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POLITICA
9 luglio 2017
AUT CAESAR AUT NIHIL
Un caro amico che lavorava nel campo della pubblicità una volta mi insegnò che è molto più facile vendere un prodotto nuovo che ridare lustro a un marchio che appare vecchio e superato. Quand’anche si migliorasse il prodotto, lo si rendesse competitivo e perfino superiore ad altri, è praticamente impossibile risalire la corrente. La regola vale nei campi in cui l’immagine è tutto. Se un attore è l’archetipo dell’uomo morale e del raddrizzatore di torti  e poi è credibilmente accusato di pedofilia, la sua carriera potrebbe finire bruscamente. Lui rimarrebbe lo stesso bravo interprete di prima, ma a volte, rotto l’incantesimo dell’immagine, non rimane niente.
Fra i campi in cui l’immagine a momenti prevale sulla sostanza c’è la politica. E questo spiega come mai a volte dei politici famosi, di cui si è a lungo parlato e discusso, possano scomparire, letteralmente, dai giornali e dagli schermi televisivi. Tanto che, se occasionalmente riappaiono, a momenti qualcuno esclama: “Toh, è ancora vivo?”  Un esempio è Gianfranco Fini. 
Sui giornali qualche commentatore politico si chiede se, in occasione delle prossime elezioni, Matteo Renzi si presenterà come candidato alla Presidenza del Consiglio. Al riguardo qualcuno intanto osserva che la questione è mal posta: la candidatura aveva più senso – benché non prevista in Costituzione - finché abbiamo avuto un sistema maggioritario. Oggi, con la proporzionale, le cose vanno molto diversamente. Ma non è detto che questa nota pesi molto. Può anche darsi che l’argomento del bastone, che Renzi maneggia così bene, abbia più valore di queste sapienti distinzioni. Il problema in realtà sembra essere un altro.
Renzi ha costruito tutta la sua carriera sull’immagine del giovane vincente, ma attualmente questa immagine è danneggiata da molti fattori. In primo luogo, l’attuale segretario del Pd non rappresenta più una novità. In politica tre anni sono un’eternità. In secondo luogo, oltre che sulla base delle promesse, è giudicato in base ai risultati e questi risultati – magari non per colpa sua, ma questo poco importa – non parlano in suo favore. Infine, poco saggiamente, egli si è fatto fin troppi nemici e non solo fra gli avversari. C’è da temere la conventio ad excludendum, “chiunque salvo Renzi”. E infatti, per cominciare, in nessun caso lo sosterrebbe il Mpd di Bersani. Giustamente tuttavia l’interessato potrebbe dire che l’ambito politico non è la stessa cosa del Paese. Ciò che conta è l’opinione degli elettori. Ma, appunto: qual è oggi il livello di popolarità di Matteo Renzi?
In questo campo il 4 dicembre è risuonato non come un campanello d’allarme, ma addirittura come una campana a morto. Una crisi di rigetto magari prevedibile ma sorprendente per le sue catastrofiche dimensioni. In queste condizioni sarebbe giusto chiedersi se valga la pena di rischiare, e di far rischiare un tracollo al Pd. Soprattutto dal momento che a Palazzo Chigi c’è un Presidente del Consiglio – da lui stesso messo lì – che è il suo esatto contrario: Paolo Gentiloni è moderato, garbato, fa pacatamente del suo meglio e sembra non avere nemici. Quanti nel Pd non pensano che con lui si rischierebbe di meno?
Ma, non si può che ripeterlo, tutto dipende dall’opinione degli elettori. Dopo che si è avuto il risultato delle urne tutti dichiarano che quell’opinione era evidente, ma oggi non la conosce nessuno. Se fosse vero che Renzi è diventato impopolare, dovrebbero sperare in una sua candidatura soltanto tutti coloro che sono ostili a lui e al Pd. Comunque, il rischio è talmente grande che nessuna persona di buon senso lo correrebbe.
Napoleone si credeva fortunato, ed effettivamente una volta fu assistito dal sole, ad Austerlitz. Ma poi fu sfavorito dalla nebbia a Waterloo. E purtroppo anche Renzi ha un’enorme dose di autostima e di ottimismo. Anche se oggi i sondaggi gli dicessero che, con una candidatura, rischia molto, il suo coraggio leonino lo indurrebbe lo stesso a buttarsi nella mischia. Nell’intimo è sempre convinto di riuscire a spuntarla, e se la lezione del 4 dicembre non gli è bastata, è perché non riesce ad inserirla nella sua visione della realtà. E invece, se stavolta dovesse andargli male, poi dovrebbe veramente e definitivamente uscire dalla politica. Non perché l’avrà promesso – cosa di cui è capace di non tener conto – ma perché dopo nessuno vorrebbe saperne, di lui. 
Se avesse più buon senso, si terrebbe stretta la sua carica di Segretario, che è più di quanto meritasse, dopo l’infortunio del referendum. E poi dovrebbe cercare di farsi amici tutti i dirigenza del partito. Rilanciare al poker della Presidenza del Consiglio potrebbe costargli l’intera posta. Purtroppo la sua costante tendenza all’eccesso non permette di essere ottimisti. Il suo motto, come per il Duca Valentino, sembra essere “aut Caesar au nihil”, o vincere tutto o perdere tutto. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it




permalink | inviato da giannipardo il 9/7/2017 alle 7:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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