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POLITICA
4 agosto 2016
COME MAI I TURCHI SOSTENGONO ERDOGAN?
Noi europei possiamo capire gli americani che sostengono Donald J.Trump e quelli che sostengono Hillary Rodham Clinton. Abbiamo invece difficoltà a capire che i turchi possano sostenere un personaggio come Recep Tayyip Erdogan, e concedergli successi sempre più grandi.
Fino al 1918 lo sterminato Impero Ottomano dominò un immenso territorio che andava dall’Algeria al Caspio e da Aden alla Serbia. Poi Istanbul perse la guerra, l’impero fu smembrato e la Turchia praticamente si ridusse all’Anatolia. Fu allora che a quel Paese umiliato e demoralizzato il caso mandò uno di quei rari personaggi che riescono ad imprimere una svolta alla storia: Mustafà Kemal. Con Atatürk, la nazione fu inserita a forza in Europa e divenne moderna, laica, democratica. Un esperimento mai visto nel mondo musulmano. 
Ma il “padre dei turchi” conosceva abbastanza il suo Paese per credere che la massa avrebbe veramente capito il valore del rinnovamento attuato dall’élite militare. Dunque previde che ci sarebbero stati tentativi di restaurazione, e nella sua dottrina (“kemalismo”) incluse il principio che, quando quei tentativi di restaurazione si fossero manifestati, i militari dovevano intervenire per confermare il kemalismo e riconsegnare poi il Paese alla sua normale vita democratica. Come è avvenuto più volte. La Turchia è stata una democrazia sorvegliata, ma sempre una libera democrazia di tipo occidentale, fino a far parte della Nato. Almeno, dai primi Anni Venti del Ventesimo Secolo fino al 15 del mese scorso. Da quel momento abbiamo avuto la presa del potere di Erdogan, con la sospensione della democrazia e le ondate di arresti di militari, di magistrati e d’intellettuali di cui ci parlano i giornali. 
E qui si pone una folla di domande. Come mai, mentre tutti gli altri sono andati lisci come l’olio, l’ultimo golpe è fallito, tanto miseramente e tanto velocemente? Al punto che qualcuno ha parlato di “golpe fasullo”? 
Sappiamo che Erdogan aveva già tagliato le unghie ai militari. Molti li aveva fatti processare con accuse poco credibili, mandandone parecchi in galera e rimuovendone moltissimi dal loro posto. Già allora, personalmente, mi stupii che non reagissero. Forse ormai erano meno convinti della loro missione. Fra l’altro gli Europei hanno sempre deprecato i precedenti “golpe”, e ciò benché il mondo abbia visto che i militari non intendevano instaurare una dittatura militare, ma soltanto restaurare la democrazia laica. 
Poi può darsi che Erdogan abbia sapientemente infiltrato uomini suoi nell’esercito, in modo da essere avvertito in anticipo del golpe, abbia cinicamente permesso che esso avesse inizio. Infine lo ha stroncato in circa sei ore e con la scusa dell’attacco alla democrazia si è impadronito di tutto il potere. Ha mandato in galera tutti i suoi oppositori, (inclusi i giornalisti che non lo applaudivano) ha rimosso dal loro posto decine di migliaia di funzionari di Stato, ha vietato l’espatrio di quelli di cui intende occuparsi più tardi ed è divenuto il padrone della Turchia. 
Che le cose siano andate così o no, ciò che qui interessa capire è come mai, mentre in Europa una situazione del genere ci allarmerebbe terribilmente, in Turchia ci siano manifestazioni di piazza in favore del nuovo despota. E ce ne siano addirittura in Germania, dove non manca certo l’informazione libera. Che un uomo possa desiderare di avere il potere assoluto non è notizia, che la nazione lo applauda per questo è un problema che chiede una risposta.
Il popolo turco va diviso in due parti asimmetriche. Da un lato c’è Istànbul, moderna, laica, europea, si direbbe “naturalmente kemalista”, e con essa gli intellettuali più avanzati e gli alti gradi dei militari. Dall’altro c’è la Turchia profonda: quella anatolica, musulmana al 97%, che dopo ottant’anni non ha ancora perduto la nostalgia del sultano, della religione, e del mondo cui Atatürk pose termine. Inoltre questa parte della popolazione - più bigotta, più ignorante, più superficiale, e favorita nei suoi pregiudizi dal relativo successo economico recente della Turchia -  ha interpretato le inammissibili goffaggini di Erdogan in politica estera come altrettanti successi. 
Questo governo a tendenza confessionale ha tentato, in nome della fede sunnita, di divenire la potenza egemone della regione che va dall’Egitto all’Iran. Anche per questo Erdogan ha rotto con Israele e cercato in tutti i modi di abbattere Bashar al Assad (alawita), facendo leva sullo scontento dei sunniti siriani. Per la stessa ragione Erdogan è stato alleato dello Stato Islamico, fino a far passare dalle sue frontiere tutti i foreign fighters che andavano a sud, fino a comprare di contrabbando, per finanziarlo, il petrolio di Al Baghdadi (gettando in galera il giornalista che rivelò il fatto), fino all’indecenza. Infine arrivò, per dimostrare il suo coraggio, a dare l’ordine di abbattere un jet russo (impresa che sarà stata vista dalla gente comune come un ruggito della potenza ottomana). Insomma ha commesso tanti errori che la misura è stata colma. E in tutte le direzioni ha dovuto fare una precipitosa marcia indietro.
Con l’intervento russo, il progetto di abbattere Assad è divenuto irrealistico ed è stato abbandonato. I russi aspettavano di farla pagare ad Ankara che ha dovuto così limitare di molto i propri interventi oltre frontiera. Ha subito dolorose sanzioni russe e in totale è stata costretta a riconciliarsi con Israele, chiedere scusa a Mosca e rinunciare alle proprie ambizioni di egemonia regionale.
Ma che cosa avrà saputo, che cosa avrà capito la gente delle gravi conseguenze economiche e geostrategiche degli azzardi vagamente hitleriani di Erdogan? 
Atatürk è morto e la Turchia, invece di capire che il nuovo sultano gioca col fuoco, ha visto soltanto che è orgogliosamente credente, tanto che sua moglie va in giro con quel velo la cui abolizione era stata il fiore all’occhiello di Atatürk. Erdogan del resto non ne ha fatto soltanto una scelta personale: ha revocato il divieto del velo islamico negli uffici pubblici, nelle scuole e nell’università, forse in attesa di renderlo obbligatorio, con grande soddisfazione dei bigotti. Sappiamo bene che nel mondo c’è un grande revival dell’Islàm tradizionalista.
L’inerzia dei popoli è molto più grande di ciò che si potrebbe pensare. L’idea di ammettere la Turchia nell’Unione Europea, che ho avuto anch’io, a suo tempo, è stata una balordaggine. Quel Paese è soltanto una grande Siria, una grande Giordania. Forse, fra qualche tempo, una grande Arabia Saudita.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 agosto 2016




permalink | inviato da giannipardo il 4/8/2016 alle 7:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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