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25 gennaio 2018
LA SCUOLA SENZA CONTROLLO DI QUALITA'
Il professore di matematica può arrabbiarsi con l’alunno che, malgrado le spiegazioni più chiare, non capisce qualcosa. Invece il tappezziere che deve montare una tenda, se ha difficoltà, non può arrabbiarsi con nessuno. Sta a lui trovare la soluzione giusta. E se non la trova, forse non è un bravo tappezziere. 
Il controllo della competenza, nel caso degli artigiani, è obiettivo e costante, mentre nel caso del professore di matematica non lo è. Il ragazzo potrebbe essere ottuso, ma anche lui potrebbe essere meno chiaro di quanto creda. 
In certe professioni il controllo di competenza è soltanto statistico e da un singolo caso non si può dedurre nulla. Se un medico sbaglia spesso è un cattivo medico, se sbaglia raramente è un ottimo medico. 
Altra differenza: mentre l’aiutante dell’idraulico, a forza di vedere come si lavora, può benissimo imparare il mestiere, per altre attività – per esempio insegnare storia e filosofia nei licei – è necessaria una formazione molto più lunga. Un tempo si partiva dalle scuole elementari e, passando attraverso vari filtri chiamati “esami”, dopo una ventina d’anni e un concorso di Stato, si diveniva professori. Da questo sistema derivava l’impossibilità, per il privato, di controllare la competenza minima richiesta, e per questo lo Stato ha istituito i titoli di studio con valore legale. 
Un tempo essi avevano un reale valore. Il professore di storia e filosofia era uno che era stato promosso con merito in terza e quinta elementare, in terza e quinta ginnasiale, e nell’esame di maturità. Infine aveva conseguito laurea e abilitazione, per concludere con successo una gara per pochi posti a Roma. Non era strano che questi professori poi fossero pressoché venerati dai liceali. Oggi invece si fanno salire in cattedra, senza concorso, infornate di migliaia di professori. E il risultato è quello che è. 
Un tempo era possibile che occasionalmente si fosse promossi pur meritando di essere bocciati, ma era improbabile che, per fortuna o per raccomandazione, si potessero superare tutti gli esami che, nel caso del professore, erano ben otto, dalla terza elementare al concorso di Stato, per non dire che le materie d’università, ciascuna con un professore diverso, erano come minimo una ventina. Per rovinare un simile sistema di reclutamento, sarebbe stato necessario un impegno concorde e costante dell’intera società, cosa che appariva veramente ardua. Ma arduo non corrisponde ad impossibile, e infatti, a partire dal 1968, l’impresa è stata portata felicemente a compimento. 
Prima non si è bocciato nessuno alle elementari e la licenza elementare è divenuta un attestato di frequenza. Poi i professori della Scuola Media Inferiore si sono trovati di fronte dei ragazzi con i quali non potevano certo svolgere sul serio il programma previsto e per prima cosa dovevano tentare di fare il lavoro che i maestri elementari non avevano fatto. Non ci riuscivano gran che e in teoria avrebbero dovuto bocciare i ragazzi ma la Scuola Media Inferiore era divenuta anch’essa scuola dell’obbligo, e “obbligo di studio” passò a indicare “obbligo di promozione”. La licenza media è stata data a tutti, costituendo di fatto anch’essa un certificato di frequenza. 
Naturalmente in tutte le classi ci sono sempre stati dei ragazzi che hanno avuto voglia d’imparare e docenti che hanno avuto voglia di insegnare. E quando i primi incontravano i secondi, il risultato era eccellente: ma erano le eccezioni.
A questo punto nelle Scuole Secondarie Superiori da un lato si è partiti da un livello così basso che non si poteva certo andare lontano, dall’altro si è applicata anche qui la mentalità dell’obbligo di frequenza prevalente sull’obbligo di studio. E infatti, arrivati all’esame finale, la società ha voluto che si promuovessero tutti i ragazzi. La percentuale (assurda) è stata del 97%. Meno di un bocciato per classe. 
All’Università sono ovviamente arrivati studenti insufficientemente alfabetizzati, incolti e superficiali. E visto che gli studi potevano apparire ardui, per loro, si sono ridotti gli anni d’Università a tre. E si sono chiamati “dottori” coloro che un tempo non avrebbero superato l’esame di maturità. 
Ora sono arrivati in cattedra i risultati di questo sistema scolastico e il risultato è che la certificazione del “titolo di studio” in molti casi risulta falsa. Abbiamo alunni ignoranti, laureati ignoranti e professori ignoranti\. Un’intera società composta da ignoranti. Ascoltare i telegiornali è divenuto uno strazio o un’occasione di risate, per chi ha un bel carattere. 
L’ignoranza è divenuta sfacciata. Ortega y Gasset, quasi cent’anni fa, ha osservato che una caratteristica della massa divenuta padrona della società è quella di non vergognarsi dei propri errori e di esibirli come un diritto. Oggi chi si vede correggere ride. O magari alza le spalle: “Ma tanto mi avete capito, no?” Come direbbe un cane, dopo avere scodinzolato o dopo aver ringhiato.
Se il professore fosse pagato secondo quanto i ragazzi hanno realmente imparato non sarebbe così “generoso” di promozioni. Sarebbe nelle condizioni dell’idraulico che non è pagato se non ripara il guasto. Dal momento invece che nessuno lo controlla, il professore fa credere di essere “buono”, promuovendo, mentre è soltanto uno che ruba lo stipendio. Inoltre, dal momento che le famiglie, se non si comporta così, protestano e vanno dal Preside o ricorrono al Tar, il dilemma per molti è divenuto: “Lavoro sul serio e mi metto nei guai, o non faccio nulla e sono apprezzato da tutti?” E, come dicono a Napoli, “accà nisciun è fess”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 gennaio 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 25/1/2018 alle 6:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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