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POLITICA
12 aprile 2015
I VECCHI E IL TEMPO ANDATO
I vecchi, si sa, rimpiangono il tempo andato. Quello che li ha visti giovani, affamati di sesso, di piacere, di successo, di sogni. Naturalmente questo vagheggiamento si spiega con la scrematura che la memoria fa, quando si occupa del passato. Omette le cose negative e ricorda quelle positive.
Personalmente, o perché non sono stato molto felice, da giovane, o perché non sono molto proclive a farmi delle illusioni, non rimpiango affatto il passato. Fu un'epoca dura, problematica, in cui non mi era permesso vivere come desideravo e come faccio ora. Ho conosciuto anche il freddo e la fame. E tuttavia qualcosa da rimpiangere ce l'ho anch'io.
La rivelazione l'ebbi in Francia. Fresco di laurea, andai a conoscere un Paese allora molto più sviluppato dell'Italia, e presto fui sorpreso dall'infinità di leggi, regolamenti, permessi, tasse, controlli, obblighi che rendevano difficili le attività che mi sarebbero sembrate più semplici: assumere un apprendista, andare a caccia, avere una barchetta e tenerla in un porticciolo, e mille altre cose di questo genere. Conobbi insomma quello Stato moderno che si comporta con noi come una madre cautelosa che non si fida del senso di responsabilità dei suoi figli. Ci dice tutto quello che dobbiamo fare e a momenti la polizia può fermarci per vedere se abbiamo indossato la maglia di lana.
Oggi rimpiango un mondo in cui si era liberi di vivere e perfino di pagare per i propri errori. Non che io fossi una scavezzacollo, ché anzi, ben prima che tutto ciò fosse obbligatorio, ero assicurato per la responsabilità civile automobilistica e indossavo la cintura di sicurezza. L'avevo addirittura installata io stesso nell'auto, dal momento che il fabbricante non la forniva. E tuttavia rimpiango un mondo in cui, per dirla coi francesi, ci si coricava nel letto che ci si era preparato. Nella mentalità contemporanea, invece, nessuno è responsabile di niente: non soltanto non è obbligatorio pensare alla propria vecchiaia – ci deve pensare l'Inps – e neanche alla propria salute – ci deve pensare il Servizio Sanitario Nazionale – ma non è neanche obbligatorio guardare dove si mettono i piedi. Non appena si ha un incidente, l'opinione pubblica e i magistrati si mettono a cercare il colpevole, essendo escluso che sia la vittima stessa. Qualcuno deve pagare, e non si può perdonare nulla a chi quel brutto episodio avrebbe potuto impedirlo. Magari facendo sforzi di fantasia per arrivare a capire a che livello di stupidità può arrivare il prossimo per mettersi nei guai. Da questo è nato il concetto e l'obbligo del fool proof.
Naturalmente a volte è difficile trovare il capro espiatorio. Anche perché, in base al principio settecentesco “nullum crimen sine praevia lege”, non si può punire nessuno in base a una legge che non esisteva al momento del fatto. Dunque tutti vogliono che sia immediatamente istituita almeno per il futuro. E così i regolamenti si complicano fino a divenire inapplicabili. Un ottimo esempio è la legge riguardante la sicurezza dei cantieri edili, che ha portato gli imprenditori o a rinunciare a costruire oppure ad osservare soltanto le norme più importanti, e pagare le multe – una per ogni dieci violazioni - che gli ispettori del lavoro, spesso abbastanza comprensivi perché sanno come stanno le cose, infliggono loro.
Rimpiango un mondo in cui, a proposito di un drogato che è divenuto un rottame, nessuno mi chieda, come mi è avvenuto: “E tu che cosa hai fatto per aiutarlo?” Come spiegare a un idealista scervellato che non si ha nessun dovere di salvare chi vuole rovinarsi? Come spiegare che, se il drogato ha così poca considerazione di sé, io ne ho ancora meno per lui? La democrazia assicura fra le altre anche la libertà di gettarsi nella spazzatura.
Si può rimpiangere il lato un po' selvaggio della realtà d'un tempo. Ogni momento della giornata era una lezione di vita. Oggi invece troppa gente ha perso completamente il contatto con i fatti e riesce a pensare e dire cose completamente assurde. Recentemente qualcuno, forse a proposito della futura “Expo” di Milano, parlava di “diritto al cibo” per tutta l'umanità. Battendo così Gesù Cristo, che con i pani e i pesci riuscì a sfamare soltanto qualche decina di persone.
Ma già, quell'ubriaco di demagogia avrebbe potuto rispondermi parlando di diritto alla casa, diritto al lavoro, diritto allo studio, e tanti altri fantomatici diritti che esistono soltanto sulla bocca delle anime belle.
Chissà, forse la mia anima è brutta. Tanti anni fa nessuno l'avrebbe notata, perché le altre anime erano brutte quanto la mia ed anche di più: ma oggi farei bene a star zitto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 aprile 2015



permalink | inviato da giannipardo il 12/4/2015 alle 10:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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