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POLITICA
13 ottobre 2017
LA NUOVA LEGGE ELETTORALE È BUONA O CATTIVA?
E così, incredibile dictu, come avrebbero commentato i romani, abbiamo una nuova legge elettorale. È buona? Certamente no. Ma non perché questa sia cattiva e un’altra potrebbe essere buona: semplicemente perché qualunque legge elettorale è cattiva. Questo genere di regolamento è sempre una coperta troppo corta perché qualcuno, ad un margine o all’altro, non abbia freddo. 
Questo principio è talmente innegabile, che in questo campo ognuno non si vergogna di tirare sfacciatamente l’acqua al proprio mulino. Per ogni formazione politica, è buona la legge che la favorisce e cattiva quella che la sfavorisce. Dunque è inutile stare ad ascoltare le critiche dotte. Quelle stesse critiche diverrebbero lodi, se il sistema favorisse il partito di chi le formula. E allora, che altro c’è da dire?
In primo luogo, che viene confermato il vecchio principio di La Rochefoucauld secondo il quale tutte le virtù si perdono nell’interesse come tutti i fiumi si perdono nel mare. Infatti, benché tutti si riempiano la bocca di grandi principi giuridici, politici e costituzionali, è sempre stato estremamente improbabile che i partiti si mettessero d’accordo su una nuova legge elettorale. Per mesi e per anni, malgrado le infinite critiche alla legge vigente, non si è riusciti a farne una nuova. E invece ora, in quattro e quattr’otto, eccola qui. E non è difficile spiegarsi perché.
Quando è difficile raccapezzarsi riguardo alle ragioni che determinano il comportamento del prossimo, i romani si chiedevano: cui prodest? Il primo sospettato è sempre colui che beneficia del reato. Nel nostro caso è facile capire che il “successo” si è avuto non per la convergenza di chissà quali ideali, ma per il comune interesse di quei quattro partiti che, mettendosi insieme, hanno abbastanza voti per approvarla. Stiamo parlando di Pd, Fi, Alleanza Popolare e Lega Nord. 
Naturalmente i Cinque Stelle protestano, ma semplicemente perché i quattro partiti hanno favorito sé stessi e non il Movimento. Dunque il loro scontento non vale niente. Perché, se avessero potuto imporsi, avrebbero votato una legge che favoriva loro e non gli altri. I motivi ideali di cui si riempiono la bocca tutti sono soltanto degli alibi. In questo campo si tratta soltanto di interessi di bottega. 
Il mondo che viene qui descritto ha il soffitto basso di quelle case popolari francesi in cui una persona di altezza normale può senza sforzo toccare il soffitto con un dito. Ma la colpa di una realtà scoraggiante non è certo di chi la osserva. Nell’impossibilità di una legge perfetta, la seconda “best option” è una legge che duri a lungo, quale che sia. 
Posto che qualunque legge elettorale favorisce una parte politica, se la si corregge, si risolve un problema e se ne crea un altro. Si smette di favorire una parte politica e se ne favorisce un’altra. Insomma con la novazione non si sana l’ingiustizia, perché l’ingiustizia è una caratteristica ineliminabile delle leggi elettorali. E allora la cosa migliore – se non il rimedio - è la permanenza di una stessa legge elettorale per tanto tempo, che alla fine favorirà la parte che originariamente era stata sfavorita. La legge elettorale inglese (un maggioritario puro e brutale) è fra le più inique del mondo. Una di quelle che meno rispecchiano il voto popolare, e proprio l’opposto della legge proporzionale. E tuttavia essa non ha impedito che, nel tempo, i due partiti che si contendono il potere cambiassero. Così il partito che per lungo tempo è stato sottorappresentato in Parlamento è riuscito a soppiantare uno dei due partiti precedentemente prevalenti ed ha da quel momento fruito dei vantaggi che prima avevano gli altri.
L’uguaglianza dei vantaggi e degli svantaggi si ha nel tempo. E forse qualche buona riforma si può fare soltanto quando, alla lunga, tutti hanno potuto constatare sulla propria pelle l’iniquità di certi eccessi.
Nel nostro Paese si potrebbe almeno applicare per trent’anni la stessa legge elettorale. Anche mediocre, anche cattiva, anche criticabile: ma prevedibile e stabile. Il Mattarellum aveva i suoi limiti ma, se ce lo fossimo tenuto per alcuni decenni, avremmo conosciuto in anticipo le regole del gioco non soltanto per la successiva tornata elettorale, ma anche per quelle dei decenni seguenti. E soprattutto la legge non avrebbe avuto, come spesso da noi, l’odore dell’inchiostro fresco e la certezza che la regola è stata calibrata sugli interessi dell’ultimo che l’ha votata.
Le leggi elettorali in Italia sono peggiorate dalla voglia di cambiarle continuamente. E questo non è un difetto giuridico: è una delle tante prove della nostra insufficiente correttezza. Nella competizione alcuni non cercano di essere migliori degli altri, cercano di vincere facendogli lo sgambetto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 ottobre 2017




permalink | inviato da Gianni Pardo il 13/10/2017 alle 6:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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