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POLITICA
17 marzo 2018
FOLLIE DI GIORNALISTI E DI POLITICI
mmaginiamo di nuotare in un fiume. Per sapere dove approderemo bisogna tenere conto della velocità della corrente, delle nostre capacità atletiche e di altro ancora: ma una cosa è sicura, bisogna tenere la testa fuori dall’acqua. Nello stesso modo, nelle discussioni politiche, i dati da tenere presenti sono numerosi e a volte contraddittori, ma anche quando dicono tutti la stessa cosa ciò non significa che ci se ne possa fidare. Diversamente, vivendo sotto Stalin o sotto Hitler, avremmo dovuto pensare il massimo bene di questi due gentiluomini, perché i media del tempo non facevano che lodarli.
È vero che in democrazia la pluralità di testate e di partiti garantisce la varietà delle opinioni, sicché la stampa nel suo complesso potrebbe essere affidabile. Ma anche qui bisogna rimanere all’erta. Ad esempio, quando un giornalista non vuole ripetere il cognome “Berlusconi”, perché occhieggia dalla riga precedente, ecco che vien fuori l’espressione: l’“ex cavaliere”. Ebbene, non è affatto vero che a Berlusconi sia stato tolto il titolo di Cavaliere del Lavoro. Chi non ci crede si informi. Come può avvenire una cosa del genere? Semplice: spirito gregario e mancato controllo delle affermazioni. Superficialità o malevolenza. Moltissimi del resto sono convinti che la capitale di Israele sia Tel Aviv (perché così piace pensare agli arabi); che gli americani siano stati battuti militarmente in Vietnam (mentre hanno soltanto abbandonato la partita) e perfino che i nostri partigiani abbiano vinto i nazisti, scacciandoli dall’Italia. E, come diceva qualcuno: “Se siete capaci di credere questo, siete capaci di credere qualunque cosa”.
L’ultima moda di questi giorni è quella di dichiarare senza attenuazioni che le elezioni sono state vinte dal M5s e dalla Lega, mentre Berlusconi è stato sconfitto e il Pd è scomparso. Più o meno il 40% della verità. È vero, il M5s è stato il partito più votato, ma non ha “vinto le elezioni”, se per vincere si intende divenire maggioranza, come avviene in Inghilterra col sistema bipartitico. Ha soltanto avuto un gran successo, congratulazioni, ma ciò non significa né che avrà la maggioranza in Parlamento, né, soprattutto, che abbia “diritto” ad averla. 
Anche la Lega ha avuto un grande successo, ma l’ha avuto all’interno di una coalizione. Dunque o ha vinto l’intera coalizione o non ha vinto la Lega. Quel partito ha avuto un impressionante aumento dei consensi ma l’ha avuto insieme con Forza Italia e Fratelli d’Italia. I quali dunque non sono affatto sconfitti. Senza dire che, in caso di rottura fra Lega da una parte e gli altri due partiti dall’altra, i più forti sarebbero gli ultimi due. 
Quanto al Pd, è bene andarci piano. Nel lontano 1993, Occhetto comprensibilmente reputò (perché era ciò che pensavano i giornali, all’unanimità) che avrebbe vinto le elezioni, e invece le perse. Perché aveva commesso l’errore di pensare che, morendo la Democrazia Cristiana, fossero morti anche gli anticomunisti. Nello stesso modo, il Pd ha avuto una brutta botta, ma se i 5 Stelle andassero al governo, e deludessero, a chi tornerebbero molti dei voti in uscita dal Movimento, se non al partito da cui si dice provengano? Il Pd non è affatto morto. Ha una lunga storia, quasi centenaria, ha i suoi quarti di nobiltà e incarna un’idea che ha grandi radici, nel Paese.  Dunque è bene andarci cauti, con i de profundis, con lo spirito gregario e con l’applauso al carro del vincitore. Se qualcosa è detta da tutti, ciò non significa che non possa essere una baggianata grossa e fragile come la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto.
Purtroppo, a questo azzardato trionfalismo sta cedendo anche Salvini. Si comporta come se veramente fosse il personaggio descritto dai giornali. Irrita Berlusconi e dimentica che ciò porta male: il vecchio leader non fa la faccia feroce ma ha tagliato a pezzi parecchi nemici. La lista di coloro che hanno sognato di eliminarlo e hanno fatto una brutta fine è lunga. Forse, per scaramanzia, Salvini farebbe bene a “mettere dell’acqua nel suo vino”, come dicono i francesi. 
Già l’idea di andare a trattare praticamente da solo per le presidenze di Camera e Senato è stata un’idea balorda, soprattutto dal momento che il voto è segreto, ed è possibile che anche i meno coraggiosi esprimano in quell’occasione il loro risentimento. Insomma, potrebbe andargli bene e potrebbe andargli male: ma vale la pena di rischiare, soltanto per comportarsi in modo arrogante? La vicenda di Matteo Renzi non ha dunque insegnato niente?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 marzo 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 17/3/2018 alle 9:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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