.
Annunci online

giannipardo@libero.it
POLITICA
10 agosto 2017
IL REATO DI PIETA'
Se lascia loro e viene da noi è un convertito, se lascia noi e va da loro è un traditore. Morale: non bisogna lasciarsi suggestionare dalle parole e dalle loro connotazioni. Contano i fatti. 
E poi non bisogna essere disonesti Se il giudice assolve l’imputato di omicidio, il padre della vittima non può dire: “Hanno ucciso mia figlia una seconda volta”, perché nessuno può essere ucciso due volte e la bassa retorica è irritante. Non può dire: “Hanno lasciato libero l’assassino di mia figlia”, perché queste parole significano che i magistrati hanno reputato quell’uomo colpevole e tuttavia l’hanno lasciato libero. Se ciò fosse vero, e si potesse dimostrarlo, quei giudici non andrebbero biasimati, andrebbero denunciati. Si può certo contestare la sentenza (se non fosse lecito non esisterebbe l’appello) ma con queste parole: “Io rimango convinto che sia lui il colpevole”. Oppure (se se ne è capaci): “Io sono convinto della sua colpevolezza, e posso dimostrarvelo. Ascoltatemi”. Cosa che fra l’altro è molto più efficace di un po’ di retorica spicciola.
Analogamente, non si può invocare la libertà di parola per qualunque cosa si sia detta. Chiunque può affermare che il Tal dei Tali è stato un pessimo ministro, ma non può dire che “ha rubato a man bassa”. Perché il primo è un giudizio politico, il secondo costituisce diffamazione con l’attribuzione di un fatto determinato, cosa che può del tutto naturalmente comportare una condanna penale. 
Sia detto di passaggio, al riguardo qualcuno potrebbe obiettare che all’indirizzo di quel ministro ha sentito gridare “Ladro, ladro, ladro!”, in Parlamento, e  che l’accusato di diffamazione ha manifestato esattamente lo stesso pensiero. In realtà la questione è più complessa. I deputati (ai sensi dell’art.68 della Costituzione) non sono punibili per qualunque cosa dicano nel corso della loro attività politica, ma di analoga guarentigia non fruiscono i privati cittadini. Anche se potrebbe funzionare per loro – se avessero da fare con giudici particolarmente scrupolosi – l’esimente di cui all’art.59, 4° comma,  del codice penale.
Sempre a proposito di “parlare a sproposito”, qualcosa del genere si verifica in questi giorni. Gli accusati di reati connessi con l’immigrazione clandestina, invece di proclamarsi innocenti (se non hanno commesso il fatto), o colpevoli (se lo hanno commesso) se la cavano costantemente con un escamotage: “Se soccorrere chi rischia di morire è un reato, ho commesso questo reato. E lo commetterò ancora”. Applausi. 
Questa frase è di una stupidità esemplare. L’idea di definire reato il salvataggio di chi rischia di morire è contraria ai più elementari istinti della nostra specie, ed è un assoluto assurdo in un Paese come il nostro. Se qualcuno è accusato di aver commesso un atto punibile, si può star certi che non è quello di aver salvato qualcuno. Sicuramente si tratta di qualche circostanza concomitante, di un reato occasionato da quel fatto, non certo di un disinteressato atto di umanità.
Non bisogna dunque stravolgere la realtà dei fatti e la loro qualificazione giuridica. Se esistesse una norma che punisce ciò che si reputa un atto di umanità per il quale bisognerebbe essere lodati e non puniti, non bisogna contestare l’attività del giudice, il quale applica soltanto la legge, ma quella del legislatore, cioè del Parlamento. Se la legge punisce severamente l’offesa al Presidente della Repubblica (senza nemmeno che egli si scomodi a presentare una querela) non bisogna prendersela con lui, se si è processati; e neppure col giudice: una legge va osservata perché esistente, non perché giusta. E se è ingiusta ne va invocata l’abolizione o la modifica, non l’inosservanza. 
Per tutte queste ragioni, le eventuali contestazioni alla nuova regolamentazione dell’attività delle organizzazioni non governative in materia di salvataggi in mare ed immigrazione clandestina vanno motivate tecnicamente. Sarà ovviamente lecito invocare le ragioni ideali che stanno alla base di una nuova norma al momento di formularla, cioè de iure condendo, ma cavarsela insultando il Parlamento che l’ha votata, e i funzionari dello Stato che la applicano, non è cosa degna di persone intelligenti.
Che è poi la spiegazione della frequenza con la quale si sentono questi insulti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 10/8/2017 alle 14:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
luglio        settembre

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Per favore, prendete nota dell'indirizzo giannipardo@libero.it, per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile.