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ECONOMIA
30 luglio 2016
LA GIUSTIZIA ECONOMICA
L’espressione “giustizia economica”, sentita più volte, è molto interessante. Infatti le due parole tendono ad essere in conflitto. La giustizia è un ideale, un “dover essere” (Sollen, in tedesco), mentre l’economia è una scienza di osservazione, indica cioè come le cose vanno (“Sein”, in tedesco). Al punto che, se la si vuole indirizzare, lo si può fare soltanto obbedendo comunque alle sue leggi. Come diceva per la scienza Bacone: “Naturae non imperatur nisi parendo”, alla natura non si comanda se non obbedendole.
Anche quando, per un fine di giustizia o di altro genere, si vuole raggiungere un risultato non economico, è lo stesso all’economia che si chiede qual è il modo migliore di raggiungerlo. In guerra, contrariamente alla vita normale, si può essere interessati a provocare la massima distruzione di ricchezza, e dunque si chiede all’economista quale bene del nemico suggerisce di distruggere. E ciò conduce ad un corollario di grande valore: l’economia produce la massima quantità di ricchezza quando la si lascia libera di operare, addirittura sanzionando quei comportamenti (come i “cartelli” fra i grandi produttori, il “dumping” e in generale la concorrenza sleale) che danneggiano quella libertà. Normalmente l’ingresso della “giustizia” nell’“economia” avviene a spese di quest’ultima. Anche se si fa ciò per un fine che si reputa più importante della normale produzione di ricchezza, la cosa non impedisce che si violino le regole della produzione di ricchezza.
Il fenomeno è molto più corrente di quanto non si pensi. Già lo Stato non può finanziarsi che attraverso la tassazione, e la tassazione, mentre è un’assoluta necessità - perché una nazione non potrebbe fare a meno delle strade, dell’amministrazione della giustizia o dell’esercito - dal punto di vista economico è una rapina nei confronti del singolo. Si può perdonare all’erario per quanto riguarda il necessario, purtroppo però esso poi va molto, molto oltre.
Il concetto di “giustizia economica” di primo acchito non può che meritare approvazione. Si pensa subito a programmi come “il doveroso sostegno ai meno fortunati”, “il cambiamento degli iniqui parametri economici tra datori di lavoro e prestatori d’opera”, “la ridistribuzione della ricchezza”, e altre cose bellissime. Ma è come quando si parla del “potere del popolo”. Nessuno osa andare contro questo concetto ma poi, nella pratica delle rivoluzioni, esso si traduce nell’arbitrio di qualche fanatico, magari fino a far scorrere fiumi di sangue innocente. Dunque è bene vedere più da vicino come stiano realmente le cose.
Poniamo il caso che una legge stabilisca che per lo stesso lavoro – per esempio l’insegnamento della matematica nelle Scuole Medie Superiori – lo stipendio sia maggiore se il docente è un uomo, e minore se è una donna. Dal momento che sia la prestazione lavorativa, sia la qualificazione di chi opera sono identiche, la differenza si giustifica soltanto con l’assurdo pregiudizio che una donna, qualunque donna, sia comunque inferiore ad un uomo, qualunque uomo, e fornisca dunque una prestazione inferiore. Qui dunque non si tratta di un’ingiustizia economica, ma di un’ingiustizia sociale con conseguenze economiche.
Facciamo ora il caso di un elettricista che, per la sua prestazione di un’ora, richieda quaranta euro. Considerando che si reca nel domicilio del cliente, guadagna venti euro l’ora. Invece il noto gastroenterologo, per una visita nel suo studio della durata di meno di un’ora, chiede centoottanta euro. Anche considerando che ha delle spese (fitto per lo studio, infermiera, ecc.) lo squilibrio rimane. Si tratta di un’ingiustizia economica? Certamente no. Il malato va dal gastroenterologo di propria spontanea volontà e nel proprio preciso interesse. Reputa dunque – secondo i principi dell’economia – che la prestazione fornita dal professionista valga di più della somma che chiede per essa. 
Per completare il quadro, immaginiamo che l’elettricista abbia quattro figli e non riesca a provvedere alle esigenze della sua famiglia, mentre il medico è scapolo e non sa come spendere i suoi soldi. Secondo qualcuno, per “giustizia economica”, si dovrebbero aumentare le imposte del professionista per fornire un sussidio all’elettricista. È un’idea plausibile? Certamente sì, all’unica condizione che la si chiami “giustizia sociale”, “giustizia morale”, “giustizia socialista”, perfino, ma non “giustizia economica”. Perché economicamente è un’ingiustizia. Il professionista non ha alcun dovere, nei confronti dell’elettricista, salvo quello di provare a guarirlo. 
La giustizia economica è quella che risulta dalla libertà economica. E quando il fisco esagera per motivi morali, come in Italia, la conseguenza può essere la recessione e l’impoverimento dell’intera nazione. Economiae non imperatur nisi parendo.
Il concetto di giustizia è estraneo all’economia e ogni intervento della giustizia corrisponde ad una violazione delle regole economiche. Si può accettare questo intervento per scopi superiori, ma moralmente, politicamente superiori, certo non economicamente. 
In sintesi, giustizia giusta, o economia economica, ma né giustizia economica, né economia giusta.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 luglio 2016




permalink | inviato da giannipardo il 30/7/2016 alle 14:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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