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giannipardo@libero.it
POLITICA
12 gennaio 2018
IL CANDIDATO PREMIER
È semplicemente naturale che sostenga una forte progressività delle imposte chi ha un basso reddito e l’avversi chi ha un alto reddito. Perché ognuno trova giusta la teoria che lo favorisce. E a tutto ciò si pensa a proposito della attuale diatriba sulla validità e sull’opportunità dei “candidati premier”. Chiamano “candidati premier” quei personaggi il cui nome appare sui simboli dei partiti, quasi per dire: “Votate per noi e lui sarà il prossimo Presidente del Consiglio”. Molti commentatori dicono che questa è una suprema sciocchezza ma ciò soltanto perché a loro non ne viene niente, né in positivo né in negativo. Se guidassero un partito, metterebbero sul simbolo anche loro il “candidato premier”. Perché, a quanto pare, conviene. 
Tutto ciò premesso, rimane vero che si tratta di una sciocchezza. Se avessimo ancora un sistema prevalentemente maggioritario, vincendo l’uno o l’altro raggruppamento, il Presidente della Repubblica non potrebbe che conferire l’incarico al leader del partito più votato. In tale sistema il “candidato premier”, se vince, si presenta per così dire con una maggioranza precostituita. Viceversa con un sistema prevalentemente proporzionale, come l’attuale, il giorno seguente le elezioni offrirà probabilmente un panorama talmente frammentato che il Presidente della Repubblica ne ricaverà soltanto un bel mal di testa. Se il sistema presentasse almeno la tradizionale divisione fra destra e sinistra, si potrebbe almeno ipotizzare una Große Koalition. Invece attualmente i raggruppamenti sono tre e ciò rende difficile perfino la soluzione tedesca.
Né ci si può inoltre nascondere che alcuni di quei “candidati premier” sono ridicoli. Piero Grasso o Giorgia Meloni sono persone degnissime ma le loro probabilità di essere nominati Primi Ministri sono più o meno pari alle mie. Per non parlare di Berlusconi che, sia pure in conseguenza di fatti che non si starà qui a rivangare, non ha nemmeno la possibilità giuridica di essere nominato. E tuttavia il campionato del ridicolo non lo vincono coloro che prima hanno messo il loro nome sulla scheda e oggi parlano d’altro, il campionato lo batte Luigi Di Maio che, su questa sua qualità di “candidato premier”, batte un giorno sì e l’altro pure. Come se significasse qualcosa.  Come se avesse vinto chissà che nomination e come se avesse qualche probabilità di vittoria più di altri solo perché lui è un “candidato premier” e gli altri no. È arrivato a dire che lui non parla con i candidati comuni, ma con i colleghi. Un po’ come i nobili d’un tempo che rifiutavano di battersi a duello con i non-nobili. 
Ma andiamo sul concreto. Se è indubbio che questa mania di mettere il nome sulla scheda e di parlare di “candidati premier” è una baggianata, come si spiega che tanti partiti lo facciano? La risposta è quella di prima: le tesi e i comportamenti seguono gli interessi. Malgrado il cambiamento di sistema elettorale tutti i partiti rimangono convinti che il nome e la faccia del leader costituiscano un traino. Quasi una sponsorizzazione. Qualcuno di simpatico che ci mette la faccia. Se questa è la verità, come si spiega che il Pd non abbia messo il nome di Matteo Renzi sulla scheda elettorale? Se ponessimo questa domanda a lui o ad altri dirigenti del partito, ci parlerebbero di collegialità e del ridicolo del concetto stesso di “candidato premier”. E ovviamente non sarebbero credibili. Perché tutto ciò lo sanno anche gli altri. Motivi teorici, dunque? Suvvia, non scherziamo. 
La verità è un’altra ed è facile da decrittare. La persona più influente, in quel partito, è attualmente Matteo Renzi. Sarebbe dunque naturale mettere il suo nome sulla scheda. E se quella scritta non c’è, è per paura che, un po’ come è avvenuto nel dicembre del 2016, quel nome faccia fuggire gli elettori piuttosto che attirarli. 
A questo punto si potrebbe chiedere: e allora non sarebbe naturale mettere un nome che possa attirare gli elettori? Certamente sì. Ma il Segretario ha temuto che quel nome dia maggiore visibilità e maggiore potere al prescelto, per esempio Paolo Gentiloni, rendendo ancor più difficile per lui, Renzi, la già problematica scalata a Palazzo Chigi. E allora niente nome. A rischio di perdere quel vantaggio cui un Di Maio non rinuncerebbe mai.
Matteo Renzi ha commesso ancora un errore. A giudizio di tutti i commentatori le sue chance di ridivenire Primo Ministro, dopo le elezioni, sono estremamente scarse. Dunque facendosi da parte avrebbe favorito il partito senza danneggiare sé stesso. Ma lui sembra non tenere tanto alla vittoria del suo partito quanto a non diminuire di un “et” la possibilità sia pure teorica di riconquistare l’alloro perduto. Dimentica disinvoltamente che il suo partito si è scisso in odio a lui e che Liberi e Uguali probabilmente preferirebbero perdere con lui che vincere con lui. E questo, mentre una ricucitura con Gentiloni forse sarebbe ancora possibile. 
Fa male al cuore vedere qualcuno che ogni giorno di più danneggia sé stesso e il suo partito. Purtroppo, come diceva Malaparte, “A vincere una guerra tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 gennaio 2018





permalink | inviato da Gianni Pardo il 12/1/2018 alle 8:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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