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politica interna
9 ottobre 2017
LAS VEGAS E IL MOVENTE DEGLI SQUILIBRATI
Ansa: “Strage a Las Vegas: Stephen Paddock, giallo del pensionato-killer senza movente”. E se le autorità locali e federali, malgrado ogni possibile indagine, non sanno perché quell’uomo tranquillo ha ucciso cinquantanove persone e ne ha ferite circa cinquecento, certo non potrà farlo un privato a decine di migliaia di chilometri. In termini di certezza non si può affermare nulla. Ma sulla base degli scarni dati di cui si dispone qualche commento è possibile. Non risultassero esatti per quel tale Paddock, potrebbero ancora rimanere plausibili come teoria.
Il “movente” è ciò che fa muovere. Ciò che induce qualcuno a fare qualcosa. Il termine è di solito usato a proposito di gravi reati e si presume che debba designare una ragione seria, ma è un pregiudizio. Infatti il codice penale prevede l’aggravante dei futili motivi. Uno sconsiderato può uccidere chi ha osato guardare la sua donna, un altro può sparare a un amico che non gli ha restituito duecento euro o all’incauto automobilista che gli ha tagliato la strada. La serietà del movente dipende dai parametri del singolo. E infatti in qualche caso l’accusato non è condannabile  perché malato di mente.
Nei casi dell’omicidio per gelosia, per denaro o per questioni di traffico, si ha da fare con personaggi che temono di dimostrarsi sottomessi, di perdere la loro dignità, di non essere “veri uomini”. Che credono di non poter perdonare l’immaginario gravissimo torto subito, e per questo reagiscono in modo violento. 
Un altro movente è la coscienza del proprio scarso valore. L’omino insignificante immagina di procurarsi un momento di gloria – e di evasione dal proprio abisso – mettendosi a gridare “Al fuoco!” in un cinema. Vedere che tutti scappano terrorizzati, magari calpestandosi, gli fa sognare ad occhi aperti di averli vinti lui, tutti insieme, come forse soltanto Achille poteva fare. Che trionfo. Finalmente qualcosa che riscatta un’intera vita di frustrazioni.
L’artista non riconosciuto va a prendere a martellate la Pietà di Michelangelo e stabilisce un’equivalenza fra lo scalpello che crea un’opera immortale e il martello di un imbecille che la demolisce. Questo genere di motivazione è dietro decine di atti di terrorismo. Ci sono sbandati che, sobillati da una religione che conoscono male, si credono eroi solo perché sono disposti a sacrificare la loro vita, e l’altrui, per ottenere qualche titolo di giornale. Un’azione del genere, prima ancora che criminale, è patetica. I terroristi che si precipitano con l’auto sui pedoni non compiono un atto eroico, perché farlo è alla portata di tutti. In particolare dei pessimi guidatori. Come possono affidare il loro riscatto umano e morale ad un’azione del genere? L’unica spiegazione è che sia il tentativo di ribaltare un bilancio esistenziale negativo. Provocare molto dolore in pochi secondi e con pochissimo sforzo è qualcosa di divino. Qualcosa di simile al “fiat” con cui Dio creò l’universo. E quell’onnipotenza immaginaria fa gonfiare il petto di tanti falliti.
E così arriviamo a Paddock. Quest’uomo era avido di potenza, tanto che non gli bastava mai. Era riuscito ad arricchirsi. Aveva ottenuto il brevetto di pilota, e volare è azione mitologica, un modo di librarsi al di sopra degli altri. Era un accanito giocatore, e si sa che il giocatore non riesce a smettere perché – pur sapendo che il casino è una macchina per far perdere denaro ai clienti – continua a sfidare la sorte. Ha bisogno di un impossibile ma irrinunciabile riscatto, quello della vittoria improbabile. 
Infine Paddock collezionava armi e questo è il sintomo più significativo. Che cos’è un’arma da fuoco? È il mezzo con cui il debole può uccidere il forte. Infatti, quando queste armi comparvero sui campi di battaglia, i gentiluomini le considerarono sleali. Strumenti degni di vigliacchi che non osavano avvicinarsi al nemico. Ché anzi già prima, ad Azincourt, i nobili francesi si fecero infilzare a decine dai long bow degli arcieri inglesi perché li disprezzavano troppo per dimostrare di avere paura.
Paddock collezionava rivincite. Ogni nuova arma era come se gli dicesse: “Con me sola, potresti uccidere ante persone!” E questo martellamento deve essere divenuto un’ossessione. Qualcuno ha detto che, se in un’opera teatrale c’è un fucile appeso alla parete, si può star sicuri che, prima della fine, quel fucile sparerà. Probabilmente è proprio questo che è avvenuto: Paddock ha voluto realizzare il sogno di sempre. Insieme con i suoi tanti amici a canna lunga avrebbe dimostrato al mondo intero la sua potenza. Avrebbe vissuto quel momento cui anelava da anni. Dal bruco – improvvisamente – la farfalla. E dopo avrebbe anche potuto suicidarsi, ché tanto nessun momento sarebbe mai stato più alto.
Paddock è stato un poveraccio cui la tecnologia moderna ha permesso di fare molto danno con poco sforzo. Un po’ come il martello di colui che sfregiava la Pietà di Michelangelo. O come il fuoco di Erostrato che incendiò il tempio di Artemide. Uno dei tanti casi di complesso d’inferiorità così devastante da vietare alla sua vittima di sopravvivere.
E poiché di dementi, di frustrati o più semplicemente di imbecilli non ci sarà mai penuria, è inutile dire: “Cose del genere non devono più succedere”. Perché succederanno sempre. La specie umana, fra gli altri difetti, e a differenza di tanti altri mammiferi, ha un insufficiente rispetto dei congeneri. 
Noi organizziamo massacri di milioni di innocenti, e li chiamiamo guerre.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 ottobre 2017



permalink | inviato da giannipardo il 9/10/2017 alle 9:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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