.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
19 giugno 2015
PERCHE' ESSERE CONTRO L'IMMIGRAZIONE


Una notizia sentita di passaggio in televisione: dalla Siria sono fuggiti circa quattro milioni di persone e il minuscolo Libano ne ha accolte un milione. Tutto ciò posto, conclude qualcuno, noi italiani – che già siamo sessanta milioni e passa – dovremmo vergognarci, per la crisi attuale. In proporzione dovremmo ospitare molti più profughi.
Ragionamento elementare e tuttavia erroneo. Se noi importassimo cinque milioni di rumeni, dopo cinquant’anni quei rumeni o se ne sarebbero tornati in Romania, o sarebbero italiani indistinguibili dagli altri. Se invece accogliessimo qualche milione di musulmani e di africani, avremmo posto le basi per un problema insolubile.
Se non si integra velocemente, ogni gruppo allogeno per mentalità, per colore della pelle, per religione, per usi e costumi, costituisce un problema. Un eccellente esempio si ebbe a New York, tanti anni fa. Allora la percentuale di negri dal comportamento discutibile, in un condominio, era di gran lunga superiore all’attuale, tanto che, se una famiglia di afroamericani veniva a vivere in un immobile, molti di quelli che ci abitavano cominciavano a pensare di andarsene, e molti di quelli che avrebbero potuto venire a viverci ci rinunziavano. Traduzione: la presenza di un gruppo sentito come allogeno faceva cadere drammaticamente il valore dell’immobile, tanto che, per la fuga dei bianchi e il calo del prezzo degli appartamenti, l’immobile diveniva “per neri”. E non solo un immobile: il fenomeno si è esteso ad interi quartieri.
Qui non si tratta di giudicare nessuno moralmente, e può anche darsi che i nuovayorkesi di quel tempo fossero ingiusti, con i “coloured”. Ma era un fatto che per molti il contatto con loro era così sgradevole, che erano disposti a traslocare, piuttosto che sopportare la loro vicinanza, malgrado le spese e i fastidi che comporta un trasloco. Inoltre, ovviamente, quando il fenomeno faceva valanga, i neri si lamentavano di essere ghettizzati. Avevano ragione? No, avevano torto. E infatti, quando essi sono divenuti più simili agli americani bianchi, questa ghettizzazione non si è più avuta. In altri termini, l’accettazione e l’integrazione si ottengono meritandosele, cioè divenendo indistinguibili, per comportamento, da coloro con cui ci si vuole integrare.
Naturalmente questo processo di integrazione comporta l’accettazione della perdita di una parte della propria identità e ciò è tanto più facile quanto più si è simili in partenza, e tanto più difficile quanto più si è dissimili. Per questo si parlava dei rumeni, che sono europei, cristiani e bianchi.
Viceversa, il caso dei musulmani è fra i più difficili. Essi sono lontani da noi per costumi, mentalità, cultura, religione e livello di fedeltà ai suoi dettami. E non sarebbe il peggio. Malgrado la loro inferiorità economica e culturale, essi sono capaci di inconcepibili atti di arroganza, fino a non avere paura di chiedere che il Paese ospitante si adatti a loro, piuttosto che loro al Paese. Dunque che nelle scuole italiane non ci sia il crocifisso, che nella merenda dei bambini non ci sia mai carne di maiale, e addirittura – in Gran Bretagna – che essi abbiano il diritto di applicare al loro gruppo la sharia, amministrata da loro rappresentanti, e non da funzionari dello Stato.
I musulmani non si integrano. Lo sanno benissimo i francesi e gli inglesi che da prima, alla caduta dei loro imperi, hanno aperto le braccia all’immigrazione dalle ex colonie, per poi aver modo di pentirsene amaramente, quando era ormai troppo tardi.
Un gruppo che non si integra cova un rancore inestinguibile verso il Paese ospitante, dimostra di odiare gli indigeni, e dopo qualche tempo ne è ricambiato cordialmente. Quando il francese dice d’avere un buon amico “arabe”, ricorda l’atteggiamento di tanti antisemiti: io non ce l’ho con gli ebrei, ho anche un amico ebreo.
I profughi del Vicino Oriente o dell’Africa vivono spesso grandi tragedie e non sentire pena per loro significherebbe non avere cuore. Ma questa pietà deve spingere all’aiuto, non all’ospitalità. Esattamente come, se vediamo un barbone dormire all’addiaccio, cerchiamo di trovargli una sistemazione, ma non l’invitiamo a casa nostra.
Tutto ciò può suonare sgradevole, ma la verità non ha mai preso l’impegno di conformarsi alla political correctness.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
16 giugno 2015



permalink | inviato da giannipardo il 19/6/2015 alle 7:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
sfoglia
maggio        luglio

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.