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POLITICA
18 agosto 2016
IL DENARO NON È NIENTE. ANZI È QUASI UNA TRUFFA
Il portatore di una banconota può richiedere beni e servizi perché gli altri, quando saranno in possesso di quel pezzo di carta, potranno a loro volta ottenere beni e servizi. Il denaro è una possibilità di acquisto. Questo fenomeno non dà luogo a nessun problema dell’uovo e della gallina. Infatti mentre i beni e i servizi esistono da sempre, la moneta, ancora diecimila anni fa, non esisteva. Al massimo c’era il baratto, bene contro bene.
In ogni ragionamento che si occupi di questo problema, non bisogna dunque partire dalla moneta, perché essa non è esistita prima dei beni. Lo schema storico è: 1) creazione di un bene (o di un servizio); 2) cessione del bene in cambio di un bene equivalente (baratto), e poi 3) di un bene accettato da tutti, tanto da potere essere utilizzato come misura del valore e moneta di scambio. Nell’antichità italica pecore, ad esempio, pecus, da cui pecunia. Argento, da cui il francese argent, che significa denaro; o, caratteristicamente, l’oro.
A questo stadio dell’economia la moneta è “una cosa”, cioè un bene, non un “buono” per ottenere un bene. L’oro non è la promessa di un valore, è esso stesso un valore. Ecco perché non andrà mai fuori corso.
Poi è stata introdotta, forzosamente, la carta moneta. Fino ad allora il fabbricante di scarpe aveva dato le scarpe in cambio di un bene (pecora/argento/oro); da quel momento lo Stato gli ha ingiunto di accettare in pagamento la sua carta, dicendogli che, in fondo, non perdeva niente. Prima, scambiando l’oro, aveva la possibilità di avere un bene o un servizio; ora avrebbe avuto la stessa possibilità con la banconota: la quale dunque avrebbe rappresentato una sorta di titolo di credito nei confronti della collettività. Tutto questo sembra normale ed è lungi dall’esserlo.
La moneta/bene (l’oro) non è una promessa di bene, è un bene. La cartamoneta invece è soltanto una promessa di bene, non un bene. E come tutte le promesse può avvenire che non sia mantenuta. Ecco perché chi ha molto denaro (in banconote o in conti bancari) non è attualmente ricco. Dispone soltanto della promessa di molti beni, ma attualmente non li ha, e le promesse altrui valgono quanto chi le fa.
Ma l’introduzione della cartamoneta non ha eliminato il risparmio, il quale consiste in un accantonamento di beni per un uso futuro. Questo fenomeno, in origine motore essenziale dello sviluppo economico (basti pensare all’accantonamento di una parte del raccolto di grano per la semina successiva) col tempo è divenuto un cancro. Perché con la cartamoneta, risparmiando una quantità eccessiva non di beni, ma di “promesse di beni”, si arriva fatalmente a creare “promesse che non saranno mantenute”. E ciò a causa dell’intervento scorretto dello Stato, come è facile spiegare.
Nel momento in cui qualcuno comincia a risparmiare, cioè a non spendere il proprio denaro, questo dovrebbe diminuire l’offerta di denaro sul mercato, facendone per conseguenza aumentare il valore. Ma lo Stato ne approfitta per stamparne di più, perché ciò gli permette di spendere di più, e il risultato è che alla fine si ha lo stesso denaro circolante di prima, ma altrove c’è quello accantonato dai risparmiatori. È un passaggio cruciale. 
Immaginiamo che i risparmiatori risparmino nel giro di dieci anni la metà del circolante, e che lo Stato immetta nel mercato quella metà di circolante. Ora – anche se la gente non se ne accorge - abbiamo gli stessi beni di prima a fronte del 150% del denaro (100 in circolo e 50 risparmiato). E per conseguenza, nel momento in cui i risparmiatori vorranno finalmente spendere il loro denaro, otterranno il 66,66% del valore originario del loro denaro, in quanto l’afflusso di contante nella circolazione provocherà una svalutazione del 33,33%.
Ma – si dirà – salvo panico in Borsa i risparmiatori non si precipitano mai tutti insieme a spendere il loro denaro. Giusto. Ma la situazione col tempo non sarà meno pericolosa. Infatti, se essa si stabilizza, diviene normale che, accanto al denaro che viene utilizzato, ve ne sia una grande quantità inutilizzata, e, nella mentalità corrente, questo denaro diviene “una cosa in sé”. Si crea un turbine di titoli, cedole, obbligazioni, azioni, derivati, tutto un mondo finanziario – per un valore di molti trilioni di dollari - che rappresenta un notevole multiplo dei beni reali. Una massa di denaro che potrebbe abbattersi sul mercato vero, in occasione di una crisi di fiducia delle Borse (evento tutt’altro che inverosimile) con effetti ben più devastanti di quelli di un tornado tropicale. Infatti, in caso di allarme sulla realizzabilità della promessa costituita dal denaro, i risparmiatori si precipitano a trasformare quanto più è possibile il denaro in beni e servizi, ottenendo come risultato l’aumento improvviso del circolante, una tremenda inflazione e per conseguenza la perdita di potere d’acquisto del denaro stesso.
Attualmente, sopra le nostre teste, esiste una nuvola di denaro che rappresenta una cifra incredibilmente superiore all’intero prodotto interno lordo del mondo. I possessori di questo denaro vivono nella doppia angoscia di avere del denaro che non rende niente (e da questo la spasmodica ricerca dell’investimento giusto) e di perderlo pressoché interamente nel caso di una crisi di Borsa. Loro rischiano la metà dei loro risparmi, ma i percettori di reddito fisso non stanno meglio: nel momento della grande inflazione, operai, impiegati e pensionati rischiano la metà del potere d’acquisto dei loro stipendi, perché tutti i prezzi sono raddoppiati.
I risparmiatori si illudono, pensando di poter fare determinati acquisti. In realtà sono ricchi soltanto di promesse che, nel momento della crisi, saranno mantenute per una percentuale del loro valore originario. Il vero vincente è lo sprecone e chi fa debiti. Chi spende beneficia fino all’ultimo dell’attuale valore del suo denaro e chi fa debiti non rischia nulla, al massimo avrà un bello sconto.
Il denaro si è sganciato dalla realtà ed è divenuto un oggetto autonomo. Tutti lo trattano come se valesse ciò che dice di valere, ma in realtà è come in quel gioco di società in cui cinque coppie ballano e ci sono nove sedie. Quando la musica improvvisamente si ferma, tutti devono sedersi ma è fatale che una persona rimanga in piedi. Qui rimarrà in piedi ben più di una persona su dieci. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 agosto 2016 




permalink | inviato da giannipardo il 18/8/2016 alle 15:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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