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POLITICA
6 aprile 2015
LA RISPOSTA ALL'ORRORE


Quando ci si chiede quale possa essere la risposta alle azioni criminali di qualcuno, il primo problema da risolvere è: se il nemico si comporta in modo sleale e inumano, noi dobbiamo seguire i suoi stessi metodi o rimanere fedeli ai nostri principi di civiltà? Molti diranno che la soluzione giusta è la seconda. Ma questo nobile atteggiamento di fatto concede al nemico un notevole vantaggio e lo incoraggia a mal fare. Durante la Prima Guerra Mondiale, i tedeschi e poi anche gli altri, usarono i gas. L'esperienza fu terribile, e infatti nella Seconda Guerra Mondiale nessuno li usò. Ma, se in questo conflitto uno degli eserciti avesse potuto sterminare a migliaia i soldati dell'altro senza subire il rischio di una simmetrica rappresaglia, siamo sicuri che ci se ne sarebbe astenuti?
In guerra, si dice, non esistono regole. L'agguato, il camouflage, lo spionaggio, magari la finta, sacrificando centinaia di propri soldati, ogni metodo è buono. Le Convenzioni di Ginevra hanno formulato delle regole (almeno, per quei Paesi che intendono rispettarle), ma esse sono tutte nel senso che bisogna evitare le atrocità che non sono utili alla vittoria. Uccidere i prigionieri, per esempio. Col rischio che anche il nemico poi uccida i suoi prigionieri, cioè i nostri connazionali. Per il resto, non si può chiedere a nessuno di astenersi dall'usare le armi che usa il nemico.
Ancora una volta i riferimenti storici non mancano: gli americani avrebbero gettato le atomiche su Hiroshima e Nagasaki, se di quelle armi avessero disposto anche i giapponesi? Di fatto, quando le armi termonucleari le hanno avute sia gli Stati Uniti sia l'Unione Sovietica, nessuno dei due le ha mai usate.
Per chi non è tanto nobile da preferire la morte al venir meno ai propri nobili principi, rimane assodato che, nel momento in cui si ha da fare con un nemico che viola le regole più elementari, si è autorizzati a violarle. È la ragione che ha portato americani e tedeschi a bombardare le città fino a raderle al suolo, come Hannover, Coventry o Dresda.
Nel caso del terrorismo e dello sterminio dei cristiani la rappresaglia simmetrica comporta questa considerazione: se abbiamo da fare con un nemico che cerca di ucciderci per quello che siamo (cristiani, ad esempio), e non per quello che abbiamo fatto, dobbiamo essere disposti ad ucciderlo per quello che è, non per quello che ha fatto. È lui che ha scelto quel metodo di lotta, e deve per primo pagarne le conseguenze. Scendendo sul concreto: se il governo e l'opinione pubblica somala rivendicano e sottoscrivono il massacro degli studenti keniani, i keniani hanno il diritto di andare ad uccidere qualche migliaio di studenti somali, o comunque qualche migliaio di persone nella più grande festa musulmana del Paese. Esclusivamente perché si tratta di maomettani.
Questo principio primitivo e brutale – ma l'unico possibile – incontra un solo limite: l'atteggiamento del Paese dal quale è stato posto in essere il casus belli. Se i somali manifestano un sincero orrore per quanto avvenuto, se il governo somalo non avesse la minima responsabilità nell'attentato, e se si attivasse nel modo più risoluto per ricercare e punire tutti i responsabili, anche indiretti, sarebbe stupido ed ingiusto punire dei civili innocenti per quello che hanno fatto alcuni criminali. Se viceversa le autorità si mostrassero comprensive e sotto sotto conniventi con gli attentatori, allora la scure dovrebbe giustamente ricadere in primo luogo su di loro personalmente (è la lezione del Processo di Norimberga) e poi sui loro governati, per responsabilità oggettiva.
Questo genere di considerazioni è urticante per molte persone. A causa del lungo periodo di pace che abbiamo vissuto, la logica di guerra è stata dimenticata. Ormai essa appartiene soltanto a chi non è digiuno di storia. Ma di fatto quella logica è eterna ed inevitabile. Noi contemporanei l'abbiamo vista funzionare ancora in Palestina. Se un attentatore uccide degli innocenti, la polizia israeliana cerca di arrestarlo e di metterlo in prigione. Se invece il palestinese viene da Gaza - dove rischia di essere celebrato e riverito come un eroe, perché il governo è d'accordo con lui, la conseguenza può essere un “omicidio mirato”. Cioè l'esecuzione di una condanna a morte emessa dal Paese che è stato vittima dell'attentato, dal momento che il Paese di provenienza non punisce l'assassino nemmeno con il carcere.
La scomoda sensazione che provoca la cronaca contemporanea è quella di una sorta di impunità per chi commette i peggiori orrori. Si sarebbe lieti di vedere le vittime deporre per qualche tempo la loro aureola e mostrare che anche le gole dei tagliagole possono essere tagliate.



permalink | inviato da giannipardo il 6/4/2015 alle 8:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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