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11 marzo 2011
IL GIUDIZIO SU MIKHAIL GORBACIOV
Mikhail Gorbaciov compie ottant’anni e somiglia a Giano Bifronte. Visto da ovest, è un democratico coraggioso, che ha posto termine alla Guerra Fredda ed ha liberato la Russia da un’orribile dittatura. Visto da est è giudicato da molti con severità come colui che ha fatto crollare l’Unione Sovietica, la seconda superpotenza mondiale. Ambedue i fatti sono veri e tuttavia, analizzandoli, si può arrivare alla sorprendente conclusione che Gorbaciov non merita né l’uno né l’altro giudizio.
I meriti democratici di Gorbaciov sono più oggettivi che soggettivi: nel senso che egli non intendeva affatto giungere ai risultati ai quali è giunto. Era un comunista tanto in buona fede da pensare che la società russa, anche se resa più libera e più informata, sarebbe rimasta comunista. Un idealista capace di pensare che il sistema economico sovietico potesse funzionare anche rimanendo statalista. La “perestrojka”, sperava, avrebbe tratto la Russia fuori da una crisi drammatica che fra l’altro rendeva insostenibile la competizione strategica con gli Stati Uniti.
Il suo personale abbaglio è stato la migliore dimostrazione dell’errore insito nel socialismo reale. Finché il comunismo è servito da paravento ad una dittatura asiatica in cui tutto – la terra, le imprese, gli uomini e perfino le loro idee – appartenevano ad un uomo e al suo partito, il regime si è mantenuto. Non appena non s’è più avuta troppa paura per aprir bocca, non appena qualcuno ha preso sul serio gli ideali comunisti, l’Unione Sovietica è implosa.
Come mai la Russia attuale, certo non disposta a tornare indietro, dà un giudizio molto severo sull’ultimo segretario del Pcus?
I nostalgici e i comunisti gli rimproverano di avere turbato un equilibrio che malgrado tutto reggeva. A loro parere o non avrebbe dovuto tentare quelle riforme o avrebbe dovuto tentarle in altro modo: si sa, c’è sempre un altro modo. I vecchi ricordano i tempi in cui l’Unione sovietica si estendeva dal Mar del Giappone alle soglie di Vienna e oltre Berlino; quando il suo nome faceva paura; quando tutti i Paesi del mondo, inclusi i più improbabili, per esempio quelli dell’Africa Nera, si sentivano in dovere di scegliere fra due superpotenze e due modelli di società. In questa visione geopolitica dimenticano la miseria dei lavoratori e la più totale mancanza di libertà.  Dimenticano anche che, con Stalin, per circa trent’anni non si fu mai sicuri che si sarebbe morti nel proprio letto. Dimenticano la corruzione di massa di un sistema in cui senza bakshish (bustarella) non si otteneva nulla e in cui i membri del partito trovavano tutto nei Beriozka mentre i normali cittadini non potevano nemmeno entrarci. Dimenticano tutto perché per il passato si applica il detto romano: de mortuis nil nisi bonum, dei morti si ricordano solo le cose buone. Oggi per esempio pongono l’accento sulla mancanza di disoccupazione di quei tempi: “lo Stato dava pochissimo, ma lo dava a tutti”. Dimenticando che allora si diceva amaramente che “lo Stato fa finta di pagare i lavoratori che fanno finta di lavorare” e che oggi fa capolino quell’abbondanza di tipo occidentale che, ai tempi di Stalin, sembrava una leggenda inventata per screditare il sistema sovietico.
La gente tende a vagheggiare il passato e a sottovalutare le cose positive del presente. Chissà, fra coloro che rimpiangono l’Unione Sovietica ci saranno anche alcuni dei turisti russi che si incontrano a Venezia, a Parigi o a New York, mentre una volta (salvo ad avere il passaporto interno) non era nemmeno permesso viaggiare all’interno dell’Unione Sovietica.
Se la Russia è troppo severa con Gorbaciov, l’Occidente ha per lui un’eccessiva simpatia. Gli presta programmi democratici e anticomunisti che egli non ebbe mai; gli accredita un risultato positivo che (salvo che per la distensione) non fu nelle sue intenzioni e non riesce a comprendere come mai i russi, che pure sono stati da lui oggettivamente liberati, non gli facciano un monumento in ogni grande città.
Nel caso di questo grande uomo si ha un interessante crocevia fra giudizio e pregiudizio, fra memoria del passato e constatazione del presente, fra risultati perseguiti e risultati raggiunti. I russi gli rimproverano un crollo dell’Unione Sovietica che egli non ha mai voluto, gli occidentali una democratizzazione in senso occidentale della Russia cui egli non mirava affatto. A volte la storia sembra prescindere dalla volontà degli uomini sulle cui gambe cammina.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 marzo 2011

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