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ECONOMIA
6 febbraio 2012
LA RIDISTRIBUZIIONE DELLA RICCHEZZA

Le parole non sono solo il tramite del pensiero; sono anche la sua forma. E a volte, proprio per i loro diversi significati e per le loro connotazioni, possono riverberarsi sul pensiero fino a modificarlo.

Un esempio è il verbo “distribuire”. Deriva da dis-tribùere, ripartire, ed è composto da un prefisso, “dis”, che indica più o meno opposizione, separazione (si pensi a dissenso, dissimile, dispiacere) e tribuere, più o meno attribuire. Se studiamo le acque sulla terra, diremo che la loro distribuzione ne vede la maggior parte nell’emisfero australe. Questo non significa che noi abbiamo messo l’acqua lì dov’è, ma che, considerando l’intera massa delle acque, abbiamo constatato che la massima parte sta dal lato del Polo Sud. In questo senso distribuzione significa: “oggettiva ripartizione spaziale o percentuale delle varie componenti”.

Ma se una maestra dà delle caramelle, il fatto che infine alcuni bambini ne abbiano di più e altri di meno deriva dalla volontà della maestra. E mentre nessuno potrebbe invocare una diversa distribuzione delle acque degli oceani, se il risultato della ripartizione dei dolciumi non ci piace, saremo autorizzati a dire che sarebbe necessaria una “diversa distribuzione”.

La parola è spesso usata in campo statistico. Se ne parla per le percentuali di analfabeti come per le piogge sul territorio, per la densità automobilistica come per i consumi di elettricità. Ogni carta tematica descrive una “distribuzione” e nessuno sogna di cambiarla con un improvviso atto di volontà. In campo economico invece si verificano degli equivoci: se si parla dei diversi livelli di reddito o di ricchezza, la distribuzione non appare del tipo “mari nel mondo” ma del tipo “caramelle della maestra”.

È ovvio che la situazione reddituale dei cittadini, lungi dall’essere immodificabile (ché anzi è in continua evoluzione), può essere cambiata, nel tempo. Ma una parte della società contemporanea riesce a commettere l’errore di reputare la distribuzione della ricchezza talmente del tipo “caramelle” che la crede soltanto un’ingiustizia.

La ricchezza non è stata distribuita da nessuno. È stata conquistata, più o meno lecitamente, dai singoli “ricchi”. Non si tratta in nessun caso di un regalo. Bisogna dunque considerarla come il punto di arrivo, la risultante di milioni di azioni individuali libere e indipendenti. Se poi non si è contenti dello stato della società, è concepibile che si cerchi di modificarlo: ma è erroneo partire dal concetto di “distribuzione” come “regalo immeritato”. Ecco perché la tanto invocata “ridistribuzione della ricchezza” induce in errore. Molta gente intende questo programma come un diverso modo di affondare il coltello nella torta e fare fette diverse, mentre non si tratta di dividere una ricchezza che cade dal cielo (le caramelle), ma di togliere qualcosa a qualcuno che ha di più, magari se l’è conquistato onestamente e con un duro lavoro, e darlo a qualcuno che ha di meno, per qualsivoglia ragione. E per effettuare questo spostamento – che non può sfuggire all’immagine di una rapina a carico del più abbiente – bisogna avere ottime ragioni.

Ne forniremo due, una buona e una cattiva. Se si pensa che un giovane non è potuto divenire un primario ospedaliero, pur avendone tutte le capacità e tutta la voglia, perché i suoi non si sono potuti permettere di mandarlo all’università, è giusto che lo Stato (prelevando imposte e tasse dai contribuenti) paghi per lui. La borsa di studio per i meritevoli indigenti non è solo un dovere morale della collettività, è anche un affare: perché non vanno sprecati degli ingegni che possono contribuire alla ricchezza della nazione.

Viceversa è una ragione cattiva lo spostamento di ricchezza dagli uni ad altri semplicemente giustificato dal fatto che i primi hanno più dei secondi, cioè chela disparità di livello economico sia motivo sufficiente per l’annullamento della stessa disparità. Questo è uno “spostamento cattivo”. Innanzi tutto perché demonizza la ricchezza - a volte risultato di superiore impegno o di superiore capacità - poi perché non giunge ad un livellamento economico in cui i ricchi hanno di meno e i poveri di più, ma adun livellamento economico in cui tutti sono poveri. Che sia giusto o no, l’esperienza ha dimostrato che è così e tanto basta.

Bisognerebbe veramente smetterla con questo equivoco linguistico che diviene errore economico e infine politico. Se si vuole il massimo di prosperità per tutti bisogna perseguire gli eventuali reati che possono condurre ad una ricchezza ingiustificata e sostenere gli indigenti meritevoli o assolutamente privi di risorse. Per il resto, le differenze economiche fra i cittadini fanno parte della distribuzione dei mari nel Globo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

6 febbraio 2012


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permalink | inviato da giannipardo il 6/2/2012 alle 10:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Su pardofiction.myblog.it, ogni domenica qualcosa di nuovo. Oggi IL GRANELLO DI SABBIA, Mani Pulite a teatro. E ancora I FRATELLI TOWERSTONE, quasi un telefilm poliziesco “raccontato”. I testi saranno ripresentati nello stesso ordine una volta che saranno stati tutti pubblicati.