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POLITICA
30 giugno 2017
LA LIBERTA' DI ESSERE IMBECILLI
Una delle più note regole della religione islamica è l’assoluto divieto di bere alcool. In questo momento, per le note ragioni, è difficile trovare qualcuno che abbia una grande stima dei seguaci di Maometto, ma nel caso dell’alcool siamo sicuri che il Profeta abbia avuto torto? 
Il primo dubbio che bisogna risolvere è se l’alcool faccia male o no. I medici più ottimisti (quelli tutt’altro che astemi, c’è da credere) sostengono che un bicchiere (soltanto) di vino rosso a pasto faccia anche bene. Ma non abbiamo mai visto un medico che lo prescrivesse in ricetta. Né un medico che reputasse l’essere astemi un danno per la salute. La scienza insomma non ha tentennamenti, in questo campo: l’alcool è un veleno e fa male. Ma quanto male?
Chi si limita a quel bicchiere a pasto potrà giustamente affermare che il totale divieto è stupido. Viceversa chi ha conosciuto un alcolista potrà testimoniare che l’alcool non si limita a far male, surrettiziamente, come le sigarette: fa malissimo. È la rovina di una persona e spesso della sua famiglia. Anche per l’alcool vale la massima di Paracelso secondo cui è la dose che fa il veleno. E poiché la maggior parte di coloro che bevono vanno ben al di là del singolo bicchiere a pasto (per non parlare di ciò che bevono al di fuori dei pasti) la conclusione è semplice: se Maometto ha vietato l’alcool perché reputava che facesse male, aveva ragione.
Ma non siamo arrivati all’ultima casella, in questo gioco dell’oca. Pure ammesso che chi vieta una cosa lo faccia per il bene degli altri, sarà ancora lecito chiedere chi gli dia l’autorità per farlo. Maometto parlava in nome di Dio, e per i credenti questa era un’eccellente referenza. Ma non tutti sono maomettani, e moltissimi non sono neppure credenti. Dunque l’Autorità laica dovrebbe cercare un diverso fondamento, per la sua legge, e non è detto che lo trovi facilmente. Fra l’altro in questo campo l’esperienza del proibizionismo americano, almeno per quanto riguarda l’Occidente, è definitiva e obbliga alla conclusione che quel divieto, giusto o sbagliato che sia, nei Paesi liberi è meglio non tentare neppure di imporlo.
Ma ciò non risponde ancora alla domanda se sarebbe bello che potesse imporlo. E questo dubbio richiede considerazioni più sottili di quelle che precedono.
Il comando dell’autorità può essere nell’interesse della stessa autorità o nell’interesse dei cittadini. Lo Stato ha assoluta necessità che i cittadini paghino le tasse, perché quel gettito è assolutamente necessario al suo funzionamento. Mentre l’obbligo di indossare le cinture di sicurezza, in auto, è nell’interesse stesso di chi viaggia. E infatti, al momento dell’introduzione di quest’obbligo, molti protestarono: “Che gliene importa, allo Stato, se mi rompo l’osso del collo? Ho guidato per trent’anni senza e potrò farne a meno anche in futuro”. 
Ma la distinzione fra i due diversi fondamenti per il comando dello Stato non è così netta come si potrebbe pensare. Da un lato le tasse finanziano anche dei servizi per i cittadini, dall’altro le regole imposte nell’interesse di colui che dovrà osservarle hanno spesso ricadute sui terzi. È vero che chi si droga rovina il proprio corpo, e non quello altrui. Ma se per comprarsi la droga poi comincia a fare rapine, oppure se si ammala e chiede di essere curato, per la collettività questi sono costi. E, nello stesso modo, è vero che chi guida ubriaco rischia innanzi tutto di ammazzare sé stesso, ma è anche vero che con l’occasione può ammazzare qualcun altro. 
Così si giunge al nocciolo della questione: l’Autorità deve permettere al singolo di rovinarsi ogni volta che egli sia interamente capace di intendere e di volere (e ciò già esclude da questa libertà i minorenni e i malati di mente) e ogni volta che il suo comportamento non provochi danni o costi ai terzi. La libertà – che tutti tanto amiamo – comporta la responsabilità. Sulle sigarette, non bisognerebbe scrivere che possono provocare il cancro ai polmoni, bisognerebbe scrivere che soltanto un imbecille fuma. E, se muore, ci sarà un imbecille di meno. 
Il proibizionismo, per quanto riguarda l’essere imbecilli, ha ancor meno probabilità di successo di quello che riguardò l’alcool. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 giugno 2017




permalink | inviato da giannipardo il 30/6/2017 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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