembra l’eco della convinzione che le parole creino la realtà. Non basta dare una cosa per sicura, perché questa diventi realmente sicura. Fra l’altro, che senso ha emettere simili pubblici proclami, quando non si tratta di convincere l’opinione pubblica – che in questo caso non ha nessun potere – ma dei dirimpettai che hanno tutto il cinismo e tutta la spregiudicatezza di normali politici? 
Fra l’altro, si dimentica che Mattarella è libero di designare chi vuole. In teoria potrebbe dire paternamente a Di Maio: “Ragazzo mio, tu mi sei simpatico, ma sei troppo giovane per questa carica e io non mi sento di conferirtela”. Che cosa potrebbe fare il caro Luigi, di fronte ad un atteggiamento del genere? La Costituzione non dice in base a quali criteri il Presidente della Repubblica debba conferire l’incarico di formare il nuovo governo. 
Ma già, come tutti i sacri testi, la Costituzione è più citata che letta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 marzo 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 28/3/2018 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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