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POLITICA
7 gennaio 2018
PERCHÉ HA SUCCESSO LA DEMAGOGIA
La storia ha un senso? L’avrebbe certamente, se ci fosse una Divina Provvidenza a guidare le sorti dell’umanità. Ma, a giudicare da come vanno le cose, di quella Provvidenza non si vede traccia. La domanda può dunque essere un’altra: la storia ha oggettivamente un direzione? Avremmo una risposta se, per esempio, secolo dopo secolo gli uomini fossero sempre più liberi in democrazie o sempre più schiavi in tirannidi. Allora sì sapremmo se nella natura umana prevale l’istinto dell’individuo o quello del gregge.
La tentazione di ravvisare questo “senso” oggettivo è ricorrente, ma a certe tentazioni, checché ne dica Oscar Wilde, bisogna resistere. Perché l’epoca storica – che, non contando il più antico Egitto, non va oltre i quattro millenni – è troppo breve per trarne delle conclusioni. Un contemporaneo di Cesare avrebbe potuto credere che – guidato da Roma – il mondo si sarebbe avviato verso uno Stato magari autoritario ma certo civile, sensibile al diritto e tendenzialmente pacificato. Perché tale appariva il mondo colonizzato da Roma, per giunta un mondo che continuava ad espandersi. 
Ma poi Roma stessa si contraddisse, e divenne, soprattutto al vertice, una tirannide. Con figure, come l’ultimo Nerone, Caligola e tanti altri, il cui comportamento poté perfino suscitare orrore. Quel grande Stato cominciò lentamente a decadere, fino a meritare quella fine ignominiosa che si verificò quando i romani dimenticarono anche il dovere di difendersi personalmente, con le armi. L’Impero fu rimpianto per secoli, tanto che ancora oggi i Paesi che ne fecero parte, dal Marocco all’Inghilterra, dalla Spagna alla Romania, mostrano con orgoglio le pietre che sul loro territorio parlano ancora di quella civiltà, ma in esso alla fine le ombre prevalsero nettamente sulle luci.
La vicenda di Roma ha potuto far pensare da prima che il mondo andasse sempre verso il meglio e poi, ineluttabilmente, sempre verso il peggio. Impressione che fu confermata dall’eclisse che, salvo lampi isolati come quello di Dante, durò per secoli, fino al Rinascimento. Infine con l’Illuminismo e la Rivoluzione Industriale, si sarebbe potuto sperare in un costante miglioramento intellettuale e materiale, ma poi siamo stati svegliati dall’enorme massacro delle due Guerre Mondiali, dai settant’anni dell’oppressione sovietica, dall’incubo dei trent’anni di Stalin, e dei dodici anni di Hitler. Come credere ad un progresso futuro?
Rimane da trovare un perché a queste marce avanti e marce indietro dell’umanità. E forse basta chiedersi: “Fra le persone che hanno subito l’oppressione sovietica e sono tornate alla libertà, quante vorrebbero tornare alla dittatura comunista?” Certo pochissime. E infatti il partito comunista, perfino in Russia, è insignificante da quasi un trentennio. E tuttavia: è escluso che fra dieci o vent’anni dei giovani russi non votino in massa per un regime dittatoriale, di destra o di sinistra che sia, non avendo idea di come si viva in una dittatura?
Tutto si spiega con la durata della vita umana. Chi ha fatto l’esperienza della mancanza di libertà sa quanto essa valga, ma chi non l’ha fatta si lamenta di inconvenienti minori e pur di eliminarli è capace di giocarsi la libertà. Soltanto l’esperienza personale insegna che, come diceva Churchill, la democrazia è pessima ma gli altri tipi di regime sono peggiori. Ma gli uomini vivono per pochi anni e non tutti hanno il tempo d’impararlo.
La morte di Cesare suscita ancora oggi rammarico ed orrore e i congiurati sono visti come criminali vili e ingrati. E tuttavia la motivazione di quegli assassini non fu ignobile: Cesare aveva ottenuto la carica di dittatore a vita e questo significava la fine della Repubblica. 
Soltanto un uomo che vivesse duecento o trecento anni sfuggirebbe alle sirene delle illusioni. Costui non permetterebbe a nessuno di prendere il potere senza il dovere di restituirlo a richiesta. Saprebbe che la democrazia, lungi dall’essere un regime perfetto, è severamente criticabile, ma meglio tenersela stretta, se non si vogliono avere regimi peggiori. Basti pensare all’impressionante contrasto economico fra le due Coree che, pur avendo la stessa lingua e la stessa civiltà d’origine, sono oggi l’una fra i Paesi più ricchi del mondo, e l’altra fra i più poveri.
Perfino in Italia constatiamo l’effetto di questa mancanza di esperienza. Se abbiamo un grande partito come il Movimento 5 Stelle è perché molti italiani desiderano dire che dell’attuale regime non ne possono più. Che sono pronti a perdonare qualunque incompetenza, e perfino i guasti di un governo di dilettanti, pur di mandare a casa un’intera classe politica. In altri parole votano per un partito che dovrebbe rovesciare la democrazia, e dimenticano che questi tentativi a volte riescono. Poi magari ci se ne pente per cinquant’anni, ma mentre un governo democratico si può sempre cambiare, chi cambiò mai dittature come quella di Stalin o di Hitler, che insieme sono costate decine di milioni di morti all’umanità?
Soltanto un uomo che vivesse duecento o trecento anni sarebbe immune da queste soluzioni facili, quando non mitologiche e miracolistiche. E l’uomo, dirà qualcuno, non vive così a lungo. È vero. Ma non del tutto. Perché se l’uomo medio in Italia vive ottant’anni ed ha un’esperienza di circa settanta, l’uomo abbeverato di storia di anni ne ha almeno tremila. Anche se purtroppo questi anni non gli servono a niente. In regime democratico il voto di colui che ha tremila anni di esperienza vale quanto quello di colui che lava le scale del suo condominio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 gennaio 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 7/1/2018 alle 10:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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