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POLITICA
16 agosto 2016
GLI INVESTIMENTI PUBBLICI PER RILANCIARE L'ECONOMIA
Ecco il titolo di un’intervista al ministro Delrio(1). E infatti, a parere della maggior parte degli economisti e dei politici, per rilanciare l’economia sono necessari gli investimenti pubblici. Il governo italiano non li attua, perché non è autorizzato a contrarre nuovi debiti per farlo, e se ne duole. Ma siamo sicuri che sia un male? Vale dunque la pena di capire innanzi tutto come funzionano. 
Immaginiamo un Paese che vive un momento di difficoltà economica e tuttavia scopre che il proprio sottosuolo potrebbe essere sfruttato per produrre rame. È un metallo richiestissimo ma per estrarlo sono necessari capitali ingentissimi. Capitali che i privati non hanno o non intendono rischiare. A questo punto il governo, sia pure facendosi prestare il denaro dal mercato borsistico, fonda una gigantesca impresa mineraria, e ottiene i seguenti risultati: in primo luogo, assumendo ingegneri, tecnici e operai per l’estrazione del metallo, per i trasporti, e per tante attività collaterali, crea moltissimi posti di lavoro. Percependo uno stipendio, tutto questo personale spende di più, consuma di più, e alimenta così la domanda di beni e servizi. Ciò provoca il rilancio dell’economia nazionale. Nel frattempo, l’estrazione del rame produce grandi profitti con i quali lo Stato rimborsa il debito contratto per creare l’impresa di produzione e addirittura ricava un gettito per l’erario.
Sarebbe veramente bellissimo, se andasse sempre così. In realtà fin troppo spesso le cose vanno diversamente.
Innanzi tutto non sempre si ha l’occasione di profittare di una possibilità di investimento produttivo. Non sempre si scopre un giacimento di rame quando serve. E infatti colui che ha teorizzato quel genere di manovra economica, John Maynard Keynes, non si è fatto illusioni: ha parlato di un intervento congiunturale (non stabile) dello Stato che sia anche moderatamente produttivo, o produttivo a lunga scadenza, come costruire una nuova autostrada o gli edifici necessari a una grande università (gli esempi sono miei), perché il beneficio ricercato non è il profitto: è innanzi tutto la creazione di posti di lavoro. Infatti questi richiedono salari e stipendi, i quali a loro volta, nel momento in cui saranno spesi, aumenteranno i consumi, aumenteranno la domanda e dunque la vivacità dell’economia. Fino a rilanciarla. Ma anche a questo riguardo rimangono delle perplessità. 
Ammesso che, distribuendo salari e stipendi si aumenti la domanda, questo beneficio è minore o maggiore del suo costo? Infatti i nuovi lavoratori hanno ottenuto non un denaro che è stato ricavato dalla produzione di ricchezza, ma denaro nato esclusivamente da un debito dell’erario. A questo punto: a) se il rilancio dell’economia che si ottiene è superiore al costo di quel debito, il Paese avrà fatto un affare: b) se ciò non si verifica, il costo sarà superiore ai ricavi, e la situazione economica, invece di migliorare, peggiorerà.
Ma si può fare un ragionamento a monte. Se il mercato offre l’occasione di investimenti (la miniera di rame), si può star certi che gli investitori nazionali e internazionali si getteranno sull’affare. E investiranno proprio perché contano di ottenere dei profitti. Se invece non lo fanno, è segno che non c’è l’occasione di ottenere dei profitti e si può star certi che se lo Stato (per giunta pessimo imprenditore) effettua un investimento, quell’investimento sarà probabilmente in perdita. Con la differenza che quando un privato effettua un investimento che si rivela improduttivo, vede svanire in tutto o in parte il capitale che ha rischiato; mentre quando l’investimento lo fa lo Stato, chi paga sono tutti i contribuenti, in quanto si sarà avuta distruzione di ricchezza. Con l’aggravamento della situazione economica generale.
Anche qui conviene fare un esempio terra terra. Contrariamente a quanto molta gente pensa, nell’economia il “capitale” non è necessariamente il denaro, ma qualunque cosa serva alla produzione. Capitale è la pinza dell’elettricista, l’automobile del tassista, il violino del concertista, il grano dell’agricoltore. E quest’ultimo esempio è il migliore. Se il contadino usa il grano per fare il suo pane, quel grano è bene di consumo. Se lo usa per seminare il suo campo, quel grano è capitale. E ancora, se semina nel posto giusto, mieterà più grano di quello seminato (investimento produttivo), se invece ricava meno grano del seminato (investimento improduttivo) si avrà un caso di distruzione di ricchezza. La sua famiglia infatti sarebbe stata più ricca se quel grano non l’avesse seminato.
Gli investimenti dello Stato - non che essere la salvezza di un Paese in crisi - sono troppo spesso l’occasione per la distruzione di ricchezza. La cosa migliore che lo Stato può fare, per rilanciare l’industria, è permettere a chi investe di ricavarne profitti.  Chi investe crea lavoro e, se l’impresa va male, almeno la perdita non è a carico della collettività.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 agosto 2016
(1)http://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/delrio_intervista_investimenti_pubblici_rilanciare_economia-1911333.html

ODIO LA NORVEGIA

Se dicessi – così, a freddo – odio la Norvegia, potrei sembrare pazzo. Fra l’altro ci sono andato e ci sono posti, come Bergen, che proprio non sono male. Ci sono stato in estate, ed è qui che è cominciato il guaio: perché, poi, la maledetta immaginazione mi ci ha riportato in inverno, ed ho cominciato ad odiarla.
Ho qualche buona attenuante, forse addirittura una scusa: non ho cominciato io, con l’odio. Ero stato gentile, con gli alberi, col cielo, perfino con i fiordi, che forse nemmeno lo meritavano. Ma, nell’inverno che ho immaginato, il cielo è divenuto grigio, bianco, scuro: tutti i colori salvo l’azzurro. Una notte c’è stata perfino un’aurora boreale, ma era verde, non azzurra. E figurarsi il blu carta da zucchero della mia terra. 
Il freddo, il vento, il nevischio, tutto mi diceva che non ero il benvenuto. La luce del giorno durava soltanto un paio d’ore, giusto il tempo di mostrarmi il posto in cui forse sarei morto. Come fossi arrivato a casa dell’orco, dove tutto era stato preparato per lui, e dove forse soltanto lui sarebbe potuto stare bene. 
Il gelo era spietato. Soltanto le rocce gli rispondevano adeguatamente, annientandolo con la loro indifferenza. Era sparita la stessa acqua, quella che Francesco chiamava sorella, e definiva umile, preziosa e casta. La sostituiva il ghiaccio, che non ha nulla di umile ed è capace di trasformarsi in lama che trafigge.
La Norvegia, più che con me, ce l’aveva con l’umanità. Non aveva previsto che qualcuno venisse a disturbarla, lì nel nord, dove contava di mettere in scena l’assurdità dell’esistenza. Dove sono cresciuto io, un ingenuo può pensare che il sole splenda per far crescere l’erba, il vento per gonfiare le vele, la pioggia per irrigare i giardini. Qui nel Nord invece tutto è privo di senso. In questa landa il freddo è mortale, e se nessuno muore, è perché non c’è nessuno. Il vento non trova orecchie che percepiscano i suoi sibili e le sue minacce. Quanto al sole, è soltanto un ricordo. 
Questa realtà è peggio che estranea all’uomo: gli è nemica. Vuole tanto risolutamente respingerlo che forse lo fa per il suo bene. Perché altrove può almeno illudersi sul suo destino, mentre qui la realtà è desolata fino all’impudicizia. Guardando il fondo scuro e bieco di un fiordo, più che mortale l’uomo si sente morente.
Povera Norvegia, di cui i greci non sentirono mai parlare e che i romani non desiderarono conquistare. Dove l’uomo sopravvive a dispetto della natura e dove non vorrei andare in inverno, nemmeno con l’immaginazione. Perché sono stanco di sentirmi ripetere che non sono il benvenuto. Se in inverno la Norvegia non mi vuole, posso soltanto ripagarla rincarando la dose e non andandoci più. Nemmeno con l’immaginazione.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 agosto 2016




permalink | inviato da giannipardo il 16/8/2016 alle 9:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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