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2 febbraio 2018
SOCRATE, UN FALLITO EXTRALUSSO - 4
La ribellione

A partire dal Settecento, uno dei miti del mondo occidentale è stato il cambiamento. Questo fenomeno ha avuto due risultati principali: la democrazia, contrapposta al potere assoluto, e il progresso scientifico, contrapposto alla tradizione. Ne è derivato un tale rinnovamento della società che l’umanità attuale quasi non comprende più quella dei secoli precedenti. 
L’Illuminismo e la Rivoluzione Industriale non possono che essere benedetti. Nessuno può negare che oggi siamo molto più liberi che in passato e soprattutto molto più ricchi: qualunque borghese dispone di più comodità del Re di Francia.
Purtroppo, pochi comprendono la realtà in cui sono immersi. Per farlo, dovrebbero conoscere un mondo diverso, quello del passato, e per questo ci vuole cultura storica. Così credono che la loro realtà sia inamovibile e comunque non possa peggiorare. È l’errore che hanno commesso i cecoslovacchi quando, nel 1948, hanno votato per i comunisti. 
Impera il pregiudizio che il futuro non possa che essere positivo. L’ottimismo settecentesco ha inoltre dato luogo alla convinzione che la modernità sia al prezzo di un rovesciamento dell’esistente e dunque ha condotto al ribellismo. Per molti non è stato neppure indispensabile avere il progetto del nuovo: è stato sufficiente che fosse nuovo per essere migliore. Un errore assolutamente esiziale. Ribellarsi è cosa sacrosanta, quando è necessario, ma ribellarsi per ribellarsi è stupido e a volte catastrofico. 
In Italia, esattamente mezzo secolo fa (o anche un po’ meno, da noi le mode arrivano in ritardo), col “Sessantotto”, si credette che fosse il caso di buttar giù tutto. Nelle scuole e nelle università si combatté contro le nozioni, cioè si cercò di avere la somma senza gli addendi. E così si azzerò quasi il livello culturale della nazione. Si combatté contro l’autorità quale che fosse, contestando tutto senza sapere con che cosa sostituirlo, fino a creare una gioventù disorientata, ineducata, ignorante e velleitaria. Tanto stupida da credere che la rivoluzione fosse un tipo di vestiario e da attribuirsi la qualifica di ribelle perché strimpellava “canzoni di protesta”. Si credeva marxista senza conoscere un’acca di economia, e contestava la democrazia senza indicare un regime migliore. Tutti si riempivano la bocca di vaghi e irenici ideali, fino ad una sorta di scemocrazia.
Il risultato è stato ovviamente negativo. Anche per i supposti beneficiari. Il disorientamento è fonte di dolore perché gli spigoli della realtà feriscono sempre chi non ne tiene conto. E poi, il mito della ribellione è contraddittorio. Se bisogna in ogni caso cambiare, anche quando si è raggiunto il migliore risultato possibile, il cambiamento è verso il peggio. Come l’amputazione, la ribellione è cosa ottima quando serve, e cosa criminale quando non serve. 
Socrate fu condannato a morte con una sentenza tanto ingiusta da essere divenuta il paradigma dell’errore giudiziario. E tuttavia rifiutò di fuggire. Sosteneva di avere scelto di vivere ad Atene perché ne accettava le leggi, e sarebbe stato in contraddizione con sé stesso se ora fosse scappato. Questo è il colmo della non-ribellione, che non consiglio a nessuno. Ma la lezione di quel sommo contestatore dell’esistente fu che non ci si deve ribellare come si pratica uno sport. La civiltà è un punto d’arrivo che l’umanità ha pagato a caro prezzo, e da cui si può sempre tornare indietro. Hitler ha ucciso infinitamente più di Caligola.
La ribellione è come la legittima difesa: se è giustificata, è permesso anche l’omicidio, se è ingiustificata è reato. L’unica cosa che dobbiamo sperare – come suona il detto arabo – è che Allah ci illumini quando dobbiamo distinguere i due casi. 

La vecchiaia

Il nostro elenco alfabetico, come la nostra vita, si conclude con la vecchiaia. Una fase dell’esistenza ricoperta di malinconia e di lamenti.  “Senectus semetipsa valetudo”, la vecchiaia è già in sé una malattia, dicevano i romani. “Senectus ipsa est morbus”, confermava Terenzio. Ma lagnarsi della vecchiaia ha poco senso. Come diceva un tremendo vegliardo siciliano ai ragazzi: “Carusi, la vecchiaia è cosa brutta. Speriamo che non ci arriviate”.
Certo, è vero che la vecchiaia toglie le gioie che dà un corpo valido e forte. Come toglie le gioie del sesso e le speranze per il futuro ma, se lascia intatto l’intelletto, è il momento in cui, libero dal lavoro, l’individuo può godere di ogni momento della propria giornata. Finalmente può dedicarsi a tempo pieno ai piaceri immortali della lettura, dell’amicizia, della musica, e dell’amore, se ha ancora la fortuna di avere accanto la persona amata. In queste condizioni, la vecchiaia può essere un tempo felice, da gustare il più intensamente che sia possibile. Anche perché si sa che ormai non durerà a lungo. 
Il vecchio più infelice è quello che scimmiotta i giovani. Quello che fa finta di corteggiare le donne (“Amico mio, e se poi ti dicesse di sì?”). Quello che ad ogni occasione vuole dimostrare di “farcela ancora”. Essere vecchi non è un merito, come nell’antica Cina, e non è nemmeno una vergogna, come forse credono negli Stati Uniti. È una stagione della vita che ha i suoi inconvenienti ma anche le sue gioie e i suoi piaceri.
Fra l’altro, accettando di essere vecchi, si acquista la dignità dei propri anni. Nulla è più patetico di un vecchio che si rende ridicolo cercando di divertire gli altri. E se pure non si può imporre ad un secolo come l’attuale il dovere della gravitas romana, il rispetto della propria età è un dovere per ogni individuo, soprattutto se vuole che anche gli altri la rispettino. A certi vecchi, quando verrà ad annunciargli che il loro tempo è finito, anche la Morte darà del Lei. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 gennaio 2018  4. Fine.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/2/2018 alle 9:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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