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POLITICA
7 agosto 2016
L'EUROPA È SORDA ALLA REALTA'
Qual è l’origine della crisi economica europea? Qual è l’origine del terrorismo in Europa? Per quanto strano possa sembrare, può darsi che la causa di ambedue i fenomeni sia la stessa: l’insensibilità ai segnali della realtà. 
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa non ha cambiato di un millimetro il proprio atteggiamento. Che in partenza era giusto: e infatti, per alcuni anni, ha condotto a risultati positivi. Ma gli europei non si sono mai chiesti se non sia cambiata realtà sottostante, e se quel modello non sia divenuto sbagliato. 
Un esempio tra il linguistico e l’umoristico darà un’idea di ciò che si intende. Gli europei hanno il pregiudizio - tra l’illuministico e il fideistico - che tutto debba andare sempre meglio. Che si sia sempre più ricchi e che il prodotto interno lordo (pil) aumenti. La crescita è divenuta un tale dogma che non si concepisce nient’altro: se di fatto il pil arretra, invece di dire che è diminuito, si dice che ha avuto “una crescita negativa”. Come chiedere: “Di quanto è aumentato il tuo conto in banca?” e sentirsi rispondere: “È aumentato di ventimila euro in meno”. Sembra il teatro dell’assurdo, ed è invece l’indice di una rigidità mentale. Come pure del teatro dell’assurdo fa parte l’idea che Stati interi possano vivere facendo debiti e non pagandoli mai.
Ma la massima rigidità si trova nel mondo del lavoro. Prima producevamo beni che soltanto noi occidentali eravamo capaci di produrre, e pensavamo di averne per sempre il monopolio. Oggi questi beni li producono molti Stati asiatici, a prezzi minori dei nostri, ci fanno una concorrenza imbattibile e noi non cambiamo opinione. Il monitor che guardo è coreano, il computer è cinese (come il router), e la tastiera è fabbricata in Malesia. Lo giuro. Ma noi rimaniamo gli Stati sviluppati, e gli altri sono soltanto in via di sviluppo. Poverini. 
Il mondo è cambiato e le nostre società non se ne vogliono dare per intese. In una situazione del genere si possono adottare politiche protezionistiche, ma gli economisti vi diranno giustamente che il protezionismo produce povertà (e del resto è questa la ragione per la quale sono state abolite tutte le frontiere economiche nell’Unione Europea). Oppure si abbassano i nostri costi di produzione - traduzione, si abbassano i salari degli operai - in modo da rimanere competitivi. Ma se non si fa né l’una cosa né l’altra, finirà che le nostre fabbriche chiuderanno e gli operai rimarranno disoccupati.
Ma noi, come i ci-devant, non abbiamo niente appreso e niente dimenticato. È meglio che gli operai siano disoccupati che pagati meno di prima: indietro non si torna. I salari possono soltanto crescere. Anche se poi ne cresce l’assenza.
Altro dogma: lo Stato non può diminuire i suoi servizi, perché può soltanto estenderli e migliorarli. E per conseguenza non può abbassare la pressione fiscale, anche se strangola il Paese. Possiamo dichiarare fallimento, non correggere la rotta.
Per quanto riguarda il terrorismo, c’è un pregiudizio immodificabile: tutti gli uomini sono uguali e, se appena possono, adottano la democrazia, la tolleranza, l’integrazione sociale. Dissolto l’Impero, gli inglesi hanno dato accoglienza a tutti i membri del Commonwealth che volevano trasferirsi in Gran Bretagna. Il risultato è che ora si trova un’enorme comunità musulmana la quale, anche molti decenni dopo, non si è affatto integrata ed ha cominciato a costituire un problema. In particolare per quanto riguarda il terrorismo. E non parliamo della Francia.
Dov’è l’errore? Nel non avere tenuto conto dell’esperienza. Se un italiano si trasferisce in Germania, i suoi nipoti saranno perfettamente tedeschi. Perché bianchi, perché cristiani, perché europei. Ma non bisogna credere che lo stesso fenomeno si possa riprodurre con una comunità inassimilabile per religione (i musulmani) o per colore della pelle. E di quest’ultimo fenomeno avevamo la prova sotto gli occhi. 
Gli americani hanno commesso l’errore d’importare degli schiavi e, anche quando li hanno liberati, anche quando hanno cercato in tutti i modi di integrarli, perfino favorendoli rispetto ai bianchi (il sistema delle quote) non hanno cavato un ragno da un buco. Perché quelli neri erano e neri sono rimasti, sentendosi diversi ed essendo considerati diversi. E l’Europa, invece di imparare la lezione, ha preferito i propri pregiudizi: gli americani erano razzisti, noi non lo siamo.  Il risultato è che, accanto al problema della minoranza musulmana, ci siamo procurati anche il problema dei coloured, scoprendo - oggi, e se non oggi domani - che siamo razzisti quanto e più degli americani. 
Altro problema: gli integralisti islamici. Gli europei, che pure hanno conosciuto la Shoah, non riescono a concepire che un gruppo umano possa desiderare la morte di un altro gruppo umano tutt’intero. E parlano di integrare i terroristi, magari con qualche sussidio economico, senza capire che quelli vogliono semplicemente la nostra morte. La morte di tutti noi, o – a voler essere buoni – la conversione di massa all’Islàm. Si è forse dimenticato che il Maghreb era tutto cristiano, prima di essere musulmano?
Certi problemi si risolvono non facendoli sorgere. Dovremmo smetterla, con i pregiudizi. Noi non abbiamo il dovere di accogliere tutti i rifugiati dell’Asia e dell’Africa. Noi abbiamo verso noi stessi il dovere di sopravvivere. E di questo passo nemmeno ce la faremo. Infatti non facciamo che ripetere che i nostri valori non sono negoziabili; che non possiamo cambiare il nostro modello di società; che non possiamo derogare dalle norme di una società democratica e civile; che non possiamo sparare nel mucchio. Insomma che non abbiamo né il diritto né la volontà di difenderci. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 agosto 2016




permalink | inviato da giannipardo il 7/8/2016 alle 5:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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