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POLITICA
30 gennaio 2018
RENZI, IL GIGANTE
Al cinema, quando i due protagonisti si baciano, il film d’amore finisce. Quando finalmente il buono ammazza il cattivo, finisce il film western. Insomma nella fiction le vicende umane hanno una conclusione, nella storia non è così. Perché c’è sempre un dopo. Possiamo essere convinti di avere incontrato il nostro partner ideale per la vita, ma soltanto quarant’anni di unione affettuosa dimostreranno valida quell’intuizione.
Nella storia a volte è più difficile vincere la pace che vincere la guerra. E a questo si pensa contemplando la parabola esistenziale e politica di Matteo Renzi. Questi, con la presentazione delle liste per le prossime elezioni, ha completato un ciclo assolutamente mirabile. Infatti si è comportato come una squadretta di provincia che perde la maggior parte delle partite e alla fine vince lo scudetto.
In poco più d’un anno Renzi è passato da una sconfitta all’altra. Chiunque avrebbe considerato conclusa la sua vita politica, lui invece è riuscito negli stessi mesi a divenire l’unico arbitro e padrone del suo partito. Benché abbia subito una scissione, benché le previsioni riguardanti le elezioni siano negative, è riuscito non soltanto a dominare la minoranza interna, ma ad eviscerarla in modo che, comunque vadano le cose, anche dopo il 4 marzo lui possa continuare a fare il bello e il cattivo tempo. Tanto che potrà allearsi o non allearsi con chi vuole, e gli altri non avranno che da obbedire. Infatti gli eletti saranno stati tali se non esclusivamente, certo principalmente in nome della fedeltà al padrone.
In un film, la storia potrebbe finire qui. Titoli di coda. Ma nella vita la vicenda continua, inesorabilmente. A volte premia i cattivi e punisce i buoni, altre volte punisce i cattivi e premia i buoni e in qualche caso, addirittura, punisce gli uni e gli altri. Ma riguardo a Renzi non si riesce ad essere ottimisti. Per ragioni statistiche.
Ha cominciato dichiarando guerra a tutti (ricordate la rottamazione?) e gli è andata bene. Ha tradito Enrico Letta e gli è andata bene. Ha perduto rovinosamente un referendum sulla sua riforma costituzionale, e dopo tutto gli è andata bene anche questa: infatti è rimasto in sella, come Segretario del partito, ed ha saputo approfittarne come nessun altro. Ha sbeffeggiato e umiliato alcuni colleghi fino a spingerli alla secessione, e gli è andata bene. Ciò malgrado, invece di smetterla di cavalcare e bastonare gli altri come somari riottosi, curando almeno i rapporti con i colleghi rimasti, ha escluso dalle sue liste elettorali tutti i sospettati di non amarlo a sufficienza. In Parlamento ha voluto avere una truppa forse meno valida, certo più fedele. Le proteste sono state universali, ma quando mai il duca Valentino si è curato dell’opinione pubblica? E tuttavia si può dubitare che le sue siano state tutte mosse azzeccate.
Per cominciare, la sconfitta delle prossime elezioni potrebbe essere più pesante del preventivato. Anche la base non lo ama più come un tempo. I nemici di Renzi sono ormai tanti che sarebbe più facile contare gli amici. Insomma sono ormai innumerevoli quelli che sognano di farlo fuori, politicamente. 
Ma Renzi potrebbe dire, come Caligola, “oderint, dum metuant”, mi odino pure, purché mi temano. Ma lo stesso egli commette un errore imperdonabile. Se è vero che umiliare Orlando o Cuperlo, dopo tutto, può danneggiarlo fino ad un certo punto, c’è qualcuno il cui potere è incontrastabile: l’elettorato. Gli iscritti del Pd sono in drammatico calo e soprattutto nessun leader può sopravvivere a lungo, se i risultati sono disastrosi. Quando tutti cominciano a temere per la propria sorte e il leader appare perdente, anche i vigliacchi divengono coraggiosi e il tradimento è dietro l’angolo.
Se Renzi, invece di trasformare il Pd in Pdr, Partito di Renzi, avesse ucciso Stalin e si fosse appropriata l’Unione Sovietica, avremmo potuto profetizzargli un dominio assoluto di quell’immenso Paese, fino alla morte, sempre che fosse stato capace di usare gli stessi metodi del suo predecessore. Ma, a parte il caso di un tiranno sospettoso, sanguinario e più onnipotente dell’Onnipotente, farsi troppi nemici non è mai stata una buona politica. Non appena si è allentata la morsa del terrore, sono cadute come birilli Berlino, Varsavia, Bucarest, Praga. E infine è implosa la stessa Unione Sovietica.
Renzi si comporta da Capitano di Ventura, anzi da Gengis Khan, ma ha sbagliato palcoscenico. In democrazia non vigono le stesse regole della steppa. Non si è leader contro venti e maree, inimicandosi tutti salvo mamma e papà. Il gigante sembra inarrestabile, ma anche i giganti inciampano. Di questo passo lo storico si siede sul bordo del fiume e aspetta il seguito. Se tiene conto delle lezioni del passato, sa che non aspetterà a lungo. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 gennaio 2018
Domani il seguito dell’articolo “Socrate, un fallito extralusso”. 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 30/1/2018 alle 7:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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