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POLITICA
3 marzo 2018
LA CRISI ECONOMICA NON È CONGIUNTURALE


C’è un articolo di George Friedman(1) che ho tradotto per due ragioni. Innanzi tutto perché può essere interessante per i miei amici, e poi perché conferma una mia idea cui tengo molto e non posso certo dimostrare. Il mio articolo segue quello di Friedman.
G.P.
IL CENTRO DI UN’ERA
Soltanto ora si comprende l’intera potenza di ciò che cominciò nel 2008

Ho scritto in parecchi posti riguardo a un paradosso. Da una parte, se scattate un’istantanea del mondo ogni venti anni, più o meno, la realtà di come funziona il mondo e di ciò che importa saranno cambiati moltissimo rispetto alla precedente istantanea. Dall’altra parte, in ogni dato momento esiste una credenza generale che il mondo qual è in quel momento rimarrà com’è per molto tempo. Non è soltanto il pubblico, che tende a dimostrarsi incapace di vedere quanto transitoria sia la realtà presente, perché altrettanto fanno anche coloro che governano. Il risultato – ed è questo che rende il fenomeno importante – mentre il sistema politico cambia, è che c’è una tendenza a vedere i cambiamenti come un’interruzione temporanea e transitoria causata da eventi sfortunati, finché essi poi non si radicano profondamente, e così tendiamo a tenere conto troppo tardi dei cambiamenti
Nel 1900 l’Europa era pacifica e prospera, e dominava il mondo. Si era certi che questa fosse una realtà permanente. Ma già nel 1920 l’Europa si era lacerata e si era impoverita in una guerra sanguinosa. Si era certi che la Germania, essendo stata sconfitta, era finita. Nel 1940 invece la Germania era riemersa e cavalcava l’Europa. Si era certi di non poter resistere alla marea tedesca.  Nel 1960 la Germania era un Paese occupato e diviso. Si era certi che la guerra fra i più potenti fra gli occupanti, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, era inevitabile. Nel 1980, una guerra c’era stata, ma nel Vietnam, piuttosto che in Europa, e gli Stati Uniti erano stati sconfitti. Ora gli U.s.a. erano alleati della Cina contro l’Unione Sovietica. Si era certi che i sovietici erano un nemico permanente e pericoloso per ambedue le nazioni. Nel 200 l’Unione Sovietica non esisteva più. Si era certi che l’interesse primario di tutti i Paesi era la crescita economica e che il conflitto tradizionale fra le nazioni era divenuto un argomento marginale. 
Vent’anni sono un periodo di tempo arbitrario, ma storicamente è più o meno la durata di una generazione. Il mondo cambia radicalmente ogni generazione, ma le date possono variare. L’ultima era cominciò nel 1991 e finì nel 2008. E tuttavia ora ci sono molti che si aspettano che torni il mondo del 1991. Cosa più importante, soltanto ora si comincia a percepire l’intera potenza di ciò che è cominciato nel 2008.
La vita dopo la Guerra Fredda.
Considerate il modo in cui il mondo è cambiato nel 1991. L’Unione Sovietica crollò e si pensava che la spina dorsale, la Russia, non fosse più un fattore significativo di come funzionava il mondo. L’Europa firmava il Trattato di Maastricht, che si credeva seriamente e razionalmente fosse la prefazione della creazione degli Stati Uniti d’Europa. Gli Stati Uniti guidavano una vasta coalizione di nazioni contro l’occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq, sconfiggendo l’Iraq senza che si levassero molte voci di dissenso. La Cina che adottava il capitalismo e cominciava il suo storico e impressionante progresso economico, sembrava un treno inarrestabile lanciato verso la liberal-democrazia. Il Giappone, il precedente miracolo economico che non sarebbe mai finito, era nel mezzo di una crisi di trasformazione economica. La Guerra Fredda era finita e gli Stati Uniti erano l’unico potere globale, e il mondo si stava conformando all’immagine dell’America.
Il mondo era pieno delle promesse che gli orrori e i pericoli del XX Secolo erano ormai superati. E, per un certo tempo, sembrò fosse proprio così. Il primo segno che non era esattamente come sembrava si ebbe nel 2001, quando degli agenti di al-Qaeda attaccarono gli Stati Uniti, e gli Stati Uniti attaccarono il mondo islamico.
Quell’era rimase ancora in vita per alcuni anni, finché due eventi, separati da poche settimane, non le posero un termine.  L’8 agosto 2008 la Russia e la Georgia entrarono in guerra, mettendo da parte l’idea che la Russia fosse caduta in una permanente e logora irrilevanza, o che la guerra tradizionale fosse obsoleta. Poi, il 15 settembre del 2008, crollò la banca Lehman Brothers, facendo a pezzi l’illusione che l’economia globale potesse soltanto progredire. Nell’arco di appena cinque settimane, il nocciolo delle certezze di quell’era cominciò a cambiare.
La Russia non era più una superpotenza, ma era certamente una potenza regionale. Aveva ancora una sfera d’influenza al di là dei suoi confini, ed avrebbe protetto i suoi interessi con la forza. L’impero che era stato creato dagli zar non sarebbe certo scomparso nella notte senza resistere. 
Fu inoltre rivelata la debolezza centrale dell’Unione Europea: non era uno Stato-nazionale ma soltanto un trattato firmato da Stati sovrani i cui leader erano eletti dai loro cittadini e la cui lealtà andava ai loro votanti, non a Bruxelles. L’Ue era perfettamente adatta come strumento di un successo economico, ma non poteva risolvere il problema delle disfunzioni economiche perché la sofferenza economica non si distribuiva equamente sulla vasta geografia del blocco. Ogni Stato membro perseguiva sempre più i suoi propri interessi e frequentemente trovava che l’Ue era piuttosto un intralcio che un aiuto. Il 2008 fu il momento più alto dell’Europa.
La Cina si accorse nel 2008 che un’economia fondata sulle esportazioni non era nelle sue mani ma nelle mani dei suoi clienti. La stagnazione economica che seguì trasformò la Cina da un possente motore che distribuiva masse di beni ai suoi avidi clienti in una nazione che lottava per estinguere incendi finanziari, e che sbizzarriva la sua fantasia su strade senza fine e sull’intelligenza artificiale, tutto questo mentre si trasformava in una dittatura che sarebbe durata probabilmente anche nell’era seguente. Il Giappone, piuttosto che inabissarsi nel disastro, usò la solidarietà sociale per fronteggiare la sua crisi accettando l’idea che una popolazione declinante e una crescita stabile avrebbero condotto ad un più alto reddito individuale.
E gli Stati Uniti scoprirono che essere a cavallo del mondo era un modo per inciampare e cadere. La guerra contro il jihadismo non sarebbe finita; i russi non avrebbero accettato il loro posto nel mondo ordinato; i cinesi sarebbero stati meno un problema economico che, potenzialmente, un problema militare; e gli europei sarebbero stati assorbiti dai loro problemi interni, fino ad apparire dei provinciali, come ci si sarebbe potuto attendere dalla loro posizione. Gli Stati Uniti si resero conto che non erano pronti, istituzionalmente e psicologicamente, per amministrare il potere che avevano acquisito, e che non potevano delegare ad altri.
  Venti anni non significano nulla nella storia, ma significano tutto nelle nostre vite, così la nostra tendenza a convincerci della permanenza dell’era presente è comprensibile. Ma la storia non finì nel 1991, e non finirà nel 2008. Che sia per il meglio o per il peggio, anch’essa passerà.
By George Friedman
Traduzione dall’inglese di Gianni Pardo

LA CRISI ECONOMICA NON È CONGIUNTURALE

Ogni osservatore ha il suo punto di vista, ma stavolta il punto di vista di un italiano potrebbe essere un vantaggio. Infatti l’Italia è il Paese più in crisi d’Europa. E dal momento che i sintomi sono più evidenti proprio da noi, chissà che non sia più facile, proprio da noi, formulare una diagnosi.

storia del problema
Nei Paesi sviluppati, dopo la rivoluzione industriale, l’economia fu affare dei privati. Le conseguenze furono un rapido sviluppo ma anche una drammatica condizione del proletariato. Quella povertà che indusse Karl Marx a formulare le sue note teorie. Presto tuttavia l’aumentata produzione di ricchezza si riversò sull’intera popolazione, sia nei Paesi che si sindacalizzarono, sia – e a volte anche di più – in quelli che non lo fecero. Per esempio la Svizzera. 
Comunque, a poco a poco, tutti i Paesi passarono da quello che oggi si chiamerebbe “liberismo selvaggio” ad un’economia sempre più statalizzata e sempre più assistenziale. Per non dire compassionevole. Naturalmente questo “scivolamento” da un modello socio-economico ad un altro è avvenuto in modo diverso, secondo i diversi Paesi. In alcuni - più propensi al pragmatismo, come gli Stati Uniti - il Welfare State e i sindacati hanno avuto un’influenza modesta; in altri, dove la passionalità e l’idealismo erano maggiori, si è arrivati allo statalismo totalitario, fino all’estremo dell’Unione Sovietica. 
I poli di queste due opposte tendenze sono costituiti dal quantum di intervento dello Stato nella vita della nazione. Nella Russia e nei Paesi che, liberamente o forzatamente, seguirono il suo esempio, lo Stato divenne il padrone di tutto, e le conseguenze sono note. Al contrario, in Paesi molto lontani da questa mentalità, il fenomeno è stato molto minore. Nel Regno Unito l’oppressione poliziesca e totalitaria era inconcepibile, ma in economia per molto tempo si cedette alla moda, fino alle avvisaglie di un inarrestabile decadimento economico che soltanto l’energica azione di Margaret Thatcher riuscì a fermare. E nel resto dei Paesi di civiltà anglosassone (per esempio Australia e Nuova Zelanda) questa degenerazione nemmeno si ebbe. Purtroppo, il rimanente dei grandi Paesi ha attuato una sorta di socialismo progressivo. E infatti oggi i Paesi europei hanno tutti dei problemi, al punto che George Friedman ha potuto scrivere che l’Europa è divenuta marginale e “provinciale”

i paesi europei
Il caso della Francia è emblematico. Questa, dotata di uno Stato forte ed efficiente, ha a lungo resistito meglio di altri, ma recentemente ha cominciato a perdere colpi. Basti dire che ha ormai un debito pubblico intorno al 100% del prodotto interno lordo, cioè simile al nostro, e non riesce a reggere la concorrenza della Germania. Né si notano forti segni di ripresa. 
Il malessere dell’Inghilterra l’ha spinta alla Brexit, magari peggiorando la situazione.
Forse - ma soltanto forse - supererà la crisi la Germania. Potrebbe darsi perché più razionale di altri. È infatti una nazione in cui il lavoro ha un’alta produttività, si fabbricano merci ad alto valore aggiunto e in cui soprattutto, quando qualche anno fa le grandi imprese sono state in crisi, i lavoratori hanno votato in favore di una riduzione del loro salario. Tutto questo è molto, molto poco marxista, e del tutto inconcepibile in Italia. 
Da noi, quando un’impresa sta per traslocare all’estero, non si parla affatto di ridurre il costo del lavoro per rendere l’impresa competitiva, si parla bellicosamente di “escludere i licenziamenti”. La realtà economica viene dopo la politica. Purtroppo, finché avremo questa mentalità, rimarremo in crisi. E infatti attualmente siamo gli ultimi, perfino dietro la Grecia, tecnicamente fallita.
Vanno meglio – ed è significativo - i Paesi ex comunisti. Vaccinati dalle brutte esperienze passate, sono oggi parecchio più liberali di noi e soltanto il futuro dirà se arriverà prima da loro il cattivo modello socio-economico dell’Europa Occidentale o quello che ci avrà dato la prossima era. Quella che risolverà tutti i problemi attuali, ovviamente sostituendoli con altri.

il caso dell’italia
L’Italia è il caso peggiore del sistema economico-sociale parasovietico. Essa ha avuto una tendenza all’idealismo economico che la avvicinava alla Russia pre-rivoluzionaria, e infatti ha avuto a lungo il più grande partito comunista del mondo libero. Così, non soltanto nel 1948, ma per decenni, in seguito, è stata spiritualmente in bilico fra Stati Uniti e Russia. Ancora negli Anni Settanta molti comunisti italiani sognavano la rivoluzione proletaria, e cioè l’adozione del modello sovietico. Questo era talmente sbagliato, dal punto di vista economico, da essere insostenibile. Provocava una grande miseria, una grande infelicità, e i regimi che lo imponevano riuscivano a rimanere al potere soltanto con la forza bruta della polizia e una implacabile repressione. Ma molti italiani, ciechi volontari, sono stati disposti a credere al suo successo. E così, prima che il sistema crollasse in Russia, l’ideale di sinistra non è stato rinnegato. L’Italia è stata coralmente paracomunista, e di fatto economicamente semisovietica. A questo risultato spingeva costantemente il Pci, allora forte nelle urne e fortissimo nella vita culturale e intellettuale, e ad esso non si opponeva seriamente una Democrazia Cristiana pauperistica per il lato religioso e filocomunista per il lato economico. 
La progressiva sovietizzazione della vita economica italiana naturalmente non ha immediatamente provocato tutti i guasti che era normale provocasse. Da principio la sua influenza è stata minore, poi la mentalità italiana, aliena da ogni rigore e incline al sottobanco, ha in parte compensato l’effetto delle nostre cattive leggi. Basti pensare ancora oggi a quanto pesi, nella nostra produzione di ricchezza, l’economia in nero. E tuttavia, nel 2008, la nazione era ormai troppo debole perché la crisi economica non le assestasse un colpo mortale. 
Se la crisi che viviamo fosse congiunturale, potremmo sperare di tornare alla situazione precedente. I nostri politici, soprattutto di sinistra, hanno infatti dimostrato ogni sorta di buona volontà nel vedere nella minima traccia di luce una nuova aurora. Ma il ritorno alla prosperità non si è avuto. Siamo ancora e sempre in crisi. Il modello sociale al quale siamo abituati ci sembra l’unico possibile e non ci rendiamo conto che invece esso ha già dato tutto ciò che poteva dare. Bisognerebbe proprio prendere in considerazione l’idea che si sia concluso un ciclo ma purtroppo, a parte il fatto che la storia non conosce la marcia indietro, l’organizzazione parasovietica della società è andata tanto lontano da essere irriformabile. Il ritorno al liberalismo è impossibile.
Moltiplicando all’infinito gli impegni dello Stato, aumentando la pressione fiscale e il peso di stipendi e pensioni, si è infine consumato tutto il grasso che si era messo da parte negli anni della prosperità. Siamo giunti al momento in cui economicamente non ci sono più riserve. Siamo gravati dagli interessi di un debito pubblico colossale che rischia di farci fallire. Abbiamo un costo del lavoro che ci rende non competitivi. Abbiamo una Sanità costosa e che tuttavia, soprattutto al Sud, è un disastro. La nostra amministrazione della giustizia paralizza il Paese con ritardi di anni sia in campo civile sia in campo penale. Né va bene una scuola che insegna poco e male. Per giunta, malgrado l’abbassamento degli standard rispetto agli anni lontani del dopoguerra, abbiamo pochi laureati. Insomma l’Italia sta raccogliendo tutto il vento che un tempo ha seminato, quando si è arrivati a dire che il salario era una variabile indipendente, che non si poteva licenziare nessuno, nemmeno se l’impresa chiudeva per mancanza di profitti. In queste condizioni usciremo dalla crisi non quando cambierà qualcosa, ma quando cambierà tutto. 
Non sarà facile. In Italia manca la presa di coscienza della fine di un ciclo. Il modello sociale attuale ci sembra l’unico possibile e l’idea di tutti è che bisogna soltanto renderlo funzionale ed efficiente. La crisi diviene così insolubile. Non si comprende che sarebbe indispensabile pensare a qualcosa di diverso, quand’anche la conclusione fosse che, essendosi guastata l’automobile, bisogna scendere e proseguire a piedi. In altri termini, che il cambiamento potrebbe non essere rappresentato da una novità, ma soltanto da un ritorno al passato. Al buon senso dominato esclusivamente dalla realtà.

perché l’economia di stato non funziona
Forse qualcosa si può anche dire sul perché l’economia di Stato – o “statalizzante”, come quella imperante in Europa – non funziona. Se il primo imperativo della società non è di tipo economico ma di tipo morale, se cioè la società disprezza l’avidità di beni e la fiscalità punisce economicamente, quasi con un sequestro, chi la ricchezza se l’è procurata, il rischio è quello dell’impoverimento generale.
Qualcuno potrà anche ritenere che questo sia un prezzo che val la pena di pagare, ed è libero di pensarla così. Ma economicamente l’esperienza insegna che, per il maggior benessere del maggior numero, è meglio avere le diseguaglianze sociali (perché i meno ricchi staranno accettabilmente bene) che l’uguaglianza nella miseria di tutti. Fra l’altro i poveri troveranno un lavoro nella produzione dei beni fruiti dai ricchi.
La meritocrazia – principio conforme alla natura - va favorita. Perché in fin dei conti contribuisce al benessere della nazione. La stessa agiatezza dei ricchi va vista, come fanno i Protestanti, piuttosto come un segno della benevolenza divina che come la dimostrazione dell’avidità e forse della disonestà del singolo. Il salario è – e deve essere – un dato economico, non un dato morale, come sostiene perfino la Costituzione italiana. Esso deve risultare dalla legge della domanda e dell’offerta, solo vietando le violazioni di norme quali possono essere i patti fra le grandi imprese (cartelli). E comunque Marx aveva largamente torto: cercando di eliminare il plusvalore, il risultato è stato la povertà tanto del datore di lavoro quanto del prestatore d’opera.
Anche il Welfare State è stato una fonte di disfunzioni. Introducendo la tendenziale gratuità dei servizi, si favorisce lo spreco, la malafede, la corruzione. I benefici del Welfare vanno sì raggiunti, ma senza “State”: soltanto attraverso la legislazione. Le cinture di sicurezza sono in questo senso un buon esempio. Lo Stato non le regala, al cittadino, e non gliele applica, gli fa soltanto pagare una contravvenzione se non le usa. Nello stesso modo (salvo che per i poverissimi) dovrebbe imporre ai cittadini la previdenza e l’assistenza, a loro spese. È vero, il cittadino dovrebbe pagarsi cure e pensione di tasca sua, ma forse che oggi non le paga, con l’enorme pressione fiscale? Solo che il sistema fosse privatizzato, costerebbe meno alla collettività e in definitiva ai singoli, e funzionerebbe anche meglio.

la crisi nel mondo
Per quanto riguarda il mondo, ciò che allarma nella mentalità attuale è che crediamo inconcepibili certi problemi e per ciò stesso siamo impreparati ad affrontarli. Questo spiega perché pochissimi abbiano paura della Corea del Nord. Per decenni siamo stati convinti che è troppo stupido e criminale pensare di usare la bomba atomica, e dunque siamo stati sicuri che nessuno lo farà mai. Abbiamo dimenticato che il tempo passa e i giovani – non avendo idea di che cosa sia una guerra – sono disposti a correre i rischi che invece frenano le persone anziane. E allora ecco abbiamo un incosciente come il dittatore della Corea del Nord che fa rischiare al mondo – e soprattutto al suo popolo – una guerra nucleare. Come possiamo reputare inverosimile qualcosa che abbiamo sotto gli occhi?
Nella comprensione del reale bisogna fare un più largo posto alla follia. L’istinto materno è fra i più forti e una gattina è disposta a morire per difendere i suoi cuccioli. E tuttavia ogni tanto una donna, non una gatta, uccide i suoi figli. Bisognerebbe sempre ricordare la legge di Murphy, e cioè che ciò che è possibile non soltanto può realmente accadere, ma è fatale che una volta o l’altra accada davvero. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 febbraio 2018

(1) The Middle of an Era

   Only now is the full power of what started in 2008 being felt.
    
  I have written in several places about a paradox. On the one hand, if you take a snapshot of the world every 20 years or so, the reality of how the world works and what matters will have shifted dramatically compared with the previous snapshot. On the other hand, at any point in time there is a general belief that the world as it is at this moment will remain in place for a long time. It is not just the public but also experts and those who govern who tend to fail to see how transitory the present reality is. As a result – and this is what makes it important – as the geopolitical system shifts, there is a tendency to see the shifts as transitory, a temporary disruption caused by unfortunate events, until they are well entrenched, and so we tend to align ourselves with the shift far too late.


  In 1900, Europe was peaceful and prosperous, and it dominated the world. It was assumed that this was a permanent reality. By 1920, Europe had torn itself apart, impoverished itself, in a bloody war. It was assumed that Germany, having been defeated, was finished. By 1940, Germany had re-emerged and was astride Europe. It was assumed that the German tide could not be resisted. By 1960, Germany was an occupied and divided country. It was assumed that war between the strongest of the occupiers, the United States and the Soviet Union, was inevitable. By 1980, there had been a war, but in Vietnam rather than Europe, and the United States had been defeated. The U.S. was now aligned with China against the Soviet Union. It was assumed that the Soviets were a permanent and dangerous enemy to both countries. By 2000, the Soviet Union no longer existed. It was assumed that the key interest of all countries was economic growth, and that traditional conflict among nations had become a marginal matter.

Twenty years is an arbitrary time period, but historically it’s about the length of a human generation. The world changes radically in each generation, but the dates can vary. The last era began in 1991 and ended in 2008. Yet even now there are many who are waiting for the world of 1991 to return. More important, only now is the full power of what started in 2008 being felt.

Life After the Cold War
  Consider how the world changed in 1991. The Soviet Union collapsed, and it was assumed that the rump state, Russia, was no longer a significant factor in how the world worked. Europe signed the Maastricht Treaty, which was seriously and reasonably believed to be the preface for the creation of a United States of Europe. The United States led a vast coalition of nations against Iraq’s occupation of Kuwait, defeating Iraq with few dissenting voices. China had adopted capitalism and begun its historic economic surge; it seemed an unstoppable train headed toward liberal democracy. Japan, the previous economic miracle that would never end, was in the midst of its transformative economic crisis. With the Cold War over, the U.S. was the only global power, and the world was reshaping itself in the American image.

  The world was filled with the promise that the horrors and dangers of the 20th century were behind us. And for a time, that appeared to be the case. The first sign that the world was not quite as it seemed came in 2001, when operatives of al-Qaida attacked the United States, and the United States struck out at the Islamic world.
  That era hung on for a few more years, until two events a few weeks apart finally broke it. On Aug. 8, 2008, Russia and Georgia went to war, putting to rest the idea that Russia had fallen into permanent, shabby irrelevance, or that conventional warfare was obsolete. Then on Sept. 15, 2008, Lehman Brotherscollapsed, wrecking the illusion that the global economy could only go up. In the span of just over five weeks, the core assumptions of the era began to change.

  Russia was no longer a superpower, but it was certainly still a regional power. It still had a sphere of influence beyond its borders, and it would protect its interests by force. The empire the czars had created would not go quietly into that good night.
  The core weakness of the European Union was revealed: It was not a nation-state but merely a treaty joined into by sovereign states whose leaders were elected by their citizens and whose loyalty was to their voters, not to Brussels. The EU was a perfectly designed instrument for economic success, but it could not cope with economic dysfunction because economic pain did not distribute itself neatly over the bloc’s vast geography. Each member state increasingly pursued its own interests and frequently found the EU a hindrance rather than a help. 2008 was the high point of Europe.
China found in 2008 that an economy built on exports was not in its hands but in the hands of its customers. The economic stagnation that followed transformed China from a powerful engine pouring goods out to eager customers to a nation scrambling to put out financial fires, fantasizing about endless roads and artificial intelligence, all while turning into a dictatorship that would likely define it for the next era. Japan, rather than descend into disaster, used its social solidarity to weather its crisis by accepting the idea that a declining population and stable growth lead to higher per capita income.
  And the United States discovered that being astride the world was a prescription for stumbling and falling. The war against jihadism would not end; the Russians would not accept their place in the world order; the Chinese would be less an economic problem than a potential military one; and the Europeans would be self-absorbed and provincial, as would be expected from their position. The United States realized that it was not ready, institutionally or psychologically, to manage the power it had acquired, and it could not delegate.
A New Era
  The world in 2008, some 17 years after the last era had begun, did not resemble what most people expected. For a long time – for some even today – there was the expectation that the post-Cold War world (as good a name as there is for what began in 1991) was the norm, and but for someone’s bungling we would still be there and certainly would return to it. But eras come and go, and the world of 2008 will be in place well into the 2020s.
  After 10 years, its outline is already clear. It is a time of economic dysfunction, defined by slow growth and unequal distribution of wealth, leading to domestic political tension and deep international friction. Countries will be focused on their own problems, and those problems will create trouble abroad. It is a world that is best described as parochial, tense and angry. There are worse things that it can be. But much depends on how rapidly the United States matures into its role as the single-most powerful country in the world. Likely the emergence of the U.S. from its internal rages will be the major feature of the next era.
Una nuova era
Il mondo nel 2008, circa diciassette anni dopo che l’ultima era cominciata, non somigliava a ciò che la maggior parte delle persone si aspettava. Per un lungo periodo – per alcuni ancora oggi – ci fu l’attesa che il mondo del dopoguerra della Guerra Fredda (un buon nome per il momento per ciò che cominciò nel 1991) era la norma, e a parte qualche erroraccio commesso da qualcuno saremmo rimasti in esso e certamente saremmo ritornati ad esso. Ma le ere vanno e vengono, e il mondo del 2008 sarà quello in vigore fino ai prossimi Anni Venti ed oltre.
Dopo dieci anni, il suo profilo è già chiaro. È un tempo di disfunzioni economiche, definito da crescita lenta e distribuzione ineguale della ricchezza. Che conduce a tensioni politiche interne e profonde frizioni internazionali. I Paesi si concentraranno sui loro propri problemi, e quei problemi creeranno dei torbidi all’estero. Il modo migliore per definire un simile mondo è teso, intellettualmente limitato ed arrabbiato. Ci sono situazioni peggiori. Ma molto dipende da come gli Stati Uniti si adatteranno al loro ruolo come unica superpotenza del mondo. Probabilmente l’emergere degli U.s.a. dalle sue rabbie interne sarà la maggiore caratteristica della prossima era.
Twenty years means nothing in history, but it means everything in our lives, so our tendency to convince ourselves of the permanence of the present era is understandable. But history didn’t end in 1991, and it didn’t end in 2008. For better or worse, this too shall pass.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/3/2018 alle 14:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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