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POLITICA
18 aprile 2015
IL PRIVILEGIO DI BERLUSCONI
Il privilegio, per i romani, era una “lex in privos lata”, una legge riguardante alcuni singoli cittadini. In origine con ciò si intendeva danneggiare qualcuno, ma prestissimo la cosa sembrò talmente contraria al senso di giustizia e al principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini, che il privilegio fu vietato dalle quasi mitiche Leges Duodecim Tabularum, all'inizio del diritto romano. 
Il privilegio negativo scomparve e a poco a poco l'espressione assunse il significato positivo attuale. Per esempio, di Berlusconi si è spesso detto che avrebbe amato godere di norme votate per favorirlo (privilegi), di disposizioni di legge applicate soltanto a lui. E in effetti alla fine c'è riuscito. Purtroppo, il privilegio a lui applicato è stato quello vietato dalle Leggi delle Dodici Tavole.
Come è noto, la Sezione Feriale della Cassazione, che si riunì per evitare che scattasse la prescrizione, condannò Berlusconi Silvio, ritenendolo colpevole del reato a lui ascritto di avere evaso il fisco perché, in epoca tanto lontana da essere sicuramente prescritta, avrebbe escogitato un sistema di elusione fiscale, in seguito applicato pedissequamente dagli amministratori di Mediaset. Ora è vero – hanno argomentato i magistrati di Cassazione, con la presidenza del famoso giudice Esposito  – che Berlusconi da tempo immemorabile non dirige Mediaset, non firma né bilanci né dichiarazioni dei redditi, ma è rimasto azionista della società. E dal momento che tali bilanci, con lo stratagemma che avrebbe inventato Berlusconi, hanno un gettito maggiorato – non importa di quanto – il gaglioffo ha continuato ad ottenere vantaggi dal suo reato, (come tutti gli altri azionisti, ma lui rimane quello che ha escogitato il marchingegno) e dunque il reato stesso non si è prescritto. Pertanto, anche se questo ragionamento è contrario alla costante giurisprudenza della Cassazione, da tempo immemorabile, si infligge al nominato Berlusconi Silvio, nato a Milano il, la pena di anni quattro di reclusione o quello che è stato.
Il ragionamento va contro il buon senso, e questo spiega la costante giurisprudenza di segno opposto. Se si è commesso il reato di circonvenzione di incapace, ottenendo in regalo un prezioso anello, il reato si prescriverà dopo un certo decorso del tempo dal momento della circonvenzione. E a nulla rileverà che il colpevole si goda ancora l'anello. Diversamente non si prescriverebbe mai il reato d'omicidio, per la buona ragione che non si può ragionevolmente attendere la resurrezione dell'ucciso, per far decorrere il tempo della prescrizione. Ma chi siamo, noi, per contestare la Cassazione? E infatti fino ad ora non ce lo eravamo permesso.
Tuttavia, ciò che non può fare un quisque de populo può farlo la Cassazione stessa. Infatti - leggiamo sul “Giornale” - in una sentenza del 20 maggio 2014, cioè emessa dieci mesi dopo quella pronunciata contro Berlusconi, la Suprema Corte si rimangia tutto, sostenendo che non si può condannare un contribuente solo in base alla presunzione di colpevolezza. Per stabilire che ha frodato il fisco è necessario “che l'accusato abbia materialmente partecipato alla frode compiendo l'atto finale: la dichiarazione dei redditi”. “I reati di dichiarazione fraudolenta hanno natura istantanea e si consumano soltanto con la presentazione della dichiarazione annuale”. Ed è notorio che Berlusconi da tempo immemorabile ha lasciato la direzione di Mediaset e non firma nemmeno gli auguri di fine anno. Infatti, nell'assolvere un imputato di reato analogo in condizioni analoghe, la Terza Sezione della Cassazione ha dichiarato che la condanna inflitta a Berlusconi dalla Sezione Feriale, presieduta dal giudice Esposito, costituisce un unicum, contrario alla costante giurisprudenza, e un errore da non prendere ad esempio. E tuttavia questa condanna ha permesso per anni a nugoli di avvoltoi di chiamare compiaciutamente “il condannato” un cittadino condannato per errore. E si parla di “errore” per ipotizzare il caso migliore e non rischiare di offendere l'onore della Magistratura (art.290 C.p.). 
Quella condanna, di fatto, invece di costituire giurisprudenza per i casi futuri, costituirà una macchia sull'onore della Suprema Corte. Questa è l'Italia. Non siamo tutti uguali. C'è chi ha dei privilegi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 aprile 2015



permalink | inviato da giannipardo il 18/4/2015 alle 8:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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