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13 giugno 2011
ARISTANDRO E LA CRITICA POLITICA
                                                Un racconto
Aristandro era temutissimo. Tutti sapevano che non esitava a tagliare teste e sedare le sommosse con la più brutale violenza; e tuttavia correva voce che personalmente fosse persona mitissima, amante delle buone letture e della conversazione intelligente. Se non era democratico – affermava lui stesso – era perché il suo popolo non era maturo per un simile regime. Non poteva immaginare che secoli dopo un grande campione della libertà, un certo Voltaire, avrebbe detto la stessa cosa.
Aristandro del resto sosteneva che la dittatura non gli piaceva e non gli sarebbe sopravvissuta. “Non ho figli, non ho indicato un delfino e prevedo che dopo la mia morte si scanneranno in parecchi. Io ho solo tentato di fare il bene del popolo, per qualche anno. Poi andrà come andrà. Penso che sarò rimpianto”.
Rimpianto? Forse un giorno. Sul momento la gente inventava continuamente barzellette per ridicolizzarlo mentre gli intellettuali e gli idealisti, che in pubblico lo adulavano, in privato dicevano di lui il peggio del peggio. Ognuno di loro era un Catone l’Uticense, un Armodio, un Aristogitone, un Bruto e un Cassio.
Un giorno tale Kanathos, un importante dirigente del fisco, fece pervenire a corte un lungo scritto con la trascrizione stenografica delle cose dette durante una cena da un noto giudice, Timocle. Cose tali che era come se Kanathos avesse fatto omaggio al tiranno della testa del magistrato.
Aristandro fece immediatamente arrestare Timocle. L’uomo fu condotto alla sua presenza e si rivelò un anziano sui sessant’anni, piuttosto malandato in salute, che tremava come una foglia anche se cercava di non darlo a vedere. Si preparava a morire con dignità. Stranamente tuttavia l’ambiente aveva una tale aria di serenità e normalità da far sembrare inverosimile tutto ciò che sarebbe certamente avvenuto.
Aristandro lo invitò a sedere e mandò via tutti gli altri.
-Mi sono informato sul tuo conto, esordì. Sei un buon magistrato, dicono. E un galantuomo. Ma hai detto cose terribili, sul mio conto. Leggi qui.
Timocle, a mano a mano che andava avanti, riconosceva parola per parola le cose che aveva detto e che effettivamente pensava. Pallido come un morto ebbe tuttavia un riflesso da giurista:
-Come possiamo sapere che queste sono le mie parole?
-Abbiamo dei testimoni. E anche lo stenografo può testimoniare.
-Lo stenografo?
-Uno stenografo è uno capace di scrivere alla velocità alla quale un altro parla. È una tecnica inventata da Marco Tullio Tirone, il segretario di Cicerone.
Il magistrato provò a leggere ancora, poi, scoraggiato, posò il documento. Era senza dubbio perduto:
-Che cosa vuoi che dica?
Il tiranno aveva l’aria di un giocatore di poker. Non era né minaccioso né incoraggiante. Sembrava discutesse di un argomento che non lo riguardava.
-Confermi queste tue parole?
Smettendo finalmente di tremare, Timocle si mise comodo. Dal momento che non aveva speranze, poteva permettersi qualunque cosa.
-Aristandro, anche se io non ci ho molto creduto, dicono in giro che tu sia una persona intelligente. E per questo ti faccio notare che la tua domanda non ammette risposta. Se non le confermo, ai tuoi occhi sono un bugiardo o un vile. Se invece le confermo, a parte il valore di una confessione, mi riterrai colpevole di una inammissibile mancanza di rispetto. Tu che cosa faresti, al mio posto?
-Io non sono al tuo posto.
-Eh sì. Comunque, sarò franco, con te: a parte certe esagerazioni e certe coloriture che dipendono dallo stato d’animo e dal contesto del momento, io ti giudico negativamente, per la condotta dello Stato. Io sono a favore di un regime democratico, concluse fieramente.
Si fece un silenzio nel corso del quale il tiranno sembrò studiarlo. Poi batté la mani e Timocle pensò chiamasse gli armigeri per farlo portar via, ma Aristandro si limitò a chiedere che portassero qualcosa da bere.
-Tu che cosa gradisci?
-Non ho sete. Ma un po’ di vino aromatizzato mi farebbe piacere.
-Sicché sei per la democrazia, disse il tiranno. E per questo il tuo “amico” amerebbe vederti condannato a morte. Bell’amico. Lui come la pensa?
-Lui la pensa come me e peggio di me. Se ho detto ciò che ho detto, è perché ero convinto che ti giudicasse come ti giudico io.
-Ma ora sostiene che “ti ha dato corda” per farti sbottonare.
-Eh certo.
-Che bugiardo.
-Che bugiardo? Mi prendi in giro?
-No, sostengo seriamente che è un bugiardo, oltre che un traditore degli amici. Questo Kanathos è un oppositore che, reputandomi un immorale e un assassino, amerebbe usarmi come suo sicario, contro di te. Meriterebbe di essere impalato. È buono, il vino?
L’anziano magistrato lo guardava smarrito. Il tiranno sembrava più ostile a Kanathos che a lui stesso. Lui aveva confessato di avere effettivamente detto quelle cose ma il tiranno sembrava non badarci. Probabilmente avrebbe punito tutti e due, denunciato e denunciante. Nella disgrazia, era una soddisfazione.
Aristandro continuava a guardare per terra e a grattarsi il mento. Non era il momento d’interromperlo. Ma alla fine il sovrano formulò una domanda veramente stupefacente:
-E ora che devo fare?
Dal momento che le parole rimanevano ad aleggiare nella stanza, senza che il tiranno aggiungesse nulla, il magistrato si azzardò a rispondere:
-È una domanda che fai a te stesso o è una domanda che fai a me?
-Soprattutto a me stesso. Ma mi hanno detto che sei un buon giurista e dunque ti pongo il problema per esteso. Se tu avessi un pugnale, nelle pieghe del tuo vestito, ecco qualcosa di cui mi preoccuperei: ma per il resto! A me delle parole importa poco. Non solo domino questo Paese ma ho un’eccellente opinione di me stesso. Del giudizio del prossimo faccio facilmente a meno. Do per scontato che molti dicano male di me, come dicono male dei loro amici e figuriamoci dei loro nemici. Forse che, non appena qualcuno è assente, non diciamo di lui cose che non oseremmo mai affermare non dico in sua presenza, ma in presenza di qualcuno che, sappiamo, gli vuol bene? Tu per giunta neanche mi conoscevi personalmente e hai parlato per sentito dire. E allora di che sei colpevole, ai miei occhi? Assolutamente di niente. Sei un buon giudice, non complotti contro di me in concreto, che vuoi che ti rimproveri? Hai parlato come uno scemo, a ruota libera, come tanti, come tutti.
Più grave è il caso di Kanathos. Lui ha sperato di provocare la tua morte e meriterebbe di essere ucciso. È colpevole di un crimine che non è scritto nel codice ma rimane fra i più gravi: il tradimento dell’amicizia.
Tu non sei colpevole di niente ma io non posso ignorare tutta la faccenda. Se ti faccio accompagnare a casa con tante scuse, molti penseranno che sia diventato lecito farmi le pernacchie per la strada. E se punisco severamente Kanathos, scoraggio i sicofanti e rendo difficile il lavoro del servizio segreto. Una volta o l’altra potrei lasciarci le penne. Capisci perché sono perplesso? Tu che cosa mi consigli?
Il magistrato, ora che si discuteva di problemi cui era avvezzo, si sentiva molto più a suo agio. Lo stesso, tuttavia, sapeva di percorrere un sentiero molto stretto. Il dittatore poteva improvvisamente cambiare stato d’animo e comportamento.
-Aristandro, se ti interessa il mio parere, devi promettermi che, se non ti piacerà, non me ne vorrai.
-Stai per chiedermi di abbandonare il potere e passarlo a te?
-Senza offesa, non ho lo stato d’animo adatto a ridere. Ti rispondo seriamente.
In primo luogo, permettimi di ritirare buona parte delle cose che ho detto sul tuo conto. Il tuo comportamento, qui e oggi, è in netto contrasto con l’opinione che avevo di te. E che hanno in tanti. In secondo luogo, tu hai un problema sostanziale e un problema formale.
Sostanzialmente, di me non t’importa nulla. Per questo mi manderesti volentieri a casa. Ma formalmente non puoi farlo. Il caso di Kanathos è più serio e di segno opposto: formalmente devi lodarlo per avere difeso il potere, sostanzialmente vorresti punirlo.
La soluzione è adottare appunto due comportamenti diversi, uno formale e uno sostanziale. Sostanzialmente mi mandi a casa (e io dirò in giro quanto sei magnanimo) ma formalmente mi infliggi una punizione. A Kanathos invece imponi una promozione sgraditissima e così formalmente lo premi. In questo modo tu sarai d’accordo con la tua coscienza; io avrò imparato quanto sei magnanimo e Kanathos infine imparerà a rispettare il più sacro vincolo che possa unire gli uomini.
Stavolta il silenzio fu ancor più lungo, finché il viso di Aristandro si distese in un sorriso:
-Ma noi due perché non ci siamo conosciuti prima?
-Il mondo è grande, disse il magistrato allargando le braccia.
-Facciamo così. Tu sarai trasferito per un paio d’anni da qualche parte, in provincia. Mentre Kanathos sarà nominato ambasciatore e mandato nella sede più scomoda e lontana che riuscirò a trovare. Che te ne pare?
-Mi pare, caro Aristandro, di avere incontrato uno dei grandi della storia. Come ho potuto sbagliarmi tanto, sul tuo conto?
-Sono un brav’uomo, sì. Purtroppo sono anche un dittatore. Ma lasciamo perdere la politica. Da dove ti mando mi scriverai?
-Che cosa devo scriverti?
-La verità. La verità di ciò che osservi, anche sulla condotta dello Stato. Perché la verità me la può dire solo uno che crede nell’amicizia. Come ci crediamo noi due.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
12 giugno 2011




permalink | inviato da giannipardo il 13/6/2011 alle 11:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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