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CULTURA
10 febbraio 2018
IL PENSIERO E LE LINGUE
Sul rapporto pensiero-linguaggio sono state scritte decine e decine di volumi. E lo stesso per quanto riguarda la differenza fra conoscere una sola lingua e conoscerne più di una. Dunque nessuno che non sia uno specialista potrebbe affrontare un argomento del genere. Ma qualcosa incoraggia chiunque a dire la sua, in questo campo. Infatti una signora di circa trent’anni, Andrea Marcolongo, ha scritto un libro per dire, in modo apodittico e letterario, quant’è bella la lingua greca classica ed ha avuto un grande successo: tanto che ce ne parla diffusamente il Corriere della Sera(1). A questo punto mi rendo conto che, forte dell’articolo 3 della Costituzione Italiana, anche un incompetente come me ha il diritto di sparare balle.
Innanzi tutto, per dimostrare che la signora non parlava scientificamente, riporto qui di seguito parte della mail che le ho inviato. “Gentile signora Marcolongo, lei afferma che il greco antico è “lingua silente” perché “i suoni del greco sono per sempre scomparsi”, “Possiamo leggere, studiare, ma non pronunciare” i testi della letteratura. “Sono arrivati a noi muti”, conclude mestamente. Non so se sto per darle una cattiva o una buona notizia, ma il fatto è che la pronuncia del greco antico, come anche quella del latino, è molto, molto ben conosciuta. In un libro ormai fuori commercio, dal titolo “Sprachen” (lingue), autore il Dr.Heinz F.Wendt, della collana “Das Fischer Lexikon” (Enciclopedia della Fischer), edita a Francoforte sul Meno nel 1961, a pagina 127 vi è un testo in cui ogni riga è ripetuta tre volte: greco antico, trascrizione fonetica e traduzione in tedesco. La trascrizione fonetica è molto accurata, anche con simboli che non conosco. E dire che mi sono un po’ occupato dell’Alfabeto Fonetico Internazionale per quanto riguarda italiano, latino, francese, inglese, tedesco e spagnolo. Se è molto interessata, e se non riesce a trovare il testo che le suggerisco, o altro testo analogo, potrei anche scandire le pagine del mio libro e spedirgliele per e-mail”. 
Se dunque si possono sparare inesattezze di queste proporzioni sul più diffuso quotidiano nazionale, anch’io posso discutere di queste cose, chiedendomi per esempio se possa dirsi che la lingua di una grande civiltà possa essere “più bella”, “più logica” o “più espressiva” di un’altra. 
Si può dare per sicuro che le lingue degli aborigeni australiani o degli indios dell’Amazzonia saranno, come lessico, molto più povere del tedesco. Infatti mancheranno di una grande quantità di termini (e concetti) afferenti alla filosofia, alla chimica o alla medicina, perché non hanno avuto questo genere di conoscenze. Ma quando si tratta, poniamo, di francese e di tedesco, sappiamo che una simile differenza non esisterà affatto. Qualunque testo può essere tradotto dall’una all’altra lingua. E addirittura, la traduzione potrebbe migliorarlo. Molti anni fa, avendo letto Mastro don Gesualdo, fui infastidito dalla lingua infarcita di volontari sicilianismi e pensai che il testo sarebbe stato migliorato da una traduzione in francese, che lo avrebbe mondato di quei vezzi.  Ma non la trovai. Peccato. Quel testo era già migliore dei Promessi Sposi, figurarsi come sarebbe stato se fosse stato corretto da un Gabrielli o anche da un Montanelli.
Per tentare di giudicare lingue diverse è ovvio che bisogna conoscerne almeno un paio, ma il poliglotta finisce quasi col non percepirle. Una lingua straniera somiglia alle sensazioni che si hanno quando ci viene tolto un dente. In un primo momento la bocca sembra tanto vuota che ci si chiede quanto tempo ci vorrà per abituarsi. Poi, dopo qualche ora o qualche giorno, quella differenza non si nota più. Lo stesso con le lingue: finché sono “estranee” sembrano diverse, facendoci l’abitudine uno le “dimentica” ed ogni parlante reputa normale la propria lingua.  Per un inglese è assurdo che gli oggetti inanimati abbiano un genere. Perché il tricheco è maschio e la iena femmina, quando c’è il tricheco femmina e la iena maschio? Senza dire che questi generi poi sono buttati lì a caso. L’Italiano dice “il Sole e la Luna illuminano il mondo”, il tedesco dice: “La Sola e il Luno illuminano la monda”. Un italiano troverebbe assurdo dire, invece di novantasette, quattroventidiciassette, come fanno i francesi, così come un tedesco trova normale dire quattroetrenta invece di trentaquattro. Tutto si trova normale o anormale secondo che se ne abbia o no l’abitudine. 
E tuttavia, si può tentare di stabilire una graduatoria di funzionalità, per qualche caso. Prendiamo il possessivo. Se in italiano diciamo di qualcosa che è “suo”, sappiamo che questo qualcosa è di genere maschile. Ma non sappiamo il genere del possessore. In inglese invece, con “her”, sappiamo che il possessore è una donna, ma non conosciamo il genere della cosa posseduta. Il tedesco infine ci dice il genere e del possessore e della cosa posseduta E tuttavia, parlando in francese o in inglese non ho mai sentito la mancanza del genere della cosa posseduta o del possessore. Una volta che si entra nella mentalità di una lingua, la si parla e basta. Se con una persona si hanno in comune due lingue, capiterà che si usi l’una o l’altra, senza neanche badarci. 
No, non credo che le lingue ci rendano più o meno logici, più o meno espressivi, più o meno intelligenti. Sono soltanto sistemi convenzionali, che conservano al loro interno autentici tesori di conoscenze e sottigliezze ma che, dopo tutto e sempre, non possono valere più di chi le usa.
 Se poi gli inglesi si esprimono in maniera più piana di noi italiani, non dipende dalla lingua, dipende dal fatto che quel popolo è più franco, meno retorico e meno “spagnolesco” di noi. Del resto, qualcuno ha detto che un libro inglese tradotto in tedesco sembra scritto da un bambino, e un libro tedesco tradotto in inglese sembra scritto da un pazzo. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che la lingua tedesca ha una struttura che si può permettere frasi complicate rimanendo chiara, mentre l’inglese ha una struttura semplice e lineare, che non si presta alle frasi contorte. Ma dipende dalla lingua, o dipende dal “genio” delle due nazioni? In filosofia l’Inghilterra è la patria del pragmatismo, la Germania la patria dell’idealismo.
Concluderò con una vecchia battuta: chi va in Marocco per una settimana, scrive un libro; chi ci va per un mese scrive un articolo; chi ci va per un anno non scrive niente. Nella prima settimana tutto sembra nuovo e curioso, poi tutto sembra normale e non lo si “vede” più. 
La maggior parte delle cose che vengono dette sulle lingue – come i ditirambi della signora Marcelongo sul greco antico – non sono il risultato della massima conoscenza. La massima conoscenza si ha quando capita di non ricordare in che lingua si è detto o scritto qualcosa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 febbraio 2018
(1)http://www.corriere.it/scuola/secondaria/cards/ecco-mie-nove-ragioni-amare-greco-lingua-geniale/lingua-geniale_principale.shtml




permalink | inviato da Gianni Pardo il 10/2/2018 alle 11:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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